Il percorso verso il benessere interiore è un tema che tocca profondamente la nostra esistenza. Spesso, ci troviamo a riflettere su cosa significhi realmente “stare bene” e su come le nostre scelte possano influenzare il nostro stato mentale e spirituale. In questo contesto, è fondamentale esplorare la distinzione tra responsabilità e colpa, e come questa possa guidarci verso una vita più consapevole.
La responsabilità, nel dharma, non è un peso morale, ma piuttosto un’opportunità per riconoscere le nostre intenzioni e le azioni che ne derivano. Attraverso esempi concreti, possiamo comprendere come le qualità mentali salutari possano aiutarci a superare le dinamiche di sofferenza e a riscrivere la nostra storia personale.
- La differenza tra responsabilità e colpa nel contesto del dharma.
- Il ruolo delle qualità mentali salutari e non salutari nelle nostre scelte.
- Come le esperienze personali influenzano il nostro benessere interiore.
- La possibilità di trasformare la sofferenza attraverso la consapevolezza.
- Il dialogo tra psicologia e pratiche spirituali per il benessere.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo incontro di Dharma e Psicologia. Oggi ci soffermeremo su una domanda che sembra semplice, ma che in realtà tocca il cuore del nostro percorso umano e spirituale: cosa significa stare bene, ma soprattutto cosa significa scegliere di muoversi verso il bene e verso il benessere, invece di lasciarsi trascinare da dinamiche che continuano a generare sofferenza.
Sappiamo che nessuno sceglie consapevolmente il dolore. Per questo, prima di proseguire, vi invito a fare una cosa insieme: posate per un momento giudizi, emozioni negative che possono attivarsi e che possono anche muovere la nostra mente verso il dubbio, e provate a trovare quel piccolo spazio di apertura che permette alla mente di vedere nuove possibilità, nuovi punti di vista differenti. Quindi, non credete a tutto ciò che state ascoltando, ma siate semplicemente aperti alla possibilità.
Questo lo possiamo fare solo in un modo: eliminando dal nostro vocabolario la parola colpa. Nel dharma, la colpa non esiste, perché tutto si muove attraverso tre dimensioni: la qualità delle nostre intenzioni, le azioni che ne derivano e il karma, cioè gli schemi che continuiamo a coltivare. C’è quindi responsabilità, certo, ma non c’è colpa. La responsabilità nel dharma non è un peso morale, è il potere di riconoscere dove possiamo portare luce, discernimento e trasformazione.
Allora, prendiamo insieme questo sentiero e vediamo dove ci conduce. Per iniziare, vi porto due brevi esempi ispirati alla realtà clinica di persone che si trovano nella stessa situazione di vita, ma che rispondono in modo diverso: una attingendo alle qualità salutari della mente, ovvero i kusala dhamma, e l’altra rimanendo intrappolata nelle qualità non salutari, gli akusala dhamma.
Primo esempio di caso clinico: quando prevale la kusala dhamma, cioè quelle qualità mentali che non sono salutari. Il caso di Marta. Marta ha trentott’anni, è una donna sensibile e molto disponibile, che per anni ha vissuto relazioni in cui si è sentita svalutata. Quando arriva in terapia, sta attraversando l’ennesima delusione: un partner emotivamente sfuggente che per mesi le ha promesso vicinanza e poi si è tirato indietro. La prima cosa che Marta dice è: “Non capisco perché mi capitano sempre questi uomini”. Questo pensiero, apparentemente innocuo, in realtà attiva una serie di akusala dhamma, ovvero rimogenio, autosvalutazione, attaccamento alla narrazione del vittimismo, paura di rimanere sola, avversione verso se stessa per non aver capito prima. Queste qualità la portano a ripetere esattamente ciò da cui vuole uscire. Ogni volta che Marta si sente sola dopo una discussione, prende il telefono e gli scrive, non perché lo decida davvero, ma perché l’ansia ha preso il volante. Ogni volta che lui risponde in modo freddo, Marta conclude: “È vero, io non valgo abbastanza”. Quindi, il punto chiave è questo: non è il fatto esterno a farla soffrire, ma la qualità mentale con cui attraversa questa situazione. Il suo sistema mente-corpo attiva un automatismo, e quell’automatismo del non visto le impedisce di scegliere. Non è una colpa, quindi, la ripetizione comportamentale di Marta, è un akusala dhamma in azione, cioè sono quei pattern non salutari che restringono la percezione e riducono lo spazio di libertà, e questi poi si ripropongono continuamente.
Nell’esempio numero due, vediamo quando emerge l’akusala dhamma, cioè quelle qualità mentali salutari. Vediamo il caso di Marco. Marco ha quarantacinque anni. Dopo anni di lavoro in azienda, arriva in un momento in cui si sente di stare andando in pezzi: non dorme, si sveglia con il cuore accelerato, è irritabile con tutti. Il suo primo impulso sarebbe continuare a lavorare il doppio per non cadere, come dice lui. Ma in una delle prime sedute, mentre respira, Marco si accorge di qualcosa: la paura di fermarsi. E nel momento in cui vede questa paura, qualcosa cambia. Non è ancora un cambiamento esterno, ma è lo spazio di un’altra possibilità. Qui si iniziano ad attivare l’akusala dhamma, che sono le qualità mentali salutari, considerate nel dharma veri fattori di guarigione. Con un lavoro terapeutico, si attivano consapevolezza, cioè sati, curiosità compassionevole, coraggio di vedere ciò che fa male, gentilezza verso la propria fatica e capacità di distinguere il bisogno reale dall’impulso. Marco non è ancora zen, così come si voleva definire lui, non è ancora sereno, ma nota che quando sente arrivare il panico, può fermarsi a sentire il corpo invece di buttarsi nel lavoro in modo compulsivo. Un giorno, anziché restare in ufficio fino a tardi, decide di andare a camminare. È un gesto semplice, ma nasce da un’intenzione più sana. Quando il corpo si rilassa, gli arriva un pensiero nuovo: “Posso aiutarmi, posso fare scelte diverse”. Non siamo nel trionfo spirituale, ma è un grande passo di responsabilità senza colpa. Quindi, kusala dhamma in azione.
Questi due esempi mostrano chiaramente la differenza tra il pensare “è colpa mia” o “è colpa dell’altro”, quindi siamo sempre in un ambito colpa, invece di riconoscere che abbiamo un ruolo attivo nelle scelte che compiamo. Quando ci spostiamo dalla colpa, con tutto il suo carico di vergogna e rigidità, a uno stato mentale in cui ci vediamo protagonisti, accade qualcosa di potente. Iniziamo a riconoscerci come esseri umani che inciampano, cadono, si rialzano, imparano e cambiano. Smettiamo di incolpare qualcuno, noi stessi, gli altri, smettiamo di proiettare all’esterno i nostri dolori e i nostri insuccessi. “È colpa del mio compagno perché non mi fa sentire amata”, “è colpa di mia moglie perché mi aggredisce”, e iniziamo invece a vedere la possibilità di riscrivere la nostra storia. Ed è qui che il dharma diventa vivo, quando prende forma in questo movimento interiore di responsabilità senza colpa, gentilezza senza passività, lucidità senza autocritica distruttiva.
Cosa sono kusala e akusala dhamma? Nel dharma, le categorie fondamentali che determinano se un’azione, parola o pensiero ci conducono verso libertà o sofferenza sono, come vi ho già anticipato, kusala e akusala. Kusala significa salutare, abile, che conduce alla liberazione, che purifica la mente. Un dhamma kusala genera chiarezza, stabilità, apertura, compassione, saggezza e presenza. Le azioni motivate da stati kusala creano karma positivo, cioè condizioni favorevoli per la crescita, per l’equilibrio e per la libertà. Esempi: intenzione sincera di non nuocere, gentilezza, rinuncia a pattern dannosi, consapevolezza, capacità di fermarsi prima di reagire.
Akusala significa non salutare, confuso, che alimenta la sofferenza, che oscura la mente. Un dhamma akusala genera attaccamento cieco, avversione reattiva, ignoranza, autosabotaggio, inconsapevolezza e rigidità. Le azioni motivate da stati akusala creano karma che perpetua la sofferenza. Esempi: reagire senza consapevolezza, colpevolizzarsi o colpevolizzare, restare in pattern relazionali dannosi, odiare, nutrire risentimento o evitare ciò che farebbe crescere.
Il buddismo, sia chiaro, non dice mai: “Sei tu che vuoi soffrire”. Dice invece: “Dentro di te si attivano stati mentali kusala e akusala, puoi imparare a riconoscerli e a scegliere quali nutrire”. Quindi non è colpa, non è giudizio, non è moralismo, è alfabetizzazione della mente. I kusala dhamma corrispondono in psicologia alla resilienza, al coping positivo, alla regolazione emotiva, all’empatia e alla gratitudine. Gli akusala dhamma corrispondono agli schemi disfunzionali, ai bias cognitivi, ai comportamenti impulsivi e autosabotanti.
Ecco che il dhamma ci insegna ad allenare la mente, non come colpa, ripeto, ma come capacità di riconoscere schemi e dinamiche, come le chiamiamo in psicologia, disfunzionali, e scegliere quali nutrire, quali trasformare. Possiamo diventare protagonisti del nostro percorso mentale senza sentirci vittime delle emozioni o dei pensieri.
Molti mi chiedono: “Posso stare bene? Posso guarire dagli attacchi di panico, dalla depressione, dal disturbo d’ansia?” La risposta è sì, è possibile migliorare significativamente. Questi disturbi possono avere ovviamente diversi gradi di gravità e spesso possono essere trasformati con interventi psicologici come terapia, tecniche di regolazione emotiva, mindfulness, anche senza farmaci. Altre volte, invece, a causa della gravità o dell’impatto sulla vita quotidiana, è importante integrare anche la farmacologia. Quindi, andare non solo da uno psicologo, ma anche da uno psichiatra che ci farà una diagnosi, una visita e ci consiglierà i farmaci giusti per la nostra mente, per la nostra persona, per il nostro corpo.
Attacchi di panico, ansia, depressione non sono segni di debolezza personale. È importante sapere questo. Sono risposte automatiche del sistema nervoso e schemi consolidati nel tempo. Dal punto di vista buddista, la pratica consapevole non cancella la sofferenza, ma ci permette di osservarla senza esserne schiavi, riconoscere i pattern disfunzionali e sviluppare qualità salutari della mente, chiedendo aiuto quando vediamo che da soli non riusciamo.
Quando parliamo di disturbi mentali più gravi, come schizofrenia, disturbo bipolare, disturbi ossessivo-compulsivi severi, il percorso è più complesso e richiede un intervento multidisciplinare. Quindi, richiede l’intervento dello psicologo, dello psichiatra, della farmacologia e il loro supporto sociale. La pratica di consapevolezza può offrire strumenti aggiuntivi, certo che li offre, può aiutare a stabilizzare l’attenzione, a osservare gli stati mentali senza esserne sopraffatti e a sviluppare così gradualmente kusala dhamma.
È importante introdurre meditazioni, visualizzazioni, pratiche di energia o discorsi spirituali con attenzione. Bisogna valutare tempi e compatibilità con il disturbo, per questo è sempre consigliabile essere eseguiti da un professionista esperto sia nell’ambito clinico sia in quello spirituale. In sintesi, anche per disturbi gravi, il benessere e l’equilibrio sono possibili se si combinano con interventi clinici e pratiche consapevoli, in modo strutturato, sicuro e personalizzato, perché ogni persona è diversa dall’altra.
Siamo arrivati al termine di questo incontro, ma prima di chiudere voglio suggerirvi alcuni libri sull’argomento. So che apprezzate molto i miei consigli, perché me lo scrivete spesso. Mi chiedete anche altri titoli su argomenti di vostro interesse, quindi grazie di cuore per il vostro interesse a riguardo. Ecco i libri che ho scelto per voi oggi:
Primo libro: Pensieri senza un pensatore di Mark Epstein, uno dei classici contemporanei che integra psicoterapia occidentale e insegnamenti buddisti. Se cerchi un ponte tra trauma, memoria, sofferenza e pratica consapevole, questo testo è un riferimento chiave.
Secondo libro: Psicoanalisi e buddismo zen di Erich Fromm e Suzuki, un classico che esplora le convergenze e le tensioni tra la tradizione zen e la psicoanalisi occidentale, con uno sguardo critico e profondo sulle radici della sofferenza.
Terzo libro: Le parole del mio maestro perfetto, Patrul Rinpoche, per chi desidera una base più tradizionale e spirituale. Questo libro introduce con chiarezza gli insegnamenti fondamentali del buddismo tibetano, utili anche come orientamento interiore.
Quarto libro: Il cuore dell’insegnamento del Buddha di Thich Nhat Hanh, un testo accessibile e profondamente umano, che può diventare una guida per coltivare consapevolezza, compassione e presenza nella vita quotidiana.
Ultimo libro: Coscienza, ponti sottili tra buddismo e scienza, interessante per chi cerca un dialogo contemporaneo tra neuroscienze, psicologia e buddismo. È un’opera che tenta di costruire ponti tra tradizione spirituale e conoscenza scientifica.
Voglio salutarvi con alcuni versi del Dhammapada, attribuiti al Buddha, che recitano: “Se un uomo compie il male, non dovrebbe ripeterlo più e più volte. Non dovrebbe trarne piacere. La sofferenza nasce dall’accumulo del male. Se un uomo compie il bene, dovrebbe ripeterlo ancora e ancora. Dovrebbe trarne gioia. La felicità nasce dall’accumulo delle azioni meritorie. Anche chi compie il male può trovare felicità, finché il suo male non giunge a maturazione. Quando il male giunge a maturazione, allora chi ha fatto il male sperimenta le conseguenze delle sue azioni. Anche chi compie il bene può sperimentare il male, finché il suo bene non giunge a maturazione. Quando il bene giunge a maturazione, allora chi ha fatto il bene sperimenta il bene.”
Grazie per aver ascoltato un altro incontro di Dharma e Psicologia. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
