La ricerca di una connessione profonda con il divino è un tema che attraversa molte tradizioni spirituali. Tra queste, il sufismo emerge come una via che invita a vivere la spiritualità non come un insieme di regole, ma come un’esperienza viva e relazionale. In questo contesto, il sufismo si presenta come un cammino del cuore, dove ogni gesto quotidiano può diventare un’opportunità per incontrare il sacro.
Questa riflessione ci porta a esplorare le similitudini e le differenze tra il sufismo e altre tradizioni, come il buddismo, rivelando come entrambe rispondano a un bisogno umano fondamentale: quello di andare oltre la superficie della vita e toccare qualcosa di vero. La relazione, sia essa con un maestro, con una comunità o con la vita stessa, diventa il fulcro di un processo trasformativo che ci invita a scoprire chi siamo davvero.
- La via del cuore nel sufismo come esperienza relazionale.
- Similitudini e differenze tra sufismo e buddismo.
- Il ruolo della relazione nella trasformazione personale.
- Il concetto di dikr e la sua pratica nel sufismo.
- La psicoterapia come parallelo alla spiritualità sufista.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo incontro di Dharma e Psicologia. Anche oggi scelgo di accogliervi con il cuore come in ogni nostro incontro e ribadirlo è importante; ci aiuta a nutrire la connessione tra noi come esseri umani, spirituali e soprattutto aiuta a creare relazione. Una relazione che, anche solo attraverso le parole, la voce, il tono, l’ascolto, si costruisce lentamente e che può generare meraviglie dentro di noi, perché è come acqua per i nostri semi interiori.
Oggi vi porto una via, la via del cuore, una via forse poco conosciuta, a tratti ambigua, misteriosa, con ancora molti tabù intorno: è la via del sufismo. Quando si parla di sufismo, spesso si pensa a qualcosa di lontano, esotico o quasi inaccessibile. In realtà, il sufismo è una via molto semplice, è la via del cuore. Nasce all’interno dell’Islam, ma non è una dottrina rigida, né un insieme di regole da seguire; è un’esperienza, è il tentativo di vivere la relazione con il Divino non come un’idea, ma come una presenza viva.
I sufi dicono che Dio non si cerca, ma si ricorda, e ricordare non significa pensare, ma tornare a qualcosa che in fondo non abbiamo mai davvero dimenticato. Nel sufismo non c’è una separazione netta tra spiritualità e vita quotidiana, e questo è un punto molto importante, perché ogni gesto, ogni relazione, ogni perdita, ogni amore può diventare un luogo d’incontro. Non si tratta di fuggire dal mondo, ma di abitarlo con più profondità.
Per questo il linguaggio dei sufi è spesso quello dell’amore; parlano di desiderio, di mancanza, di lontananza, di attesa, parlano di Dio come di un amato, e dell’essere umano come di qualcuno che prova nostalgia di casa. Quindi possiamo dire che il sufismo non promette serenità, ma promette trasformazione; non chiede di credere, ma di attraversare il dubbio, il silenzio e la perdita delle certezze, fino a quando l’io si allenta e resta qualcosa di più vasto.
In questo senso, il sufismo non è una strada da seguire, è un modo diverso di camminare. Il sufi non si accontenta della legge, delle regole, dei diritti esteriori, ma desidera un’esperienza diretta del divino; quindi sentirlo, viverlo, innamorarsene. Per questo il linguaggio del sufismo è fatto di poesia, di musica, di danza, di silenzio. Dio non è solo qualcuno da obbedire, ma qualcuno da incontrare, ed è qui che spesso nasce il paragone con il buddismo.
Il buddismo parte da una domanda molto diversa: perché soffriamo? E la risposta non passa da un Dio, ma passa dall’osservazione della mente, dall’impermanenza, dal non attaccamento. E l’obiettivo qual è? Il risveglio, la liberazione dall’illusione dell’io, il silenzio profondo del desiderio che si spegne. Il sufismo, invece, non spegne il desiderio, ma lo trasforma. Il desiderio non va eliminato, ma va orientato, e l’io non viene dissolto nel vuoto, ma consumato dall’amore.
Il sufi non dice ‘io non esisto’, dice ‘io esisto, così poco da potermi lasciare attraversare da Dio’. Quindi potremmo dirlo in un modo più semplice: il buddismo cerca la libertà dal sé, il sufismo cerca la fusione del sé con l’amato. Nel buddismo il silenzio è una meta, nel sufismo il silenzio è spesso ciò che precede il canto. E se nel buddismo il maestro indica la via per vedere la realtà così com’è, nel sufismo il maestro accompagna il discepolo in una relazione viva, intensa, a volte persino bruciante.
Quindi, due strade apparentemente diverse: una più spoglia, l’altra più ardente; una tende al vuoto, l’altra all’amore assoluto. Eppure, ed è questo che trovo affascinante, entrambe nascono dallo stesso bisogno umano, cioè andare oltre la superficie della vita e toccare qualcosa di vero. Si dice spesso che tutte le religioni si assomigliano poi in fondo, e un po’ è vero, anche secondo le differenze delle volte.
Tra sufismo e buddismo, la somiglianza sta nella profondità della ricerca e non nella direzione. Il buddismo ti dice ‘guarda dentro di te, osserva la mente, lascia cadere ogni attaccamento; quando non resta più nulla da afferrare, la sofferenza si spegne’. Mentre il sufismo ti dice ‘lasciati prendere, lascia che l’amore ti imbada, che l’io si consumi come una candela davanti all’amato; non spegni il fuoco, diventi il fuoco’. Quindi uno sembra svuotare, l’altro riempire fino a traboccare.
E se li metti uno accanto all’altro, sembrano stare ai due estremi. Il buddismo non ha bisogno di Dio, il sufismo non può farne a meno. Il buddismo lavora sulla consapevolezza, il sufismo lavora sulla relazione, eppure a un certo punto si toccano. Entrambi vogliono andare oltre l’ego; entrambi sanno che l’io, così com’è, è una gabbia. Entrambi cercano una trasformazione radicale dell’essere umano. Solo che uno arriva al silenzio passando dal vuoto, e l’altro arriva al silenzio passando dall’amore.
È come se dicessero due frasi diverse per indicare la stessa soglia: qui finisci tu, qui comincia qualcos’altro. E forse possiamo chiudere con un’immagine. Immaginate un monaco che siede immobile e un derviscio che gira senza fermarsi: due gesti opposti, mossi dalla stessa domanda: chi siamo davvero? Quando smettiamo di aggrapparci?
Se guardiamo bene, il cuore del sufismo non è una dottrina, è più una relazione. Il sufi non cerca Dio come un concetto, ma come una presenza viva. E questa ricerca avviene sempre in relazione, con un maestro, con una comunità, con l’amato, con la vita stessa. In questo senso, il sufismo ha qualcosa di sorprendentemente vicino a ciò che sappiamo oggi sulla relazione terapeutica.
In psicologia, sempre più chiaramente, sappiamo che il cambiamento non avviene solo attraverso la comprensione razionale. Ah, ok, ho capito perché sto male. Ma avviene quando una persona viene incontrata davvero. Quando qualcuno regge la sua complessità, il suo dolore, le sue contraddizioni, senza volerle aggiustare subito. Nel sufismo accade qualcosa di simile. Il maestro non spiega Dio, non lo definisce, ma sta in relazione. E attraverso quella relazione qualcosa nell’altro inizia a muoversi, ad allentarsi, a trasformarsi. Quindi la relazione diventa il luogo di trasformazione.
Nel sufismo si dice che l’ego non si abbatte con la forza, ma si consuma nell’amore, e in psicoterapia potremmo dirlo così: l’io non cambia perché viene smontato, ma perché smette di difendersi. E quando una relazione è sufficientemente sicura, sufficientemente viva, l’io può abbassare le armi. E lì avviene il cambiamento. Il sufismo lo sa da secoli: la relazione precede la tecnica, l’esperienza precede la spiegazione.
Ovviamente, maestro sufi e terapeuta non sono la stessa cosa; hanno ruoli, confini e responsabilità diverse, ma condividono una cosa fondamentale: reggono uno spazio trasformativo. Il maestro sufi non salva il discepolo, il terapeuta non salva il paziente. Entrambi accompagnano un processo in cui l’altro può incontrare parti profonde di sé, attraversare crisi e lasciare andare delle vecchie identificazioni. E soprattutto non fanno questo da lontano, ma lo fanno restando presenti.
Ricordiamo però che la relazione cura solo se ha dei confini chiari, perché senza confini l’amore diventa invasione, diventa dipendenza, diventa confusione. E questo vale sia nella relazione terapeutica che in quella spirituale. Un amore che non si perde, una relazione che non ingloba, una presenza che non annulla.
In fondo possiamo anche permetterci di dire che la psicologia e la spiritualità stanno dicendo la stessa cosa, ma con linguaggi diversi. È questa la meraviglia di questo incontro di materie e psiche, che l’essere umano guarisce quando viene visto, viene sentito e viene incontrato, non quando viene corretto. Il sufismo lo chiama amato. La psicologia lo chiama relazione terapeutica. Ma il movimento interno è lo stesso: qualcosa in noi si rilassa, si apre e finalmente può cambiare.
Se il sufismo è una via di relazione viva, se non è fatta di concetti ma di esperienza, viene spontaneo chiedersi: come si coltiva questa relazione? Come si resta in contatto quando la mente si distrae, quando l’io riprende lo spazio? Nel sufismo esiste una pratica centrale, che risponde proprio a questo. Una pratica semplice, antica, essenziale, si chiama dikr. Dikr significa ricordo. Ma non il ricordo mentale, non qualcosa da capire; è un ricordo che passa dal corpo, dal respiro, dalla voce, è la ripetizione di un nome, di una formula sacra, non per ipnosi e automatismo, ma per creare presenza, come quando in una relazione importante ripetere il nome dell’altro ti riporta immediatamente in linea e legame.
Potrebbe ricordare la ripetizione del nome di Dio recitata e cantata dagli Ari Krishna, ma non è la stessa cosa. Il dikr, Sufi e la ripetizione dei nomi di Dio negli Ari Krishna hanno qualcosa in comune, sì, cioè in entrambi i casi c’è la ripetizione di un nome sacro. L’uso della voce, del respiro, c’è l’intenzione di essere presenti, non di pensare, e soprattutto non è una teoria, è una relazione viva con il divino, qualcosa che si sente, più che si comprende.
Se volete sapere un po’ di più sugli Ari Krishna, ho fatto un altro incontro, potete andarlo a cercare. In fondo, il nome non è una parola, è una porta, e ripeterlo serve a sciogliere la mente, a spostare il centro dall’ego verso qualcosa di più grande. Ma ci sono anche delle differenze importanti. Nel sufismo, il dikr è spesso silenzioso, o sussurrato, ritmico, legato al respiro, praticato in relazione con un maestro. L’obiettivo non è l’estasi, fine a se stessa, ma è un ricordo intimo, a volte austero, e il dikr lavora su tre verbi fondamentali: tornare, ricordare e svuotarsi per fare spazio.
Negli Ari Krishna, invece, la ripetizione dei nomi, Ari Krishna, Ari Rama, Rama Rama, Rama Rama, Ari Ari, è spesso cantata, comunitaria, gioiosa, devozionale, espansiva, e l’amore per Dio è esplicito, è celebrato, l’estasi è accettata, anzi è cercata, e qui il movimento è quello dell’offrirsi, dell’odare e dell’immergersi nell’amore.
Quindi, dal punto di vista psicologico, entrambe le pratiche funzionano come ancoraggi profondi. La differenza non sta nel meccanismo, ma nel clima emotivo in cui avviene la trasformazione. Per aiutarvi a capire come si muove un discepolo sufi e come questa pratica può entrare nella vita quotidiana, vi propongo un piccolo esercizio: lo chiamo Stare nell’incontro. Scegliete una sola relazione della vostra vita, la relazione col vostro figlio, con un paziente, se siete dei terapeuti, col partner, con una persona difficile, e per una giornata osservate solo questo: quando sono con lui o con lei, mi chiudo o mi apro? Cerco di controllare o di restare? Voglio avere ragione o restare in relazione? Questo è il sufismo; non è meditazione, non è mantra, è presenza armoniosa, concreta, vissuta. Provate a fare questo per una giornata.
Un sufi non lavora per diventare migliore, lavora per togliere gli ostacoli all’amore. Ed ecco una domanda pratica: in questa situazione, cosa sto difendendo del mio io? Ogni volta che molliamo un po’ il bisogno di essere visti, di avere ragione, di salvarci, stiamo facendo un piccolo gesto sufi; in psicologia lo chiameremmo lavoro sulle emozioni e sulla consapevolezza. E il sufismo è quasi come una psicoterapia spirituale; non ti dice cosa fare, ti pone domande che ti riportano dentro te stesso, ti fanno osservare le tue reazioni, le tue emozioni, i tuoi desideri, proprio come fa uno psicologo con i suoi pazienti.
Domande come: cosa sto difendendo del mio io? Come sto nella relazione con questa persona? Sto controllando o sto vivendo? Non hanno risposte giuste o sbagliate. Il cambiamento avviene attraverso l’esperienza, quindi non la riflessione teorica; è l’esperienza, è quello che avviene durante la psicoterapia, dentro la stanza e fuori dalla stanza. Non hanno risposte giuste o sbagliate; il cambiamento avviene attraverso l’esperienza, la presenza, l’amore, la relazione. Quindi possiamo dire che il sufismo è come la psicoterapia del cuore. Il terapeuta rappresenta un po’ il maestro, e l’oggetto del lavoro è l’amore, e quindi anche la relazione terapeutica.
Nel sufismo, le parole non sono solo teoria, sono esperienza vivente. Pensate a Rumi, a Feth, che usano la poesia per parlare all’anima, non alla mente. Pensate a Idris Shah, che racconta storie per risvegliare la coscienza; pensate alla voce di Abida Parvin, che trasforma il canto in preghiera. Tutti loro, in modi diversi, ci mostrano che il cammino mistico non è astratto. Il cammino mistico è vissuto, è sentito, è cantato, è scritto ed è condiviso.
Siamo arrivati al termine del nostro incontro, e voglio salutarvi con una poesia del poeta sufi Rumi. Il titolo è La casa per gli ospiti:
Questo essere umano è come una casa per gli ospiti. Ogni mattino c’è un nuovo arrivo. Una gioia, una tristezza, una cattiveria. Una momentanea consapevolezza arriva come un ospite inatteso. Accoglili e intratienili tutti, anche se sono una folla di dolori, che violentemente spazza via dalla tua casa ogni immobilio. Tratta ogni ospite con rispetto, comunque. Forse sta facendo spazio per prepararti a qualche nuova gioia. Il pensiero scuro, la vergogna, la malizia. Incontrali sulla porta sorridendo e invitali ad entrare. Sii grato per chiunque arrivi, perché ciascun ospite ti è stato mandato come guida dall’aldilà.
