Il legame tra mente e corpo è profondo e complesso, specialmente quando si tratta di alimentazione. La relazione che sviluppiamo con il cibo inizia fin dalla nascita e si evolve nel tempo, influenzata da fattori emotivi, sociali e culturali. Comprendere questa connessione è fondamentale per affrontare disturbi alimentari come il binge eating disorder, un problema che colpisce molte persone e che richiede un approccio integrato per la sua gestione.
In questo contesto, l’integrazione di pratiche spirituali e psicologiche può offrire strumenti preziosi per migliorare la relazione con il cibo e con se stessi. La mindfulness, la compassione e il supporto comunitario sono elementi chiave che possono aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza e a promuovere un percorso di guarigione.
- Il legame tra alimentazione e emozioni.
- Le cause psicologiche del binge eating disorder.
- La differenza tra binge eating e bulimia nervosa.
- Il ruolo della mindfulness e della compassione nel trattamento.
- Importanza del supporto comunitario nel percorso di recupero.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Esploriamo come gli insegnamenti del Dharma e le pratiche spirituali possono aiutare a gestire e a superare, insieme ad una psicoterapia, il disturbo da alimentazione controllata, ovvero il binge eating disorder. Approfondiremo le cause psicologiche di questo disturbo e discuteremo di come la mindfulness e la meditazione possano offrire strumenti efficaci per coltivare una relazione più sana con il cibo, ma soprattutto con noi stessi.
Ogni giorno siamo a contatto con cibi di ogni tipo. Ogni giorno introduciamo cibo nel nostro corpo, quindi considerate il forte legame che la nostra mente ha con il nostro corpo, e quindi con il cibo. È un legame di una profondità estrema. Già dalla nascita creiamo una relazione con il nutrimento, e lo sanno bene le giovani mamme che si trovano a fare mille domande allo stretto che è sub da farsi per l’allattamento. Libri, incontri, video, tutti con l’obiettivo di aiutare, di insegnare, di consigliare le neomamme a creare un rapporto equilibrato del proprio figlio con il latte, quindi con il primo nutrimento che gli offriamo.
Il cibo diventa sin dalla nascita il nostro legame con la madre, quindi diventa il nostro ponte con il mondo esterno, così in unione poi con le emozioni che proviamo, e quindi spesso il cibo è associato a comfort, sicurezza, influenzando la relazione emotiva che avremo quindi proprio con l’alimentazione per tutta la vita. Le abitudini alimentari sviluppate durante l’infanzia poi possono avere un impatto duraturo, quindi fattori psicologici come lo stress, l’ansia, la depressione, possono influenzare le abitudini alimentari e portare a dei disturbi alimentari, come binge eating, bulimia, anoressia.
Oggi mi voglio soffermare sul binge eating, poiché sto ricevendo spesso pazienti che soffrono di questo disordine e per tale motivo vediamo un po’ meglio cosa è e come poter trovare una strada diversa di relazione col cibo. Vediamo prima di tutto che cos’è il binge eating. Allora, il disturbo d’alimentazione incontrollata, denominato binge eating disorder, che possiamo abbreviare con BAD, italianizzato BAD, è un disturbo alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate durante i quali una persona consuma una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto alla norma e in un breve periodo di tempo, quindi e tutto ciò è accompagnato da una sensazione di perdita di controllo sull’alimentazione. Questi episodi sono spesso seguiti da sentimenti di colpa, di vergogna, di disagio.
Vediamo un po’ quali sono le caratteristiche principali per riconoscerlo. Ci sono episodi ricorrenti di abbuffate e in questi episodi c’è un consumo di grandi quantità di cibo in un periodo relativamente breve. Poi c’è perdita di controllo, cioè la sensazione di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa si mangia e quanto si mangia. Poi c’è questo mangiare rapidamente, infatti le abbuffate spesso coinvolgono un consumo molto rapido del cibo. Mangiare anche fino a sentirsi eccessivamente pieni, quindi continuare a mangiare anche quando non si ha più fame, fino a sentirsi, ecco diciamo, scomodamente pieni. Altra caratteristica è il mangiare in solitudine, quindi la tendenza a mangiare di nascosto a casa è provocata dal fatto di magari avere vergogna o di provare imbarazzo proprio per la modalità in cui ci si avvicina al cibo. E si avranno anche sentimenti di disgusto, di depressione, di colpa, perché dopo l’abbuffata possono emergere forti sentimenti negativi riguardo a se stessi.
Ma perché accade tutto ciò? Perché si può arrivare a fare esperienza di questo problema psicologico così doloroso? Il BGT in disorder può essere causato da una combinazione di fattori genetici, biologici, psicologici ed ambientali. Quindi capite che non c’è una risposta specifica. Quando mi viene chiesto ma perché soffro di questo problema non c’è una risposta chiara e specifica, ma è un insieme di situazioni, un insieme di fattori. Certo ci sono anche dei rischi, cioè magari la storia familiare, quindi avere parenti stretti con disturbi alimentari o con altre condizioni di salute mentale, rischi come problemi psicologici, ad esempio se si soffre di depressione, di ansia, di stress, di bassa autostima, ma anche esperienze di vita particolari come dei traumi, degli abusi, delle esperienze di diete estreme. E anche degli ideali di bellezza realistici e quindi la pressione dell’essere magri.
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Come ben potete intuire, il disturbo da alimentazione incontrollata può avere delle gravi conseguenze fisiche e psicologiche, tra cui problemi di salute fisica come obesità, diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiache, problemi di salute mentale come ansia, depressione, isolamento sociale, problemi di autostima. E spesso mi viene anche chiesta la differenza tra il bad e la bulimia nervosa. Cerco di spiegarlo in modo semplice. Poiché sono entrambi disturbi alimentari caratterizzati da episodi di abbuffate, ma ci sono delle differenze significative tra i due disturbi, in particolare nei comportamenti compensatori e nel modo in cui sono vissuti gli episodi di abbuffata. Le persone con binge eating non adottano regolarmente dei comportamenti compensatori inappropriati per prevenire l’aumento di peso dopo un episodio di abbuffata. Quindi questo che cosa significa? Che non vomitano, non usano lassativi o diuretici in modo eccessivo e non praticano esercizio fisico estremo per compensare la sozione di cibo. Ecco, non sto dicendo che non avviene, ma sto dicendo che non è in modo estremo, in modo eccessivo e quindi altamente compensatorio. Le persone con bulimia nervosa, invece, si impegnano in comportamenti compensatori inappropriati e quindi ricorrenti proprio per prevenire l’aumento di peso e quindi ci saranno episodi continui di vomito autoindotto, uso eccessivo di lassativi, diuretici, l’uso di altri farmaci, il digiuno, l’esercizio fisico eccessivo.
Inoltre, le persone col binge eating possono avere un peso normale, possono anche essere in sovrappeso o obese e l’assenza di comportamenti compensatori spesso porta a un aumento di peso. Le persone con bulimia nervosa, invece, tendono ad avere un peso corporeo normale o leggermente sovrappeso e i comportamenti compensatori possono contribuire a mantenere il peso in intervallo normale. Diciamo, per renderla un po’ più semplice, che chi soffre di bulimia risponde con comportamenti compensatori per cercare di annullare l’eccesso di cibo che viene ingerito, mentre le persone col binge eating non attuano questi comportamenti compensatori.
Quindi, per concludere un po’ la spiegazione, il binge eating è il risultato di una interazione complessa di vari fattori ed è importante considerare che ogni individuo può avere una combinazione unica di cause che contribuiscono al disturbo e la comprensione di queste cause è fondamentale proprio per sviluppare una strategia di trattamento efficace e personalizzata.
Chi ha questa relazione disfunzionale col cibo? Che cosa sta cercando? Sta cercando maggiore controllo sul comportamento alimentare e quindi imparare a mangiare in modo sereno, eliminando le abbuffate, eliminando le emozioni negative che fanno arrivare ad abbuffarsi per non sentire o per pensare a cose che poi fanno male o rabbia, è un grande obiettivo. Ascolto spesso tante storie e mi capitano molte ragazze, giovanissime tra l’altro, ma anche donne giovani, e leggo negli occhi di chi mi chiede aiuto un bisogno estremo di contenimento.
Per farvi comprendere vi racconto un esempio di caso clinico di una paziente di nome Anna, di 28 anni. Anna è una giovane donna che si è da poco trasferita in una nuova città per un nuovo lavoro. Ha una storia di problematiche alimentari che risale all’adolescenza, ma è solo negli ultimi anni che i suoi comportamenti alimentari sono diventati particolarmente problematici. Anna ha sempre avuto una bassa autostima, ha sofferto di ansia sociale e il suo peso è variato nel corso degli anni, ma negli ultimi tempi ha notato un aumento significativo proprio dovuto agli episodi di abbuffate che si verificano con maggiore frequenza. Si sente spesso sopraffatta dai suoi sentimenti di stress e solitudine, e quando si sente particolarmente ansiosa o giù di morale, si rifugia nel cibo. Anna si sente impotente di fronte a questi episodi e spesso prova vergogna, colpa, soprattutto dopo aver mangiato in modo incontrollato.
Quali sono i sintomi di Anna? Ci sono episodi frequenti di abbuffate, durante i quali mangia grandi quantità di cibo in breve tempo e percepisce una sensazione di perdita di controllo. C’è una preoccupazione costante per il suo peso e la sua immagine corporea, ha bassa autostima e sensazione di inadeguatezza, soffre di ansia sociale e isolamento, vive sensazioni di colpa e di vergogna dopo gli episodi di abbuffata e ha avuto un aumento di peso significativo negli ultimi anni.
Qual è stato il trattamento e l’intervento? Anna cerca aiuto e decide di iniziare un percorso di psicoterapia, lavora per identificare i suoi schemi di pensiero distorti riguardo al cibo, all’autostima, al controllo, impara a sviluppare strategie di coping alternativo per gestire lo stress e le emozioni negative senza ricorrere al cibo, viene incoraggiata a tenere un diario alimentare, a monitorare i suoi schemi di abbuffata per identificare i trigger emotivi e situazionali, inoltre viene coinvolta anche in gruppi di supporto per confrontarsi con altre persone che affrontano dei problemi simili.
Anna termina la terapia con il supporto non solo della terapia fatta ma anche di un gruppo di automuto aiuto e inizia a fare progressi nel gestire i suoi episodi di abbuffata, nel migliorare la sua autostima e il suo benessere emotivo perché impara a riconoscere i suoi sentimenti, impara a non averne più paura di quello che prova, delle emozioni che arrivano e quindi riesce ad affrontarle in modo più sano, più costruttivo e sebbene ci siano alti e bassi nel suo percorso di recupero, Anna comunque si sente più fiduciosa nel suo futuro, nelle sue capacità di superare il binge eating e quindi più fiduciosa anche a vivere una vita più appagante, più soddisfacente.
Questo caso clinico illustra alcuni dei sintomi del binge eating e le sfide che le persone affrontano durante il loro percorso di recupero. Il trattamento precoce e multidisciplinare può essere fondamentale per aiutare le persone a superare questo disturbo alimentare e quindi a raggiungere una migliore qualità di vita.
Ma come utilizzare anche la saggezza del Dharma per affrontare questo disturbo? Un approccio terapeutico che integra alla pratica psicoterapica anche lo studio del Dharma e degli insegnamenti buddisti può offrire maggiore supporto, maggiore consapevolezza di ciò che la mente e il corpo stanno attraversando. Questo approccio terapeutico potrebbe includere elementi della mindfulness, della compassione, della consapevolezza emotiva che sono poi principi fondamentali della tradizione buddista.
Ve ne propongo alcuni in modo tale da portare nella vita pratica delle chiavi che possono essere utilizzate. Come sempre io vi consiglio di praticare tecniche di mindfulness perché questo approccio può aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri pensieri, delle proprie emozioni, delle sensazioni fisiche legate al cibo, agli episodi di abbuffata. Attraverso la pratica della mindfulness, le persone possono imparare a riconoscere i segnali di fame, di sazietà, così come i trigger emotivi che poi scatenano gli episodi di abbuffata.
Un’altra tecnica è definire, comprendere meglio cosa vuol dire compassione verso se stessi. Le persone con il binge eating disorder spesso sperimentano una grande quantità di autocritica, di vergogna, di colpa a riguardo ai loro comportamenti alimentari. Integrare la pratica della compassione verso se stessi può aiutare queste persone a sviluppare una maggiore gentilezza, una maggiore accettazione verso se stessi, riducendo così il ciclo di autocritica che poi alimenta gli episodi di abbuffata.
Gli insegnamenti buddisti sulla natura impermanente e interconnessa di tutte le cose possono offrire prospettive utili per affrontare questo problema. Riflettere sulla natura impermanente delle sensazioni fisiche e delle emozioni legate al cibo può aiutare le persone a sviluppare una maggiore distanza dagli impulsi di abbuffata. Riflettere sull’interconnessione di tutti gli esseri viventi può aiutare le persone a sviluppare una maggiore compassione verso se stessi, ma anche verso gli altri.
È importante anche il supporto della comunità. Infatti, la pratica buddista spesso incoraggia il supporto di una comunità di praticanti per affrontare le sfide della vita. Chi soffre di BJTing può beneficiare del supporto di una comunità di persone che condividono le loro esperienze, che si sostengono a vicenda nel percorso di recupero. Infatti, io consiglio sempre di cercare nella propria città oppure online un gruppo di automoto aiuto. Il gruppo di supporto è un cammino che, fatto insieme alla psicoterapia, dona una grandissima forza.
Ricordate che anche se quello che state vivendo vi sembra la cosa più brutta al mondo, in realtà è una forma di cura, che voi state attuando verso voi stessi. So che forse vi sembra una cosa assurda quello che sto dicendo, ma spesso i sintomi di una malattia o di un disordine sono il modo disfunzionale della voglia di riprendere la vita nelle proprie mani. Non abbiate paura del dolore o delle malattie perché arrivano per metterci di fronte al nostro problema. E a quel problema che spesso facciamo finta di non vedere, verso cui giriamo la testa dall’altra parte o fingiamo di non sentire, ad un certo punto la vostra scintilla anteriore si ribella e manifesta con rabbia il desiderio di guarigione. Ed ecco che arriva il dolore e la malattia, e pensiamo di essere finiti, e che non c’è più speranza. Ebbene no, quel dolore è proprio lì di fronte ai vostri occhi e al vostro cuore per urlare a voi stessi che avete voglia di stare bene, e che dovete ricercare la forza ed il coraggio di alzarvi, uscire fuori all’aperto e respirando a pieni polmoni, ricordandovi che potete sentire la pace in ogni cellula del vostro corpo. Respirate, respirate e respirate ancora, ma fatelo con presenza mentale, con la consapevolezza che siete dentro un corpo che ha voglia di salute, e con un’energia psichica che è una potenza divina.
Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma e Psicologia. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
