La ricerca di saggezza e benessere interiore è un viaggio che molti intraprendono, sia che si tratti di praticanti spirituali, psicologi o semplicemente di persone in cerca di una maggiore consapevolezza. In questo contesto, l’esplorazione dei principi dello yoga di Patanjali offre spunti significativi per riflettere su come ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri.
Osservare i nostri comportamenti e le nostre reazioni quotidiane attraverso la lente di questi antichi principi può rivelarsi un’opportunità per sviluppare una maggiore presenza e consapevolezza. Non si tratta solo di regole da seguire, ma di strumenti per comprendere meglio la nostra esperienza umana e le dinamiche delle relazioni.
- Il legame tra relazioni esterne e mondo interiore.
- La presenza e la consapevolezza come strumenti di cambiamento.
- Il significato profondo dei principi di Yama nello yoga.
- La connessione tra filosofia dello yoga e psicologia.
- Il valore dell’auto-osservazione e della verità personale.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo lunedì di Dharma in Psicologia. C’è qualcosa che spesso facciamo fatica a vedere chiaramente in noi stessi. Il modo in cui ci relazioniamo agli altri è spesso lo stesso modo in cui ci relazioniamo al nostro mondo interiore. Nel giudizio, nel confronto, nel bisogno di controllo, nel desiderio di essere anche diversi da come siamo. E forse il primo passo non è cambiare immediatamente tutto questo, ma iniziare a osservarlo con più presenza e consapevolezza.
Per questo, entreremo nei primi cinque principi dello yoga di Patanjali, ovvero di Yama. Sono principi molto antichi, ma quando li osserviamo da vicino si scopre qualcosa di sorprendente. Parlano in modo estremamente concreto del nostro modo di stare nelle relazioni, nei desideri e anche nei conflitti quotidiani. E proprio per questo li sento molto vicini anche al lavoro psicologico e a ciò che accade in psicoterapia. Non come teoria astratta, ma come modi diversi di osservare la mente, il comportamento e il modo in cui noi entriamo in contatto con noi stessi e con gli altri.
Non li userò come regole da seguire, ma come lenti per leggere l’esperienza, provando a vedere cosa succede quando li portiamo dentro la vita reale, proprio così com’è. Nel prossimo incontro entrerò invece nei Yama, che sono i principi rivolti alla dimensione interiore della pratica. Ma quello che condivido oggi non è rivolto solo a chi pratica yoga, ma a chiunque si riconosca nell’esperienza di essere umano con una dimensione anche interiore spirituale.
Lo yoga, lo ripeto spesso, non è soltanto ciò che oggi viene associato alle posture corporee. Ormai sono visibili ovunque, sui social, nelle palestre, nelle conversazioni quotidiane, persino nelle scuole dei propri figli. Adesso si fa yoga, dico fortunatamente. Siamo immersi nello yoga, ma molto spesso si tratta solo della sua forma più esterna, quella che potremmo definire pratica fisica. E invece lo yoga nella sua origine è molto di più.
La cosa che trovo particolarmente significativa, anche dal mio punto di vista di psicoterapeuta, è quanto la filosofia dello yoga risuoni con il lavoro clinico e terapeutico. La ritrovo nelle parole che io utilizzo, nel modo in cui leggo le dinamiche psichiche e negli strumenti esperienziali che propongo, sempre in modo diverso e personalizzato.
Proprio perché mi viene spesso chiesto come la pratica dello yoga si intrecci con la vita quotidiana e soprattutto con la salute mentale, ho pensato di dedicare questi due incontri a una prima introduzione, non esaustiva, ma un primo avvicinamento. È anche un modo per condividere quello che considero un grande patrimonio di conoscenza, ovvero gli insegnamenti degli yoga sutra di Patanjali.
Patanjali è considerato il sistematizzatore dello yoga classico, colui che ha raccolto e organizzato, in forma di sutra, una conoscenza trasmessa fino ad allora, soprattutto in modo orale, frammentato. Non si sa con certezza se sia stata una singola persona o una figura simbolica, ma a lui viene attribuito il testo degli yoga sutra, in cui non inventa lui questi principi, ma, come ho detto, li raccoglie, li struttura, a partire da una tradizione già esistente.
I cosiddetti dieci principi, ovvero yama e niyama, non nascono come regole teoriche, ma come osservazioni profonde sul funzionamento della mente, delle relazioni, del mondo in cui l’essere umano si rapporta a se stesso e al mondo. Sono il tentativo di dare forma a qualcosa di profondamente esperienziale, quindi come viviamo, come soffriamo, come ci relazioniamo, come possiamo sviluppare maggiore consapevolezza.
Patanjali li suddivide in due gruppi, cinque principi ciascuno che riguardano il nostro modo di stare in relazione con il mondo e con gli altri. Yama e cinque principi che descrivono invece un percorso più interno, niyama. Oggi ci soffermeremo su yama, ciò che accade tra noi e il mondo, nelle relazioni, nei conflitti, nel modo in cui entriamo in contatto con l’altro.
Gli yama sono spesso tradotti come regole etiche, ma io non li sento come regole, li sento come cinque soglie interiori, cinque modi in cui la coscienza si affina quando smette di reagire automaticamente al mondo. Non parlano di diventare persone migliori, parlano di diventare più presenti a ciò che accade dentro di noi mentre viviamo relazioni, scelte, desideri, paure.
Dal punto di vista psicologico potremmo dire che gli yama sono un modo antico per osservare come l’ego si muove nel mondo e come può imparare a non distruggere, a non trattenere e a non forzare.
Primo principio, ahimsa. Ahimsa è la non violenza, non è solo il non fare male, è il momento in cui ti accorgi di come ti parli dentro, prima ancora di parlare agli altri. In termini psicologici, è la capacità di interrompere il circuito automatico dell’aggressività, dell’autogiudizio nel corpo e quella micropausa in cui senti che stai per irrigidirti e scegli di non chiuderti.
E allora la domanda non è: sono una persona non violenta? Ma diventa: quante volte al giorno mi tratto come se fossi un nemico? Vi assicuro che molte persone si abitano dentro con uno sguardo che non è neutro, anzi è uno sguardo pesante, accusatorio, giudicante, come se dentro di noi ci fosse una parte che non osserva soltanto, ma che valuta, condanna, e così finiamo per diventare i nostri stessi nemici.
Non è qualcosa di astratto, si infiltra ovunque questo modo di pensare, nelle relazioni dove non ci sentiamo mai abbastanza, nelle amicizie dove temiamo di essere troppo o troppo poco, nel lavoro dove cerchiamo continuamente l’errore come prova del nostro valore. A un certo punto non stiamo più vivendo la realtà, stiamo cercando invece conferme di un’idea che abbiamo già dentro, e basta poco, un inciampo, una parola sbagliata, un risultato che non arriva, e subito quella voce interna si attiva. Vedi, avevo ragione, non sono capace, non sono abbastanza, non sono buono.
Secondo principio, Satia. Satia è verità, onestà, autenticità nelle parole e nelle azioni, ma prima ancora di dire la verità agli altri vale la pena chiedersi quanta verità riusciamo a tollerare dentro di noi, perché Satia non è solo dire la verità, è il grado di contatto che abbiamo con ciò che è reale anche quando non ci piace.
È spesso la prima verità che evitiamo, la prima verità che noi effettivamente andiamo ad evitare è proprio quella di noi stessi, chi siamo noi. Non è sempre una doggia esplicita, a volte è una narrazione addolcita, al contrario può essere anche una narrazione durissima che deriva un po’ dallo sguardo familiare che ci portiamo dietro.
Dal punto di vista psicologico, Satia riguarda la capacità di stare nella realtà senza deformarla troppo per proteggere la nostra identità, e la mente fa questo, modella la realtà per renderla sopportabile. Ma qual è il prezzo? È che smettiamo di vedere chi siamo veramente. E allora la domanda non è: sto dicendo la verità? Ma quanto sono disposto a vedere la verità su di me, sulle mie relazioni, sui miei bisogni, senza scappare in una versione più tollerabile, perché esiste una verità che libera e una che fa male all’inizio.
Spesso confondiamo il dolore con l’errore, quando è solo il contatto che qualcosa non stava venendo fuori, cioè non stavamo veramente guardando quella cosa lì.
Terzo principio, Asteia. Asteia è il non rubare, anche nel senso di non appropriarsi di ciò che non ci spetta, o non desiderare in modo compulsivo ciò che appartiene agli altri. Spesso desideriamo ciò che è fuori da noi, perché lo percepiamo come più forte, più equilibrato, più interessante, e sento spesso dire dai miei pazienti: lui sta meglio di me, lei è sicuramente più felice di me. E alla domanda su come lo sappiamo, la risposta è: perché si vede.
In quel momento stiamo desiderando qualcosa che crediamo non sia in noi e lo cerchiamo fuori. Questo può aprire invidia, competizione non sana, gelosia patologica, e lentamente smettiamo di costruire il nostro percorso, sentendoci vuoti, sentendoci a metà, e nasce il desiderio di prendere dall’altro la sua completezza, la sua forza, il suo equilibrio, come se lì ci fosse qualcosa che ci manca.
Ma Asteia in profondità parla di altro, parla del momento in cui smettiamo di vivere la nostra vita come incompleta, perché spesso non è la vita mancarci di qualcosa, ma è lo sguardo con cui la attraversiamo.
Il punto non è smettere di desiderare, perché desiderare è bello, è un motore, ma chiedersi principalmente da dove nasce questo desiderio? Nasce da una mancanza cronica o da un contatto reale con ciò che sentiamo possibile per noi? Quando il desiderio è sempre fuori, l’altro diventa uno specchio deformato, ma quando quel movimento si riporta dentro, qualcosa cambia, non perché smettiamo di vedere gli altri, ma perché smettiamo di usarli come misura del nostro valore, e il vuoto lentamente diventa uno spazio abitabile.
Quarto principio, Brahmacharya. Brahmacharya è moderazione e uso consapevole dell’energia vitale. Spesso è tradotto come astinenza sessuale, ma in una lettura più ampia riguarda il modo in cui viviamo l’energia, e non è solo l’energia sessuale, è energia vitale, perché l’energia sessuale è dentro energia vitale, l’energia con cui pensiamo, ci relazioniamo, lavoriamo, ci distraiamo, è l’energia che scorre in tutto ciò che siamo.
Se lo guardiamo da un punto di vista psicologico, Brahmacharya parla moltissimo di dispersione, di come oggi la nostra attenzione venga continuamente frammentata, di come passiamo da uno stimolo all’altro senza quasi accorgercene. Ma non è solo un tema mentale, è un tema energetico, perché ogni volta che ci spostiamo rapidamente da un pensiero all’altro, da una relazione all’altra, da un’emozione a una distrazione, qualcosa si consuma, non in senso astratto, ma proprio nel corpo.
È come se la nostra energia vitale venisse continuamente versata fuori senza mai avere il tempo di ritornare al centro. E questo nel tempo può creare stanchezza, confusione, esitabilità, ma anche una sensazione più sottile, quella di non essere mai davvero presenti in quello che stiamo vivendo, come se fossimo sempre un passo oltre rispetto a noi stessi.
E allora Brahmacharya non diventa più un’idea di controllo o rinuncia, diventa una domanda concreta: dove sto andando con la mia energia in questo momento? Sto scegliendo consapevolmente oppure sto semplicemente reagendo a ciò che mi chiama più forte?
Ultimo principio, A pari graa. A pari graa è non accumulo, non avidità, capacità di non attaccarsi ai beni materiali. Qui ritroviamo anche il concetto di non attaccamento di cui parla il buddismo. Quante cose compriamo ogni giorno? Soprattutto in che stato d’animo le compriamo? Spesso accumuliamo oggetti che finiscono per riempire case, garage, spazi, ma anche spazi interni, oggetti che provano a colmare dei vuoti, per non sentire, oppure oggetti che cercano di dimostrare, prima noi stessi e poi agli altri, quanto valiamo, quanto siamo riusciti, quanto siamo giusti, anche a livello di immagine, di identità sociale.
Tutti conosciamo il libro Avere o Essere, scritto nel 1976 da Eric Fromm, eppure il tema resta estremamente attuale. L’essere umano ha sempre avuto questa tendenza a identificarsi con ciò che possiede, con ciò che ha, come se l’avere potesse validare la propria autenticità.
Ma dentro di noi portiamo un’altra direzione possibile, il seme dell’essere, del sentire, del riconoscere ciò che siamo al di là di ciò che accumuliamo, del seguire un percorso che non ha bisogno continuamente di essere dimostrato all’esterno. È facile perdersi, lo so, soprattutto oggi, in un tempo in cui il valore sembra spesso coincidere con ciò che si mostra, con ciò che si possiede, con ciò che si può esibire, e allora pari-grà diventa quasi una domanda silenziosa: sto vivendo per accumulare o sto vivendo per sentire?
Se osserviamo tutti questi principi insieme, ahimsa, satia, asteia, brahmacharya, pari-grà, ci accorgiamo che non sono semplicemente regole di comportamento, non sono qualcosa da applicare dall’esterno, sono piuttosto uno specchio della coscienza, un modo per osservare come ci muoviamo nel mondo, e soprattutto come ci muoviamo dentro di noi, perché alla fine ogni yama non parla solo di ciò che facciamo, parla dello stato interno da cui partono le nostre azioni.
Ahimsa ci mostra la violenza sottile con cui a volte ci trattiamo. Satia ci mette davanti a quanto siamo disposti a vedere davvero. Asteia ci rivela dove sentiamo di mancare, e quindi cosa inseguiamo fuori. Brahmacharya ci parla di come distribuiamo la nostra energia spesso senza accorgercene. A pari-grà ci invita a considerare come stiamo cercando di trattenere per non sentire il vuoto.
Forse messi insieme non ci chiedono di diventare qualcuno di diverso, ci chiedono qualcosa di più semplice, molto più difficile comunque allo stesso tempo, cioè di diventare più presenti a ciò che già siamo, senza aggiungere continuamente, senza togliere continuamente, e senza dover dimostrare, solo imparando a guardare, perché è da quello sguardo che lentamente cambia tutto il resto.
