Il bisogno di controllo è un tema che tocca profondamente la nostra vita quotidiana. Spesso, chi cerca di controllare ogni aspetto della propria esistenza non è una persona rigida, ma qualcuno che ha vissuto insicurezze e imprevisti. Questo desiderio di avere tutto sotto controllo può trasformarsi in uno stile di vita che ci allontana dalla spontaneità e dalla creatività.
Riflettere su questo meccanismo difensivo ci invita a considerare le origini delle nostre strategie di autoprotezione e a riconoscere come queste possano influenzare le nostre scelte e il nostro benessere. La consapevolezza diventa quindi un primo passo fondamentale per affrontare il bisogno di controllo e per riappropriarci della nostra vita.
- Il bisogno di controllo come meccanismo difensivo.
- Le origini del bisogno di controllo nell’infanzia.
- Le conseguenze fisiche e psicologiche del controllo eccessivo.
- La consapevolezza come primo passo per affrontare il controllo.
- Domande gentili per esplorare il proprio bisogno di controllo.
- Pratiche per allenarsi a lasciare andare il controllo.
Trascrizione
Ed ora immergiamoci nel tema di oggi e parto con una domanda. Ti capita mai di voler controllare tutto? Gli imprevisti ti fanno sentire fuori posto, quasi in allarme? A volte chi cerca il controllo non è una persona rigida o fredda, ma spesso qualcuno che ha vissuto insicurezza, caos, imprevedibilità. Voglio parlarti del bisogno di controllo come meccanismo difensivo, ma anche di come, senza accorgercene, possa diventare uno stile di vita che ci allontana dalla vita stessa.
Perché ho scelto questo argomento? È un tema attuale e spesso è una difficoltà che molti vivono quotidianamente, perché va ad introdursi in tutti gli ambiti. Cerchiamo di capire innanzitutto cosa vuol dire controllare e cosa vogliamo controllare. In psicologia, il bisogno di controllo è spesso legato ad una forma di autoprotezione, quindi non è un difetto del carattere o un tratto da correggere a forza, ma è piuttosto una strategia profonda che spesso nasce in tempi molto lontani.
Immagina un bambino che cresce in un ambiente instabile, caotico, dove non sa mai cosa aspettarsi, magari un ambiente dove gli adulti cambiano umore facilmente, dove manca prevedibilità, dove le emozioni non sono contenute. In uno scenario del genere, il bambino sviluppa delle strategie interiori per sopravvivere, e una di queste è proprio il controllo. Non sto dicendo che tutti quelli che hanno bisogno di controllare hanno vissuto questa situazione.
Controllare, o almeno cercare di farlo, diventa una forma di calmare l’ansia, di sentirsi al sicuro, perché la mente si abitua a prevedere, ad anticipare, a organizzare tutto, così da ridurre al minimo il rischio di sorpresa o di dolore. È un modo per proteggersi, come dire: se riesco a controllare, non mi farà più male, o non mi potrà fare male. Questa modalità apparentemente funzionale, perché ci fa stare bene, poi cresce con noi, ci accompagna anche nell’età adulta. Ci ritroviamo a pianificare ogni cosa, a voler sapere tutto in anticipo, a cercare sempre risposte rapide, decisioni chiare, rassicurazioni esterne.
Tutto questo non è solo una questione di carattere o di perfezionismo, sono spesso strategie antiche, sedimentate, che ci aiutano a placare un sottofondo di ansia, un senso di instabilità profondo. Il problema nasce quando queste strategie diventano automatiche, inconsapevoli. Quando non siamo più noi a scegliere, ma è il controllo a scegliere per noi, e allora anziché proteggerci, ci regrediamo, ci allontaniamo dalla spontaneità, dalla creatività, dalla fiducia. Iniziamo a vivere in uno stato di allerta costante, come se fossimo sempre in attesa che qualcosa ci sfugga di mano.
È così importante portare consapevolezza a questi automatismi, non pregiudicarli, ma guardarli con gentilezza, riconoscerne l’origine e piano piano imparare a lasciarli andare, almeno un po’, quando non ci servono più. Quando meno ce lo aspettiamo, il bisogno di tenere tutto sotto controllo smette di essere solo una reazione ansiosa e diventa uno stile di vita. Quando non abbiamo consapevolezza di questi automatismi, diventa anche un nostro modo di vivere, e tutte le nostre scelte, anche quelle più leggere, più piccole, iniziano a seguire binari rigidi, ripetitivi, conosciuti. Non possiamo più permetterci l’imprevisto; l’imprevisto ci appare nemico, e qualsiasi deviazione dal noto diventa pericolosa, ansiogena, non ce lo possiamo permettere.
A volte, perfino uscire dall’autostrada e prendere una strada di campagna, magari più lenta, piena di curve, può diventare un’esperienza faticosa, carica di disagio. Ci ritroviamo a discutere con il partner, proprio lì in macchina, perché quella deviazione ci ha tolto dal viaggio sicuro, rilassato, che avevamo in mente. Questo è solo un piccolo esempio, ma dice molto. Ci mostra come, senza accorgercene, il bisogno di controllo può iniziare ad intralciare la nostra vita, e così a farne le spese è la nostra energia, la nostra fluidità. Restare così a lungo in allerta, sempre in tensione, ha un costo alto, e questo costo si manifesta anche nel nostro corpo: dolori al collo, alla schiena, emicranie frequenti, disturbi gastrointestinali, sbalzi nell’appetito, abbuffate o digiuni prolungati. Tutti questi sono segnali di un corpo che non riesce più a lasciar andare, che non si sente più al sicuro, perché la mente prova lo stesso.
Incontro tante persone che si avvicinano alla spiritualità, alla meditazione, alla ricerca interiore, eppure il controllo entra anche qui, in questi spazi che dovrebbero aiutarci a mollare la presa. Si cercano mantra per calmare l’ansia, ma solo se funzionano subito. Si cerca la risposta giusta, rapida, risolutiva, e se la terapia non produce effetti in pochi giorni, o in qualche settimana, non funziona. Figuriamoci, la spiritualità, quella pratica, non mi ha cambiato niente. A volte sento dire: sì, ci ho provato, però non è successo niente, i miei pensieri sono gli stessi, mi muovo sempre allo stesso modo, e pensate che a volte quella pratica non è durata nemmeno una settimana.
Ci confrontiamo con gli insuccessi, non siamo in grado, non siamo capaci, stiamo troppo male, oppure mettiamo in discussione il terapeuta, il medico, la pratica, riusciamo a mettere in discussione persino il maestro. Nel frattempo ci allontaniamo da noi stessi, perdiamo il senso della fiducia, della connessione con la vita, e anche la fiducia con ciò che accade, così com’è.
Cosa possiamo fare? Provo a fare un po’ più di chiarezza. Il primo passo non è mollare il controllo di colpo. Non si tratta di forzare un cambiamento improvviso, neanche di sentirsi sbagliati. Abbiamo bisogno di prevedere, di pianificare, di tenere le redini. Il primo passo, come spesso accade nei percorsi interiori, è accorgersi, cioè diventare consapevoli. Accorgersi quando ci rigidiamo, quando tutto deve andare esattamente secondo i nostri piani, quando l’idea di non sapere ci mette a disagio, o accorgerci quando l’incertezza spaventa più dell’eventuale dolore.
Iniziare a porti domande gentili, che non giudicano, ma illuminano, cioè portano luce. Cosa sto cercando di evitare? Di cosa ho davvero paura? Sotto questo mio volere organizzare così tanto, sotto questo bisogno di tenere tutto sotto controllo, cosa potrebbe succedere dentro di me se lasciassi andare anche solo un pochino? Queste domande non richiedono risposte immediate. A volte solo il fatto di porsele inizia a creare uno spazio, spazio tra il pensiero automatico e la scelta consapevole, spazio tra il controllo e la fiducia.
Da lì puoi iniziare con piccoli gesti: lasciare qualcosa in sospeso, accettare di non avere una risposta, permettere a qualcuno di scegliere per te una volta, anche solo per una cosa semplice, un film, un ristorante, una strada da percorrere. Oppure restare in ascolto, anche se non capisci tutto quello che sta accadendo dentro e fuori di te, anche se dentro senti bisogno di definire, incasellare, decidere. È difficile, lo so, a volte spaventa, ma è proprio lì, in quel punto di apertura, che può nascere qualcosa di nuovo, e da lì che inizia la fiducia.
La fiducia, non come qualcosa di magico, mistico o astratto, ma come una qualità dell’essere che si sviluppa nel tempo. Ogni volta che ti permetti di non sapere, di non controllare, e ti accorgi che nonostante tutto, sei ancora qui, intero. Fiducia di questo, di sentirti sicuro abbastanza, di sentirti connesso alla vita che accade.
Ti va di provare un semplice esercizio per allenarti a mollare un po’ la presa? Ti consiglio questa pratica: un minuto senza controllare nulla. Ce la puoi fare per un minuto? Sì, sono sicura. Trova una posizione comoda, non devi fare nulla di speciale. Chiudi gli occhi, oppure semplicemente abbassa lo sguardo. Prova per un minuto, 60 secondi, a non controllare nulla. Non controllare il respiro, non correggere la postura, non cercare sensazioni particolari. Semplicemente lascia che tutto sia come già è. Anche se ti sembra confuso, non bello, che ti crea ansia, nervosismo, lascia che tutto sia già com’è, un minuto. Lascia il respiro come viene, i pensieri come arrivano, il corpo così com’è. Magari non succede niente, o magari sì. Non lo sappiamo, non è questo l’obiettivo di questo esercizio. In entrambi i casi va bene così.
Quando poi ti senti pronto, fai un piccolo movimento, muovi le dita, allunga le spalle, e porta con te questa domanda: cosa cambia in me quando smetto di voler cambiare qualcosa? Ricorda, questo minuto non trasformerà la tua vita, ma forse può essere l’inizio, un piccolo varco, una crepa nel muro del controllo che ci tiene sempre in tensione. Le risposte che cerchiamo con affanno, in modo caotico, non arrivano, proprio per via del caos, della paura e della confusione. E forse, ed è anche la cosa più difficile da accettare, non sono probabilmente nemmeno le risposte che ci aspettiamo, quelle che ci possono aiutare.
Dobbiamo allenarci con dolcezza, con fiducia, e quindi fidarci della vita, del respiro, di chi ci ama. Fidarci che le cose saranno più chiare, e ci sarà un tempo più giusto, più maturo per capirlo. Un tempo in cui saremo più tranquilli per sentire, riconoscere, osservare, perché la fiducia fa bene, riscalda il cuore e ci permette finalmente di riposare.
Prova anche solo per un istante a immaginare la tua mente che non deve più domare la tempesta, non deve più analizzare, non deve più risolvere, spiegare, ma può semplicemente stare, respirare, riposare.
Siamo arrivati al termine di questo intervento e desidero condividere con tutti voi alcuni libri che possono aiutare a ritrovare la fiducia nel processo della vita. Il primo libro che vi consiglio è Il coraggio di non piacere, di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga. È un libro dialogico ispirato alla psicologia di Adler, parla di libertà interiore, di bisogno di approvazione, di controllo, di accettazione.
Il secondo libro, Lasciare andare, di David Hawkins, è un libro più spirituale, ma con una base psicologica chiara, parla di come tratteniamo le emozioni, i pensieri, e di come imparare a lasciarli andare in modo consapevole.
Il terzo libro, La trappola della felicità, di Russ Harris, è basato sulla acceptance and commitment therapy, quindi con l’utilizzo delle tecniche mindfulness, e aiuta a capire come l’evitamento del dolore, quindi il bisogno di controllo, in realtà ci rende più infelici. L’autore propone strumenti pratici per stare con ciò che c’è.
L’ultimo libro, Se il mondo ti crolla addosso, di Pema Chodron, offre un approccio buddista a lasciare andare il controllo, abbracciare l’incertezza e trovare pace anche quando non è chiaro assolutamente niente. Vi consiglio di leggere uno di questi libri, perché sono veramente di grande aiuto.
