Il Chotrul Duchen, noto come il Festival dei Miracoli, rappresenta un momento di profonda riflessione nel buddismo tibetano. Questa celebrazione, che si svolge durante la luna piena del primo mese del calendario tibetano, invita a considerare il significato di ciò che chiamiamo miracolo. Non si tratta solo di eventi straordinari, ma di una trasformazione interiore che può avvenire nella nostra mente.
La vera essenza di questo festival ci ricorda che ogni gesto consapevole e ogni pensiero hanno un impatto significativo. La trasformazione della percezione e la capacità di integrare esperienze e convinzioni possono portare a un cambiamento profondo, che va oltre le aspettative di un miracolo esterno. È un invito a guardare dentro di noi e a riconoscere il potere delle nostre intenzioni.
- Il significato del Chotrul Duchen nel contesto buddista.
- La riflessione sul concetto di miracolo e la sua connessione con la mente.
- Il ruolo delle intenzioni e delle azioni consapevoli nella trasformazione personale.
- Le resistenze psicologiche e il loro impatto sul cambiamento.
- Il legame tra psicologia e spiritualità nel processo di guarigione.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi voglio portarvi dentro una festa poco conosciuta qui in Occidente ma profondamente simbolica nel buddismo tibetano, ovvero il Chotrul Duchen, il Festival dei Miracoli. È una giornata che cade durante la luna piena del primo mese del calendario tibetano, poco dopo l’Osar, che è il capodanno tibetano. Nel nostro calendario occidentale la data cambia ogni anno, ma di solito viene celebrato tra febbraio e marzo durante la prima luna piena dopo l’Osar. Quindi non ha una data fissa come le nostre feste, ma segue il ciclo della luna. Nel 2026, in quest’anno, Chotrul Duchen è caduto il 3 marzo durante la prima luna piena dopo il capodanno tibetano.
Diciamo che più che una ricorrenza religiosa, io la sento come una lente simbolica potentissima, cioè mi porta ad una riflessione molto profonda su cosa intendiamo davvero per miracolo. Spesso noi chiediamo miracoli, cerchiamo un miracolo, quindi la riflessione a cui mi porta è se il miracolo non fosse qualcosa che rompe le leggi della natura, ma qualcosa che invece accade dentro la mente.
Quindi con questa domanda io vi voglio portare un po’ nella storia e, secondo la tradizione buddista, in questi quindici giorni di festa, il Gautama Buddha manifestò dei miracoli per rispondere a chi metteva in dubbio la sua realizzazione spirituale. E si racconta che in questo periodo il Buddha moltiplicò il proprio corpo, che emanò luce e acqua contemporaneamente e che trasformò anche lo spazio intorno a sé. Ma ciò che mi colpisce di più non è l’aspetto spettacolare di questo racconto, è l’intenzione, cioè quello che il Buddha ha provato a fare, a comunicare attraverso questi miracoli, non era tanto stupire e far vedere e mostrare il suo ego e dire ‘guardate quanto sono bravo’, erano miracoli per risvegliare la fiducia e per mostrare che la mente, quando è liberata dall’ignoranza e dall’attaccamento, ha possibilità che noi nemmeno immaginiamo.
Nella tradizione tibetana si dice che in questo periodo, durante questo festival, le azioni positive ma anche le azioni negative vengono moltiplicate, quindi è un modo simbolico per dirci attenzione, che l’intenzione conta e conta anche tantissimo. Se lo guardiamo con occhi psicologici, questo festival parla di qualcosa di molto profondo e il miracolo potrebbe non essere un evento soprannaturale, ma potrebbe essere la trasformazione della percezione, cioè non è più un trauma che mi definisce, non è più una ferita che diventa forza, non è più un pensiero rigido che mi blocca.
Dal punto di vista del Dharma, il miracolo è vedere la realtà così com’è; dal punto di vista psicologico, potremmo dire che è la capacità di integrare, di rielaborare, di ampliare la coscienza. Quindi ecco che trasformare la percezione può diventare un cambiamento nelle convinzioni che si sono irrigidite nella nostra mente. E durante il Chotrul Duchen ci viene ricordato che ogni gesto consapevole ha un impatto, ogni pensiero ha un impatto, e ogni atto di gentilezza diventa un seme, ogni scelta fatta con la presenza modifica il campo della nostra esperienza. E forse il vero miracolo è proprio questo: il vero miracolo è la mente che si trasforma.
Spesso durante la mia pratica clinica incontro persone alla ricerca di miracoli. Comprendo bene come la paura, il dolore, il desiderio di cambiamento possano alimentare questa spinta; è umano, lo proviamo tutti, lo desideriamo tutti. A volte però questa ricerca di miracoli, di cambiamenti repentini, improvvisi, grazie a qualcun altro lì fuori di noi o a qualcos’altro, si accompagna ad un’illusione. Quindi l’idea che esista qualcuno fuori da noi, più saggio, più forte, con poteri che noi non abbiamo, capace di fare quel miracolo e di cambiare all’improvviso tutta la nostra vita cancellando il dolore, è molto rischioso.
Molte volte, anche se con un sorriso, alcune persone mi dicono proprio: ‘Dottoressa, a me servirebbe un miracolo’, e tante volte me lo chiedono, mi dicono: ‘Ma sarebbe possibile? Io sto aspettando un miracolo, aspetto di cambiare grazie a un miracolo’. Ed è qui che questo rituale, questo tempo simbolico diventa prezioso perché ci riporta a noi, ci riporta alla fiducia nei nostri sforzi, nel nostro percorso, nel nostro allenamento mentale. Quindi non è più fuori, ma è dentro; è come il nostro pensiero si può modificare, è come la nostra mente si può trasformare.
Ci ricorda che possiamo affidarci ad una tradizione spirituale antica, ad un maestro, ad un cammino di supporto, non per delegare il cambiamento, ma per amplificare ciò che è già dentro di noi, perché è proprio questo il vero miracolo. E in quei giorni tutto ciò che si muove dentro di noi può essere osservato, intensificato, accolto come parte di questa trasformazione che può avvenire.
Ma cosa significa davvero che le azioni positive o negative vengono raddoppiate, vengono moltiplicate? Possiamo leggerlo simbolicamente così: quando un’intenzione è chiara, consapevole, ripetuta, il suo effetto cresce, non perché intervenga una magia esterna, ma perché l’attenzione amplifica ciò che noi nutriamo. Quindi raddoppiare o triplicare le nostre intenzioni positive significa scegliere deliberatamente dove mettere energia, significa orientare la mente, significa allenare il sistema nervoso alla gentilezza, alla presenza, alla fiducia. Io lo ripeto sempre: è un allenamento.
E certo che all’inizio è complicato, quando siamo abituati a pensare sempre in termini catastrofici, negativi, pessimisti, è normale che iniziare a introdurre un seme diverso diventi faticoso. Ecco perché dobbiamo allenare il nostro sistema nervoso a qualcosa di diverso, quindi alla gentilezza, alla presenza, alla fiducia. E questo, dal punto di vista psicologico e spirituale, è già un miracolo.
Quando una persona si blocca in schemi di pensiero ripetitivi, privi di prospettiva evolutiva, il lamento, il ‘non riesco’, il ‘è troppo difficile’, il ‘per lei è facile’, oppure frasi come ‘ma non posso cambiare lavoro, se me ne andassi resterei sola, io non ho nessuno’, quindi accetto quello che mi sta accadendo. Ecco alcuni esempi delle frasi che mi vengono ripetute più spesso. Noi così ci troviamo di fronte a configurazioni cognitive consolidate. Io lo so che quando cerco di smontare queste configurazioni consolidate, io lo so che arrivano le resistenze, le chiusure, anche le fughe delle volte. Quindi provo a farlo in un modo delicato, con i tempi giusti, ma ad un certo punto va fatto.
Non sono semplici pensieri, sono diventate strutture difensive, sono diventate narrazioni che hanno avuto una funzione protettiva; ecco perché abbiamo difficoltà a mollare, a lasciare andare tutto ciò che nella nostra testa ci dice sempre ‘no, non è possibile’. E nel momento in cui nel lavoro clinico provo a portare questi contenuti alla mente consapevole della persona, rendendo visibili le convinzioni implicite, le paure sottostanti, le identificazioni con quel tipo di pensiero, spesso, ripeto, emergono reazioni di rabbia o irrigidimento. Questo accade perché stiamo toccando le resistenze.
Le resistenze non sono ostacoli casuali, sono dei tentativi dell’apparato psichico di mantenere un equilibrio conosciuto, anche se disfunzionale, e lo voglio ripetere questo: le resistenze sono dei tentativi dell’apparato psichico di mantenere un equilibrio conosciuto. Quindi sì, sembra che tutto sia conosciuto, sì, sembra che tutto sia familiare e sotto controllo, ma è disfunzionale, e quando viene proposta una ristrutturazione cognitiva, un ampliamento della visione, può attivarsi una minaccia percepita.
Questo è quello che può accadere dentro di voi quando magari siete in una fase di un percorso, durante un percorso, durante una psicoterapia e avvertite questo senso di frustrazione, fuga, fastidio, paura. Ecco, perché? Che cosa vuol dire? Cosa arriva alla mente? Se cambio sguardo, devo cambiare posizione. Chi sono io? Che fine faccio? Dove vado a finire? E cambiare posizione implica perdita di controllo, esposizione, vulnerabilità. In alcune fasi del percorso terapeutico può accadere che la persona scelga di interrompere le sedute, non necessariamente per mancanza di motivazione, ma perché la dissonanza tra la narrazione abituale e la possibilità di trasformazione diventa troppo intensa, troppo frustrante da tenere, troppo fastidiosa.
Questo è uno dei momenti clinicamente più delicati; è il punto in cui offro maggiore attenzione e maggiore cura. Perché ciò che può essere vissuto come attacco non è un attacco esterno, ma un processo di immersione. Stiamo portando a livello conscio ciò che è rimasto a lungo implicito, è rimasto a lungo difeso, immobilizzato, e il lavoro non è demolire la struttura della persona, io lo dico sempre: non temete, non demolirò la protezione che avete costruito, ma cercheremo insieme di ampliarla. Quindi non è negare la complessità della sua vita, ma è restituirle agency, possibilità, movimento, ossigeno.
Ed è proprio in questo passaggio, tra la resistenza e la nuova visione, che può avvenire quella trasformazione che simbolicamente potremmo chiamare miracolo. E dal punto di vista psicologico, quel momento di resistenza è un punto di frattura dell’identità narrativa; dal punto di vista spirituale, è un momento di disidentificazione.
Quindi, quando una persona si aggrappa alla tipica frase come ‘ma io sono fatta così’, ‘ma io non posso’, ‘ma la mia vita è questa’, non sta solo esprimendo un pensiero, rifletteteci, sta difendendo un senso di sé costruito nel tempo. E in terapia, quando quella costruzione viene resa visibile, può emergere rabbia, paura, chiusura, perché ciò che viene messo in discussione non è solo una convinzione, è un’identità, non è la vera natura della persona, non è la vostra vera natura, è un’identità costruita per difesa.
Nel linguaggio del Dharma potremmo dire che in quel momento si sta toccando l’attaccamento all’Io narrativo, e l’ego non ama essere osservato, non ama essere toccato, infastidito. Quindi la pratica spirituale ci insegna che la sofferenza nasce dall’identificazione rigida con i pensieri, con le emozioni, con le storie che raccontiamo su di noi, e la psicoterapia, quando è profonda, lavora nello stesso punto, crea uno spazio tra il pensiero e chi osserva il pensiero, ed è quello spazio che diventa trasformazione; quello spazio è trasformativo.
Clinicamente lo chiamiamo ampliamento della consapevolezza, oppure integrazione; spiritualmente potremmo chiamarlo risveglio di presenza. Quando porto un paziente a vedere un suo schema, non sto dicendo che la sua vita non sia complessa, sto invitando a riconoscere che non coincide interamente con la narrazione che la descrive. Faccio un esempio: una persona dice ‘io sono insicura’, ‘io sono sociale’, ‘io sono chiusa’, e ripete questa storia, se la ripete, la ripete di continuo, ma io non posso fare questo perché sono insicura, ma io non posso fare quello perché sono sociale, io non parlo con nessuno, e questa persona, magari una grande viaggiatrice, viaggia, prende aerei da sola, viaggia da sola, fuori dall’Europa anche. Quindi quando io porto a questa persona: ‘ma sei sicura di essere veramente così asociale, chiusa, ansiosa?’, perché è una persona che viaggia, parla, si propone in un’altra lingua, chiede informazioni, incontra altri viaggiatori, sei sicura? Ed è lì che io sto invitando a riconoscere che quel pensiero non coincide con la narrazione che la descrive, ed è qui che il miracolo cambia significato.
Non è un evento esterno che risolve la situazione, è la possibilità di non essere più completamente identificati con quello schema che ci stiamo raccontando da una vita. La rabbia che emerge in quei momenti è spesso il segnale che qualcosa si sta muovendo; la rabbia, il fastidio, l’evitamento, è il sistema che perde rigidità, è l’ego che sente che ha perdita di controllo. Dal punto di vista spirituale, è il passaggio tra attaccamento e apertura; dal punto di vista clinico, è il passaggio tra la difesa e la trasformazione.
E forse il punto più delicato, più sacro del lavoro terapeutico è proprio questo: accompagnare qualcuno nel momento in cui la sua vecchia identità vacilla, senza sostituirla con un’altra, ma lasciando spazio a qualcosa di più ampio. Questo è il luogo in cui psicologia e spiritualità non si oppongono, si incontrano, si rafforzano insieme, e lì, senza effetti speciali, accade il vero miracolo.
Io credo fortemente in questo tipo di miracolo, e ne vedo tantissimi, tanti. Credo nel cambiamento delle convinzioni rigide, credo nella possibilità di sciogliere l’identificazione totale con il proprio io narrativo. Io credo nel lasciare andare un vecchio sistema di credenze che magari un tempo certo ha protetto, ma oggi limita, fa male. Io ci credo davvero, e ogni persona che entra nel mio studio porta con sé una storia, porta con sé difese, paure, resistenze, e tantissimo altro. Ed io, prima ancora delle tecniche, offro fiducia, offro la fiducia nella possibilità di farcela, la fiducia che quelle strutture non siano l’essenza della persona, ma siano configurazioni trasformabili, la fiducia che l’intenzione di cura, quando viene riconosciuta e rafforzata, ha una forza reale.
Dal punto di vista psicologico, noi sappiamo che l’alleanza terapeutica e l’aspettativa di cambiamento sono fattori potenti nel processo di trasformazione. Dal punto di vista spirituale, potremmo dire che è l’energia dell’intenzione che orienta la mente. Quando l’intenzione di salute, di integrazione, di guarigione si unisce al lavoro terapeutico, ad un percorso spirituale consapevole, qualcosa si amplifica. Non nel senso magico del termine, ma nel senso di coerenza interna. Quindi la persona smette di lottare contro se stessa e inizia ad allenare la mente, inizia ad osservare invece di identificarsi. E quello può diventare il proprio personale festival di miracoli, non perché la vita improvvisamente diventa semplice, ma perché cambia il modo in cui viene vissuta.
Questo per me è un miracolo profondamente umano.
Ed eccoci arrivati al termine di questo episodio. Prima di salutarvi, desidero lasciarvi alcuni titoli di libri come suggerimento di lettura per continuare ad approfondire questi temi tra psicologia, spiritualità e trasformazione interiore. Se vi interessa il buddismo, la meditazione, potete leggere ‘Il cuore della saggezza’, esercizi di meditazione di Joseph Goldstein, Jack Cornfield, frutto della lunga e approfondita collaborazione di due noti maestri di meditazione; vi passano un libro molto bello. Un altro libro che vi consiglio è ‘La mente illuminata’, una guida completa per imparare a meditare alla luce delle neuroscienze, scritto da Akula Dasa, e la prima guida completa alla meditazione buddista, che offre uno sguardo approfondito sulle tecniche di meditazione, sui principi basi del buddismo, ma anche sui meccanismi della mente scoperti dalle più recenti ricerche di neurofisiologia. Un altro testo molto interessante, sul lavoro terapeutico e sulle ferite emotive, è ‘Le emozioni che fanno guarire’, conversazioni con il Dalai Lama, quindi scritto da Daniel Goleman e anche dal Dalai Lama, parla delle possibilità di trasformare il dolore in consapevolezza e crescita. Vi invito a scegliere un’altura, non solo con la mente, ma anche con il cuore, lasciando che sia il libro a scegliere voi, in questo tempo simbolico in cui ogni piccolo gesto di consapevolezza può diventare un seme di trasformazione. Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma e Psicologia. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
