La spiritualità, un tema di crescente interesse, si trova oggi al centro di un dibattito che mette in luce la sua trasformazione in un mercato. Sempre più spesso, le promesse di guarigione e risveglio si mescolano a pratiche che sembrano più orientate al marketing che a un autentico percorso interiore. In questo contesto, è fondamentale riflettere su come queste pratiche vengano utilizzate e su quali siano le reali motivazioni che ci spingono verso di esse.
La ricerca di sollievo e di risposte rapide è umana, ma è essenziale non confondere la spiritualità con una mera fuga dalla realtà. La vera trasformazione richiede un incontro profondo con noi stessi, un processo che non promette soluzioni facili, ma che ci invita a rimanere presenti e a integrare le nostre esperienze, anche quelle più dolorose.
- La spiritualità come mercato: promesse e pratiche commercializzate.
- Distinguere tra pratiche che integrano e quelle che dissociano.
- Il rischio del ‘spiritual bypassing’: usare la spiritualità per evitare il dolore.
- La ricerca di autenticità in un contesto di iperstimolazione e marketing.
- Il ruolo della psicologia nella comprensione della spiritualità.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi proverò a restare il più possibile obiettiva su un tema delicato, molto attuale, ovvero la spiritualità che diventa mercato. Sempre più spesso vediamo promesse di liberazione, di guarigione, risvegli improvvisi e persino insegnamenti su come diventare, a propria volta, maestri, sciamani. Ogni giorno, nei miei feed, incontro contenuti che promettono miracoli, quindi guarigioni rapide, contatti con angeli, contatti con guide, descrizioni dettagliate dell’aldilà. Ora, io oggi non sono qui per dire che sia tutto falso, ma neanche per dire che sia tutto vero, perché non spetta a me stabilire dove sia la verità. Quello che posso fare oggi è invece fermarmi ad osservare, a riflettere e a portare la mia esperienza clinica.
Io lavoro quotidianamente con persone che cercano di ritrovare un legame con se stesse, con la propria dimensione spirituale, e proprio per questo vedo chiaramente un fenomeno nuovo: la spiritualità come grande mercato. Non stiamo parlando di fede o di pratica autentica, ma stiamo parlando di marketing. Corsi, promesse, percorsi rapidi, trasformazioni immediate, guarigioni energetiche, letture dell’aura, vite passate, comunicazioni con i defunti, tutto, tutto sta diventando contenuto. Offerta, prodotto e tutti quelli che si definiscono medium, maestri, stanno diventando anche influencer.
E qui entra il punto. Come stiamo usando noi queste pratiche? Come distinguiamo ciò che apre da ciò che anestetizza, ciò che integra da ciò che dissocia? La spiritualità può trasformarsi facilmente in una strumentalizzazione, in una fuga da noi stessi. E succede quando ci offre l’illusione che se troviamo il mantra giusto, la preghiera giusta, la pratica giusta, il nostro dolore sparirà. E quando questo non accade, perché purtroppo non è che recitando il mantra o facendo un rituale il dolore svanisce. Quindi non mettiamo in discussione l’idea di fondo, ma pensiamo che non funziona. E quindi passiamo subito a qualcun altro. Un altro mantra, un altro corso, un altro maestro, un’altra tecnica, un altro terapeuta.
Attraversare questa fase è umano, è comprensibile, perché in molti momenti della vita noi cerchiamo sollievo, cerchiamo contenimento, cerchiamo una risposta rapida che ci faccia smettere di soffrire, quindi è molto umano. Il problema nasce quando in questa fase ci fermiamo, quando ci blocchiamo lì e iniziamo a vivere i corsi, i maestri, gli insegnanti di yoga, le asana, i rituali, le preghiere, come se fossero oggetti spirituali da accumulare, consumare, sostituire. Quindi sì, anche la spiritualità può diventare mentale, può essere ridotta a concetti, a tecniche, a parole alte usate per spiegare tutto e soprattutto per non sentire, può diventare una raffinata strategia di difesa e quindi, invece di stare nel dolore, noi lo osserviamo dall’alto, invece di attraversarlo lo spiritualizziamo, invece di incarnare commentiamo.
In questo modo la spiritualità perde la sua forza trasformativa e diventa un prodotto, qualcosa che promette elevazione, pace, luce, ma che spesso ci allontana dal corpo, dalle emozioni, dalla verità cruda di ciò che siamo in quel momento. E allora la domanda diventa inevitabile. Come si fa a vivere la spiritualità in un modo che non sia una fuga, ma un incontro? Come può aiutarci davvero a trasformare, a trascendere, senza dissociarci e a unirci al divino senza usarlo per anestetizzarci? Forse il punto non è cercare nuove pratiche, ma cambiare postura interiore, cioè passare dal fare spirituale all’essere, nella verità una spiritualità che non promette di togliere il dolore, ma che ci insegna a stare, a sentire, a non scappare.
Una spiritualità che non ci separa dall’umano, con questa ricerca incredibile di questo spirituale, quindi questo di staccarci dal nostro corpo e dalla nostra umanità, ma la include, l’umanità, la attraversa, la onora. Perché ciò che davvero trasforma non è l’oggetto spirituale, ma la disponibilità radicale a incontrare noi stessi, così come siamo, senza scorciatoie. Tornando a radici antiche, io penso al Buddha, e il Buddha non chiedeva fede, non diceva credimi, ma diceva osserva cosa accade quando fai questo. Il vero problema oggi non è dubitare della pratica, ma usarla per bypassare il dolore, per spiritualizzare il trauma, o promettere liberazione invece di integrazione.
Il Buddismo, paradossalmente, è la tradizione più critica verso se stessa, perché ci ricorda di non attaccarci alle parole, ai rituali, al maestro, ma ci ricorda di verificare tutto nella nostra esperienza, ed è questo il criterio che vorrei portare oggi, attenzione a non confondere il dito con la luna. Viviamo in un’epoca di frammentazione identitaria, di solitudine relazionale, e di perdita di riferimenti simbolici, e le religioni tradizionali non parlano più il linguaggio dell’esperienza. La scienza da sola non risponde neanche alle domande esistenziali, così la spiritualità diventa libera, ma anche senza confini, senza contenimento, senza responsabilità simbolica, e quando non ci sono confini entra il marketing, e troviamo iperstimolazione e svuotamento interno.
Io credo che molte persone non soffrono perché manca qualcosa, ma perché manca senso, orientamento, appartenenza, e la spiritualità autentica risponde a bisogni profondi, dare significato al dolore, sentirsi parte di qualcosa di più grande, trovare un centro quando tutto intorno è instabile. Ma oggi il mercato osserva ciò che le persone vogliono e lo impacchetta, quindi che cos’è che le persone desiderano di più? Stare meglio? Guarire in fretta? Sentirsi speciali? Avere risposte chiare a problemi complessi? La spiritualità così diventa un prodotto, un’esperienza vendibile, un’identità da indossare, e una promessa da acquistare. Non più un cammino, ma un pacchetto pronto all’uso.
E qui entra la psicologia. Le persone che soffrono cercano controllo, salvezza, qualcuno che sappia, più di loro, e il marketing spirituale parla direttamente a questo bisogno. Quindi poi, io ho capito, io sono guarito, io posso portarti dove sono arrivato, ma questa dinamica, mi raccomando, crea dipendenza, non autonomia, se sentite qualcuno che vi dice queste parole. State attenti. La vera spiritualità restituisce la responsabilità, non promette la salvezza, non crea dei discevoli eterni, non crea dei pazienti eterni. Ed è molto meno vendibile, ovviamente, questo tipo di… questa nerità.
I social complicano ulteriormente le cose. L’algoritmo premia messaggi forti, identità chiare, promesse immediate, non premia il dubbio, la lentezza, il silenzio, la complessità. E quindi nasce così il personaggio spirituale. Sempre centrato, sempre risolto, sempre illuminato, una figura che nella realtà umana non esiste, ma funziona perfettamente nel marketing, e questo lo sapete bene. Se guardate social, vi ritrovate chiaramente in quello che vi sto dicendo. E questo clinicamente, non solo spiritualmente, è molto pericoloso. Confondere la crescita con la prestazione, guarire l’immagine, ma non il sistema nervoso, alimentare la dissociazione invece di integrazione. Capite il pericolo? Lo vedete?
Le persone non diventano più presenti, diventano più performanti spiritualmente. Chi pratica di più, chi viaggia di più in luoghi spirituali, chi sa più rituali, chi conosce più rituali, e qui tocchiamo il punto più profondo. Sempre più persone dicono di aver vissuto traumi e di esserne prigionieri. Ed è facile restare affascinati dai grandi oratori spirituali, ma il problema non è riconoscere il trauma, è come lo stiamo cercando di guarire. Il trauma non è un ricordo brutto da cancellare, è un’esperienza che il corpo e il sistema nervoso non hanno potuto integrare, e quando qualcosa non è integrato, non si risolve con una promessa e neanche con una scorciatoia.
Eppure oggi vedo molte persone che cercano il contrario di ciò che serve, le esperienze forti invece della stabilità, le spiegazioni cosmiche invece di ascolto, e la luce invece di contatto, e questo è ciò che in psicologia chiamiamo spiritual bypassing, cioè usare la spiritualità per non sentire il dolore invece che per attraversarlo. E molte pratiche spirituali, se usate senza radicamento, diventano una forma raffinata di dissociazione, persone che parlano di presenza, ma non sentono il loro corpo, persone che parlano di amore universale, ma magari faticano nella relazione concreta, parlano di risveglio, ma sono sempre più disorganizzate dentro.
Il dolore non chiede di essere superato, chiede riconoscimento, contenimento, accompagnamento, richiede lentezza, relazione, limite, presenza umana stabile. Il marketing spirituale promette il contrario, guarigione rapida, trasformazione immediata, liberazione definitiva, ma sappiamo bene che il nostro sistema nervoso non funziona così. Quando una persona che vive un dolore o un disturbo psicologico viene spinta verso pratiche intense senza sicurezza, può sentirsi certo inizialmente meglio, ma poi rischia di perdersi ancora di più successivamente, rischia di frammentarsi e di non sapere dove appoggiarsi.
La verità non è stato, beh, che non tutto ciò che eleva, guarisce, non tutto ciò che dà estasi, integra, e non tutto ciò che parla di luce è terapeutico. La vera guarigione è spesso meno spettacolare, quindi imparare a restare, lo ripeto, nel corpo, nella relazione, nel limite, e guarire non significa scoprire di essere tutti curanderi, di scoprire le vite passate, di essere super speciali, di avere dei poteri, di essere dei medium, significa diventare più umani.
Abbiamo tutti, in qualche misura, il bisogno di sentirci speciali, particolari e unici, sì, perché è un bisogno umano profondo, però a volte prende la forma del desiderio di poteri, energie speciali, qualità che ci distinguono dagli altri, qui che diventa pericoloso. Quando questo bisogno diventa competitivo, e quando si trasforma in un confronto costante, cioè a chi è più evoluto, a chi è più consapevole, a chi è più risvegliato, allora rischia di assumere una tonalità infantile del nostro essere adulti, perché alimenta l’ego invece di integrarlo.
Se riuscissimo a percepire la nostra unicità non come qualcosa che ci separa, ma come qualcosa che ci accomuna, unica come lo è chi mi sta di fronte, nello stesso modo, potremmo iniziare a riconoscere anche la nostra potenza psichica. Non quella che nasce dal sentirsi superiori, ma quella che emerge dal riconoscersi umani, limitati e presenti, anche di fronte a chi percepiamo come più forte o più saggio di noi.
Siamo arrivati al termine di questo episodio. La mia riflessione, però, non si chiude qui, continuerà nel tempo, nell’ascolto, nell’osservazione, e spero possiate unirvi a me in questo movimento, in questa ricerca, non per giudicare, ricordiamolo, non per schierarsi, ma per accogliere ciò che emerge, per sentirlo nel corpo e provare a integrarlo.
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Forse questo può aiutarci a utilizzare la spiritualità in modo più nutriente, meno confuso, ricercando ancore più solide tradizioni che hanno attraversato il tempo, maestri storici, riferimenti affidabili e soprattutto relazioni reali. Quindi non per delegare il nostro potere, ma per sostenere un cammino che tenga insieme profondità, responsabilità e umanità. E voglio chiudere parafrasando Pema Chodron, una monaca buddista americana, appartenente alla tradizione buddista tibetana Shambhala, è stata discepola di Chögyam Trungpa, potete leggere il suo pensiero a riguardo nel suo libro Se il mondo ti crolla addosso, e dice: Quando il mondo ti crolla addosso, e ti senti sul ciglio di un abisso, il test vero non è scappare, ma restare lì, vigile e aperto. La paura non scompare perché la attraversiamo nel momento presente. Ma proprio lì, sulla soglia dell’ignoto, impariamo che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di restare svegli, senza fuga, senza scappare verso l’illusione di un sollievo facile. È lì che la compassione si risveglia, e ogni difficoltà diventa insegnamento.
Se quello che hai ascoltato oggi risuona con te, sentiti libero di condividere il podcast, e se vuoi approfondire o entrare in contatto con me, vai sul sito www.darmapsicologia.it. Grazie per aver ascoltato un altro episodio. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
