Il neglect, o trascuratezza emotiva, è un tema silenzioso ma profondamente incisivo che può accompagnarci per tutta la vita. Non si tratta di violenza o di famiglie disfunzionali evidenti, ma di una mancanza di risposta emotiva sintonizzata. Questo fenomeno può lasciare segni invisibili, influenzando il nostro modo di relazionarci e di percepire noi stessi.
Riconoscere il neglect non implica cercare colpe, ma piuttosto comprendere come il nostro sistema nervoso e le nostre relazioni si siano adattati a ciò che non c’era. La consapevolezza di queste dinamiche può aprire la strada a nuove possibilità di crescita e guarigione.
- La definizione e le caratteristiche del neglect emotivo.
- Le conseguenze del neglect sullo sviluppo emotivo e relazionale.
- Strategie per riconoscere e affrontare il proprio vissuto di trascuratezza emotiva.
- L’importanza dell’autogenitorialità e dei confini personali.
- Il ruolo del corpo nella gestione delle emozioni e nel superamento del neglect.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi vi porto dentro un tema silenzioso, poco visibile ma profondamente incisivo: il neglect, cioè la trascuratezza emotiva. È qualcosa che non fa rumore, non lascia segni evidenti, ma può accompagnarci per tutta la vita senza che sappiamo darle un nome.
Dal punto di vista clinico, il neglect non è qualcosa che viene fatto contro un bambino, ma è qualcosa che manca. È la mancanza di una risposta emotiva sintonizzata. È quando un bambino prova paura, tristezza, vergogna, entusiasmo e non trova uno sguardo che lo riconosca, una voce che lo contenga, un adulto che lo aiuti a regolare ciò che sta sentendo.
Non stiamo parlando necessariamente di violenza, non parliamo per forza di famiglie disfunzionali in modo evidente, ma parliamo di assenza emotiva cronica. Clinicamente, la trascuratezza emotiva è una forma di maltrattamento per omissione, cioè quando il caregiver può essere presente fisicamente, può provvedere ai bisogni materiali, ma poi non riesce ad offrire una corregolazione, un risparchiamento, un contenimento affettivo.
Quindi che cosa succede? Succede che il bambino impara ad arrangiarsi da solo, con stati emotivi troppo grandi per lui, e il sistema nervoso si adatta. Può diventare iperattivo, sempre in allerta, oppure può spegnersi, andare in ipoattivazione e imparare a sentire meno.
A livello di attaccamento, può svilupparsi un modello interno in cui non è sicuro dipendere, oppure i miei bisogni emotivi non sono importanti. Questo non è una scelta cosciente, ma una strategia di sopravvivenza. Un aspetto clinico centrale del neglect è che è invisibile; non c’è un evento traumatico singolo da raccontare, c’è una ripetizione silenziosa nel tempo, una mancanza che può diventare poi struttura.
Spesso da adulti non si dice di aver subito un trauma, si dice di non sapere bene cosa si sente, di sentirsi vuoti, soli anche nelle relazioni, di essere sempre stati molto autonomi. Il neglect non lascia lividi, lascia vuoti, e riconoscerlo non significa cercare colpe, ma comprendere come il nostro sistema nervoso e il nostro modo di stare in relazione si siano organizzati per adattarsi a ciò che non c’era.
Essere cresciuti costantemente con la responsabilità non solo di regolare le proprie emozioni, ma anche quelle dell’ambiente circostante, degli adulti di riferimento, attiva inevitabilmente una risposta di allarme continua dentro il bambino. Questo può provocare una serie di reazioni, sia comportamentali che psicologiche.
Ma la bellezza della nostra vita, il dono che ci viene offerto ogni giorno, è proprio quello di poter scegliere la strada che ci nutre, il pensiero che costruisce, e non quello che ci butta sempre a terra.
Come si manifesta nella vita quotidiana un bambino che ha vissuto trascuratezza emotiva? Non necessariamente con comportamenti eclatanti; spesso si manifesta in modo silenzioso. Può essere un bambino che noi definiamo molto bravo, molto autonomo, che non chiede mai, che dice spesso ‘faccio io’, che impara presto a non disturbare.
Può essere il bambino che quando cade si rialza velocemente e dice ‘no, non mi sono fatto male’, anche se invece gli fa male. O un bambino che quando è triste si chiude in camera invece di cercare un abbraccio, che osserva molto gli adulti per capire che clima c’è e quindi si adatta.
A volte è quel bambino che diventa un piccolo adulto, un bambino che consola la mamma, che alleggerisce il papà, che sente la tensione nella stanza e prova ad aggiustarla. Altre volte può essere un bambino che sembra distratto, assente, con la testa altrove, oppure irritabile, facilmente sovraffatto. Questo non perché sia capriccioso, ma perché il suo sistema nervoso non ha avuto abbastanza corregolazione.
Può avere difficoltà a dire cosa prova. Quando gli chiedi come sta, risponde ‘bene’, anche se dentro è confuso, perché nessuno gli ha insegnato a nominare ciò che sente. Non è un bambino sbagliato, è un bambino che si è adattato. Si è adattato ad un ambiente che magari amava, che magari faceva del suo meglio, ma che non sempre riusciva a sintonizzarsi emotivamente con lui.
Queste strategie, cioè il non chiedere, il controllare, il compiacere, il chiudersi, non sono difetti, sono soluzioni intelligenti che il bambino ha trovato per sentirsi al sicuro. Quindi il punto oggi non è trovare colpe, ma riconoscere quanto fosse creativo e resiliente quel bambino, e forse oggi possiamo offrirgli nuove possibilità.
Se stai ascoltando e senti che qualcosa dentro di te si muove, forse stiamo parlando anche di te. Forse sei cresciuto in una casa dove non mancava il cibo, non mancavano le cose importanti, ma mancava qualcosa di più sottile: mancavano le domande vere, mancava qualcuno che si accorgesse di come stavi, mancava uno sguardo che dicesse ‘ti vedo, quello che provi conta’.
Oggi voglio parlarti in modo molto concreto e dirti cosa puoi fare adesso da adulto. La prima cosa è questa: inizia a chiederti cosa provi. Sembra banale, ma non lo è. Se sei cresciuto senza qualcuno che ti aiutasse a dare un nome alle emozioni, probabilmente oggi fai fatica a riconoscerle. Fermati tre volte al giorno e chiediti: ‘cosa sto provando adesso?’. Non sto bene, sto male, no, più nel dettaglio. È tristezza quella che provi? È rabbia, è delusione, è paura? E poi chiediti: ‘dove la sento nel corpo questa emozione?’, perché il corpo parla prima della mente.
La seconda cosa è imparare a validarti. Se sei stato trascurato emotivamente, dentro di te probabilmente c’è una voce che dice ‘no, non è niente, dai esageri, non dovresti sentirti così’. Quella voce non è la verità. Ogni volta che senti qualcosa, prova a dirti: ‘ha senso che io mi senta così, considerando quello che ho vissuto’. Questa frase, detta con sincerità, è un atto di riparazione profonda.
Poi c’è un passaggio fondamentale: smettere di aspettare che qualcuno ti dia oggi ciò che non ti ha dato ieri. Lo so che è duro; c’è una parte di te che aspetta ancora una frase, uno sguardo, un riconoscimento, ma quella scena così come la immagini probabilmente non arriverà. Continuare ad aspettarla ti tiene fermo, bloccato.
Allora ti faccio una domanda diversa: se fossi tu oggi il genitore amorevole di te stesso, cosa faresti? Ti riposeresti, metteresti un limite, diresti di no, ti parleresti con più dolcezza? L’autogenitorialità è questo: diventare per te ciò che ti è mancato.
Un altro punto delicato sono i confini. Chi ha vissuto neglect spesso si adatta troppo, dice sempre di sì, ha paura di disturbare, ha paura che se delude qualcuno verrà abbandonato, non amato, non accettato. Inizia in piccolo. Un ‘in questo momento non riesco’, detto con calma, è già un enorme atto di rispetto verso te stesso.
Poi c’è il corpo, perché il neglect non è solo una storia mentale, è qualcosa che si è inciso nel sistema nervoso. Forse ti senti sempre in allerta, forse ti senti spesso vuoto, spento. Allora, lavora anche da lì: respira lentamente, rendendo l’ispirazione più lunga dell’espirazione. Metti una mano sul petto e sulla pancia e resta così per qualche minuto. Insegna al tuo corpo che adesso è al sicuro.
Un’altra cosa molto potente è smettere di identificarti solo con la tua ferita. Tu non sei solo la persona che è stata trascurata, sei anche tutto quello che stai costruendo adesso. E c’è anche un’altra verità difficile ma liberatoria da dirsi: forse le scuse che aspetti non arriveranno mai, forse chi ti ha ferito non ha gli strumenti per vedere davvero il tuo dolore, e la guarigione inizia quando decidi che la tua storia può continuare anche senza quelle parole che non sono mai arrivate.
Se senti che tutto ciò è troppo per te e ti provoca dolore e da solo non riesci, ricordati che chiedere aiuto non è debolezza, ma è un atto di grandissimo coraggio. Dire che la tua storia merita di essere trasformata, non sopportata, è fondamentale. Perché alla fine quello che stai imparando non è solo a guarire da ciò che ti è mancato, stai imparando a diventare per te stesso quella presenza che forse hai sempre desiderato.
Forse la cosa più importante che puoi ricordarti è questa: non sei stato visto abbastanza, ma oggi puoi iniziare a vederti da solo.
Siamo arrivati alla fine di questo episodio e desidero suggerirti alcuni libri che trattano questo tema. Il primo libro che consiglio è ‘Teoria e Clinica del Neglect’ di Ruth Cohn, uno dei primi testi in italiano sul neglect infantile, quindi l’insidia della mancanza di mirroring emotivo e le sue conseguenze nello sviluppo psicologico.
Il secondo libro è ‘Il permesso di emozionarti, intelligenza emotiva per adulti e bambini’ di Mark Brackett, una guida pratica per migliorare consapevolezza e gestione delle emozioni. Altro libro: ‘Autostima in dieci giorni’ di David Barnes, percorsi concreti per migliorare la relazione con se stessi e la propria percezione di valore.
Ultimo libro che consiglio: ‘Figli adulti di genitori emotivamente immaturi’, un libro molto citato negli ambienti di autoaiuto e di psicologia relazionale, utile per identificare e comprendere le dinamiche di relazione con caregiver emotivamente disponibili o meno.
Ora vi saluto, poiché siamo arrivati veramente al termine, ma vi voglio salutare con una citazione di Alda Merini presa dal libro ‘L’altra verità, diario di una diversa’, che dice: ‘La mia anima è una stanza piena di vento’. Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma in psicologia e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
