Il corpo che abitiamo è un tema di riflessione profonda e complessa. Ogni giorno, attraverso le nostre scelte, esprimiamo un rapporto con esso che può variare da un semplice involucro a un tempio sacro. La società moderna, con le sue pressioni e aspettative, ci invita a considerare il nostro aspetto esteriore, ma quanto ci prendiamo cura della nostra interiorità e della sacralità del nostro corpo?
In questo contesto, è fondamentale esplorare il significato del corpo non solo come un oggetto da abbellire, ma come un alleato nella nostra esperienza di vita. La consapevolezza del corpo come strumento di connessione tra mente e spirito può aprire la strada a una nuova comprensione di noi stessi e della nostra esistenza.
- Il corpo come tempio sacro vs. involucro da abbellire
- La relazione tra corpo, mente e spirito
- Il ruolo della consapevolezza nella cura del corpo
- Il trauma e la percezione del corpo nella società moderna
- La danza e il movimento come forme di espressione e guarigione
Trascrizione
Bentornati a un nuovo incontro di Dharma e Psicologia. Oggi vi invito a riflettere su un tema tanto semplice quanto profondo, ovvero il corpo che abitiamo e il modo in cui ce ne prendiamo cura nella vita di tutti i giorni. Ogni mattina scegliamo abiti da indossare per coprirci, per piacerci, per esprimere chi siamo. Investiamo tempo, energia, denaro. Vi siete mai chiesti perché? Oggi, grazie alla produzione industriale delle grandi multinazionali, cambiare look è diventato facile, veloce, quasi automatico. Comunque, oggi non sono qui per parlare di marketing, voglio solo invitarvi a riflettere su una cosa. Quanto ci piace mostrarci, cambiare, indossare qualcosa che ci fa sentire bene? E ancora di più, spendiamo soldi dal parrucchiere, per tagli, colori, trattamenti. E la domanda nuovamente è: perché lo facciamo? Perché amiamo il nostro corpo? Perché siamo contenti di noi? Perché lo rispettiamo davvero? O perché vogliamo apparire più belli, più gradevoli, più guardati, più accettati? Non lo so, sono domande, sono riflessioni. Queste sono domande aperte, senza giudizio, e sono domande che vi offro come spunto di riflessione per poi arrivare al cuore di questo argomento di oggi, che sarebbe la domanda fondamentale: quanto consideriamo il nostro corpo un tempio sacro e quanto invece un involucro da abbellire come un albero di Natale da esibire?
Capite bene che qui la linea è molto sottile e, per quello che osservo nel mio lavoro e nella vita di tutti i giorni, spesso non siamo proprio tanto consapevoli della sacralità del corpo che abitiamo. Pensate che secondo la filosofia indiana, e non solo, non c’è separazione tra corpo, mente e spirito. Il corpo non è un ostacolo da superare, è uno strumento sacro per la realizzazione. È un maestro prezioso, ci permette di sentire, di vivere, di fare esperienza. Attraverso di lui, la nostra mente e la nostra anima possono esprimersi, possono imparare, possono crescere. Immaginate per un attimo di essere solo interiorità, senza corpo. Quanto sarebbe diversa e anche ridotta la nostra esperienza? Quindi immaginatevi senza il tocco, senza l’odorato, senza il sentire dolore, piacere, senza tutto ciò. Non potremmo conoscere, non potremmo neanche trasformarci. Nella visione che porto avanti qui in questo spazio oggi, corpo, mente e spirito sono un unico sistema, sono un tutt’uno, sono un’unica espressione della nostra presenza nel mondo. Quindi lo ripeto, il corpo non è un ostacolo, non è qualcosa da domare, non è qualcosa da correggere, non è qualcosa da superare. Il corpo è un alleato, è un messaggero, è un tempio. Capite come cambia tutto se avessimo questa visione del nostro corpo.
Ed è nel corpo che si manifesta la memoria, la ferita, ma anche la guarigione. Spesso incontro persone in terapia che portano il corpo con ferite, ma ricordo a queste persone che il corpo non porta solo il dolore, il corpo porta anche la guarigione. È attraverso il corpo che possiamo ascoltarci, trasformarci e avvicinarci alla nostra verità più profonda. E forse la vera spiritualità inizia proprio da qui, da tornare ad abitare con presenza e rispetto il nostro corpo.
Nel parlare del corpo come tempio sacro desidero anche rivolgermi a due tipi di persone, perché so che in questo spazio ci sono animi diversi, con bisogni e storie diverse. Parlo a chi si sente già una profonda spiritualità, quindi che vede il corpo come veicolo di un’esperienza, di una trasformazione. Questo messaggio può risuonare come un richiamo naturale a vivere più pienamente questa unione sacra tra corpo, mente e spirito. Ma voglio anche parlare a chi invece si sente distante dal proprio corpo, e lo faccio senza giudizio, senza creare nessuna sensazione di colpa. Parliamo a chi ha vissuto traumi, dolori, ferite interiori, a chi porta dentro giudizi severi verso se stesso, verso il proprio corpo. So che per molte persone il corpo non è un tempio, purtroppo, ma quasi un territorio di lotta, di dolore, di rifiuto. È vero, può essere un luogo dove la memoria del trauma si annida, dove la mente giudica, dove il cuore si chiude. Quindi, a voi che vi sentite così, voglio dire: il corpo è anche la via per la guarigione. Non è necessario forzare nulla, né sentirsi in colpa per non sentirsi abbastanza spirituali, abbastanza in armonia con il proprio corpo, abbastanza connessi con l’universo. Togliete tutto questo giudizio che abbiamo di noi. La riconnessione non è un salto improvviso. La riconnessione è abitare il corpo con gentilezza, con ascolto, con presenza. Imparare ad accogliere il dolore che possiamo vivere, percepire, riconoscere la ferita senza scappare. È proprio lì, in quella relazione di cura e ascolto, che il corpo può tornare ad essere un alleato, un messaggero, una casa sicura. Non è un percorso facile, lo so, ma è un cammino di profonda trasformazione che può portare a sperimentare una nuova libertà, un nuovo senso di integrità e di pace.
Quindi, indipendentemente dal momento in cui vi trovate adesso, che il vostro corpo sia un tempio sacro già abitato dalla luce dello spirito, o un luogo da cui siete in cammino per tornare a casa, ricordate che il corpo è sempre il primo luogo della nostra verità e della nostra possibilità di guarigione. Aiuto tante persone, soprattutto donne, a non temere più il proprio sguardo allo specchio. Donne che hanno tolto gli specchi di casa per non dover rincrociare quella parte di sé che fa male. Donne che al mattino, mentre si lavano il viso, evitano intenzionalmente lo sguardo, perché lì, in quegli occhi, sentono ancora la ferita, il giudizio, le sconfitte che loro stesse si attribuiscono da anni. E sì, a volte è un percorso lungo. Ma immaginate quanta libertà si sprigiona, poi, nel guardarsi nuovamente nudi davanti a uno specchio, senza giudizio, senza timore, senza vergogna per non essere come dovremmo, come ci viene detto che dovremmo essere.
Ricordo spesso, soprattutto alle donne, che gli ideali femminili che ci vengono proposti sono immagini perverse, fordianti, illusorie. Non nascono per liberarci, assolutamente, ma per allontanarci da noi stesse. Capelli sempre colorati, ma i grigi, pelle liscia, elastica, senza macchie, cellulite viettatissima, seno pieno, sodo, ma non troppo, unghie curate, ciglia lunghe, addome piatto, ma anche morbido, ma tonico. Una confusione continua, una pressione che ci schiaccia. E così gli adolescenti, e soprattutto le adolescenti e le ragazze, incontrano la trasformazione del loro corpo da bambine a ragazze, a giovani adulte, in questo modo. E quindi dico basta, basta vivere il corpo come un oggetto da esibire, da correggere, un oggetto a cui dare una votazione. Siamo noi donne a essere i giudici più severi di altre donne? Rifletteteci! Perché poi non possiamo stupirci se ci sentiamo perse, disconnesse, traumatizzate, senza radici? E a proposito di trauma? Ultimamente sento questa parola sempre più spesso. Ho avuto un trauma, ho tanti traumi, sono una persona traumatizzata, devo superare il mio trauma. In ogni conversazione, in ogni racconto, sento ripetere questa parola spessissimo. Ma cosa sta succedendo? Perché crediamo così tanto a questa babilonia di immagini, modelli, diagnosi, performance? Abbiamo bisogno di risvegliarci a noi stessi, di risvegliarci da questo sonno collettivo, da questa anestesia dell’anima e da questo sentirci persone traumatizzate. Tutto un trauma, tutto è diventato un trauma, ogni ricordo è traumatico. Viviamo in questa quotidianità triste, difficile, perché traumatizzati. Per favore, ritorniamo a noi, ritorniamo intanto al nostro corpo, al nostro tempio. Ricordiamoci e risvegliamoci al pensiero che non c’è bisogno di essere perfetti, ma c’è bisogno di essere presenti, c’è bisogno di essere veri.
C’è un’espressione nella tradizione spirituale indiana che mi ha sempre colpita profondamente: Dea Mandir. Dea Mandir significa corpo-tempio. È una visione potente, antica, ma estremamente attuale se pensiamo a come spesso trattiamo il nostro corpo oggi. Nei testi tantrici e vedici, il corpo non è mai stato considerato un ostacolo alla realizzazione, ma è il luogo stesso in cui la realizzazione può accadere. Non è qualcosa da domare, modificare o superare, ma da abitare, da ascoltare, da onorare. Secondo queste tradizioni, ogni parte del nostro corpo riflette l’universo. Il nostro corpo è il primo luogo sacro, è lì che risiede la coscienza, è lì che passano le emozioni, le memorie e l’energia. Nel tantrismo si dice che tutto ciò che serve per svegliarsi è già dentro di noi, nei chakra, nei sensi, nel respiro, nel movimento. Allora perché continuiamo a guardare il nostro corpo con giudizio, paura e vergogna? Perché arriviamo a quel punto? Anche perché non ci viene insegnato a vederlo come un tempio, ma come un oggetto, da correggere, da abbellire e da mostrare. E invece no, Dea Mandir ci ricorda che il corpo è lo strumento della nostra esperienza terrena, è il ponte tra l’anima e il mondo. E se iniziamo a considerarlo davvero un tempio, come cambierebbe il nostro modo di trattarlo ogni giorno? Cosa succederebbe se tu trattassi e abitassi con rispetto il tuo corpo, come quando si entra in silenzio in un luogo sacro? Pensiamoci, il corpo non mente, perché è lì che si manifestano le ferite, quando abbiamo dei dolori, quando abbiamo delle malattie. Qualcosa si sta manifestando, ma il corpo tende verso la guarigione, tende verso la guarigione perché è naturale. Dobbiamo portarlo a quello stato di nuova armonia, quindi guarigione. Ed è lì che ritroviamo casa, ed è in quel momento che ritroviamo la connessione e la verità. Non è un involucro da sopportare fino all’illuminazione, è un alleato vivo, vibrante nel processo del risveglio. Nella visione tantrica, yogica, la coscienza non abita solo nella mente, scorre nel corpo. Lo ripeto, la coscienza scorre nel corpo, si muove con il respiro, pulsa con l’energia. Pensiamola a Kundalini, l’energia dormiente che risale lungo la colonna vertebrale, o ai chakra, che sono questi centri energetici che riflettono i nostri stati interiori, le nostre ferite, o ancora al prana, il soffio vitale che nutre ogni cellula e ci connette alla vita.
Quando iniziamo a lavorare sul corpo con consapevolezza, quindi attraverso la meditazione, il respiro, il movimento, il tocco, noi stiamo anche lavorando sulla nostra mente, sulle emozioni e sulla coscienza stessa. Perché andate a vedere yoga? Perché praticate yoga? Proprio per questo motivo, perché attraverso il corpo lavorate anche sulla mente, sulla coscienza, sulle emozioni. Non possiamo risvegliarci davvero se non siamo presenti nel corpo. È lì che avviene tutto: il corpo è memoria, è possibilità, è radice, è apertura. Quindi no, il corpo non è un ostacolo spirituale, è una via, una soglia. Quando finalmente iniziamo a riconoscerlo così, cambia il nostro modo di vivere ogni cosa, cambia il senso del dolore, del piacere, della fatica, della gioia, della relazione, della cura.
Ora ti invito a portare lo sguardo dentro di te per un istante e ti chiedo: quale parte del tuo corpo senti più viva oggi? Ascoltaci un attimo. E quale invece ti chiede maggiore attenzione? Forse c’è una tensione da qualche parte nel tuo corpo, una stanchezza, un calore, una rigidità? Prova semplicemente a notarlo, non giudicare. Ascolta il tuo corpo come ascolteresti una persona cara. Non servono risposte immediate. L’importante è restare in contatto.
Torno da qualche settimana da un festival di musica medicina. Sono stati tre giorni immersi nella natura, accompagnati da suoni, canti, rituali, silenzi, danze. È stato un tempo fuori dal tempo, è stato rigenerante, vitale, profondamente connesso. Tre giorni in cui musica e corpo ci sono fatti preghiera, come un ponte tra il visibile e l’invisibile. La natura ovviamente ha aiutato tanto. Stare nella natura ha amplificato ogni percezione, ogni respiro, ogni gesto, li ha radicati. Mi sono sentita come una radio accesa, come una ricetrasmittente, aperta alla vita, ai messaggi, alla bellezza che c’è, quando corpo, spirito e mente viaggiano insieme. Mi sono sentita aperta anche al dolore, alla confusione, all’instabilità, perché ci sono dentro di noi, esistono, e non vanno evitati. E in quelle danze statiche, in quel lasciarmi muovere senza giudizio, ho sentito che il dentro e il fuori si toccavano. Era un’esperienza che avevo già avuto altre volte, ma ogni volta è diverso, ogni volta si contatta qualcosa di nuovo. Ed è ogni volta percepire come i confini diventano, è come se diventassero più labili, più estesi, e ogni elemento della natura parlava attraverso il corpo. La terra mi insegnava a radicarmi, l’acqua a fluire, il fuoco a esprimermi, l’aria ad espandermi. E poi c’è l’etere, lo spazio, quella qualità invisibile in cui tutto si tiene e si trasforma. È così che la danza, quando nasce dall’ascolto, diventa una via. Non è solo fare movimento, ma diventa essere movimento. E se chiudessi un momento gli occhi, qual elemento senti oggi muoversi in te? Hai bisogno di sentirti più stabile? Hai bisogno di sentirti più fluido? O vuoi espanderti? O rientrare in contatto con il tuo centro? Ti invito a fare questa osservazione attraverso l’esplorazione con piccoli gesti, anche adesso, anche nel silenzio. Non c’è bisogno di musica per forza, perché ogni parte di te ha voce e ogni voce merita ascolto. Non hai certamente bisogno di andare a un festival per sentire tutto questo? Certo, te lo consiglio, perché è un’esperienza potente essere insieme a tante persone che vibrano, che danzano, che si accolgono nello stesso momento, in quello stesso rituale. Ma puoi cominciare da solo, in un parco, su una spiaggia, al mattino presto, quando il mondo è ancora silenzioso, i gabbiani volano bassi sul mare. Ti consiglio di muoverti, di muovere il corpo, di danzare. Puoi muoverti con la musica, puoi muoverti nel silenzio, ti puoi lasciar trasportare dal suono delle onde, dal canto di grivi se sei in un parco, dal ritmo del vento. Prova a danzare i tuoi dolori. Manifestali, falli esprimere, falli parlare. Danza la tua gioia, danza la tua solitudine, la tua condivisione, partecipa alla danza della vita attraverso il tuo corpo sacro.
Quindi, mi raccomando, non trattare male il tuo corpo. Non riempirlo di cibo spazzatura, né di droghe sintetiche, né, se puoi evitarlo, di farmaci che spengono la tua vitalità. Non abbandonarti a incontri sessuali svuotati di cura, di presenza, di connessione, perché il tuo corpo è sacro. Lascia entrare la sacralità. Quello che sto dicendo adesso non vuol dire non gioire della sessualità, non gioire del tuo corpo, non gioire del cibo, assolutamente. Anzi, vi sto ricordando di gioire. E proprio perché vi sto ricordando di gioire, vi sto ricordando di ricordare, ecco questo gioco di parole, di ricordare Dea Mandir, il tuo corpo sacro. Quando lascerai entrare qualcosa nel tuo corpo, che possa essere un partner, un cibo, un pensiero, ricordati che il tuo corpo è un tempio. Quindi guardalo con amore, toccalo con rispetto, nutrilo con ciò che lo sostiene e lo illumina. Queste parole sono un semplice promemoria. Non sono giudizio, non sono… è un ricordare, promemoria, come il post-it che si appiccica sulla nostra parete degli aforismi. È un invito a non dimenticare chi sei, dove abiti, cioè quale corpo abiti, e quanto vale questa casa corpo. Non farci entrare chiunque. Apri le sue porte solo a ciò che ami davvero e che ti dà salute, presenza e bellezza. Grazie per aver ascoltato. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
