Il tema dell’amore e della maternità è complesso e spesso carico di emozioni. In questo contesto, si esplora la figura della madre interrotta, una figura che può portare con sé ferite e mancanze, ma anche la possibilità di una nuova consapevolezza e di una trasformazione. L’intento è quello di avvicinarsi a queste esperienze con amore e comprensione, per iniziare un percorso di guarigione.
Riconoscere e dare dignità ai propri sentimenti è fondamentale per affrontare il dolore e le aspettative non soddisfatte. La riflessione su come le esperienze passate influenzino le relazioni attuali è un passo importante verso la costruzione di un amore più autentico e consapevole, sia per noi stessi che per le generazioni future.
- Il concetto di madre interrotta e le sue implicazioni emotive.
- La relazione tra ferite non elaborate e la capacità di essere genitori.
- Il ruolo dell’autonomia forzata e della chiusura emotiva.
- La ricerca di amore e approvazione in età adulta.
- La possibilità di trasformare il dolore in una nuova forma di amore.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo incontro di Dharma e Psicologia. Oggi vi porto un tema delicato e sensibile, che potrebbe toccare qualche ferita. Il mio intento non è quello di far bruciare le ferite che qualcuno può avere in questo momento, ma piuttosto di prendermi cura di queste ferite per iniziare insieme a osservarle e magari a cicatrizzarle.
Con amore mi avvicino a un aspetto dell’amore che ha a che fare con l’attesa, con la richiesta, con i bisogni profondi, bisogni che forse non sono sempre stati riconosciuti o soddisfatti da chi avrebbe dovuto farlo per prima, ovvero una madre. Voglio dirlo subito: non voglio colpevolizzare la figura materna, perché il mio desiderio è un altro. È quello di dare spazio e dignità a ciò che si prova, perché tutti abbiamo diritto di sentire quello che c’è, anche se a volte è scomodo, doloroso e, a volte, è ancora vivo dentro di noi e continua a fare male.
Ci sono cose che non si spiegano con la logica. Ci sono figli che arrivano anche in famiglie non pronte o in famiglie che non lo sono state a lungo, e ci sono bambini che crescono accanto a madri interrotte, madri ferite, che magari avrebbero voluto essere viste, abbracciate, accompagnate, ma non lo sono state. Madri che hanno imparato a non sentire, a non piangere, a non chiedere, a non disturbare; madri che forse non sanno abbracciare o che non lo fanno quando vorrebbero, come vorrebbero, e magari provano imbarazzo. Madri che non ti guardano negli occhi troppo a lungo, che scappano via quando si avvicina l’intimità, madri con una corazza.
E ci sono figli che crescono affamati di questi sguardi di contatto, di accoglienza. Figli che in quel tipo di maternage imparano a cavarsela da soli, a non chiedere, a leggere il silenzio, a diventare grandi troppo in fretta. Eppure, nonostante tutto questo, o forse proprio per questo, si può diventare un buon genitore, anche se non si è stati nutriti nel modo giusto, anche se il corpo porta la memoria dell’assenza o della disconnessione, anche se l’amore che si è ricevuto è stato a metà, storto, doloroso, e anche se ci si è sentiti sbagliati per tutta la vita.
Perché l’amore, quello profondo, si può imparare, e soprattutto si può scegliere. Si può scegliere di fermarsi, di sentire, si può scegliere di stare male, si può scegliere di trovare una cura se non si sta bene, si può scegliere di guardare un figlio negli occhi e dirgli: ‘Io non lo so fare bene, ma voglio provarci con te.’ Si può diventare padre o madre migliori, anche partendo da una storia faticosa, da una radice malata. Si può essere i primi della propria stirpe, fare in modo diverso, quindi anche iniziare con un abbraccio incerto, con una parola detta col cuore in gola, e si può costruire una presenza che magari prima non c’era, a cui noi non siamo stati abituati.
Quel bambino interiore, rimasto per anni a piangere nel silenzio, a un certo punto smette di aspettare che arrivi la madre ideale e diventa lui stesso madre, madre per se stesso, madre per gli altri. Essere genitori non perfetti, ma presenti, è un grande obiettivo. Essere genitori sufficientemente buoni per poter insegnare, educare. Quindi non è importante essere dei genitori impeccabili, domandarci sempre se abbiamo fatto bene, risposto male, se abbiamo sbagliato a piangere, se abbiamo sbagliato a urlare, ma domandiamoci se siamo veri. Non sempre siamo capaci, ma siamo disposti a imparare, ad ascoltare, a metterci in discussione.
La mia esperienza, professionale e personale, mi ha mostrato che è possibile tutto ciò: un’assenza in una promessa, una madre interrotta in una nuova possibilità. E quando parlo di madri interrotte, mi riferisco a donne che, per molte ragioni, non sono riuscite a vivere pienamente e consapevolmente il proprio ruolo materno, non perché siano cattive, non perché non abbiano amato, ma forse perché portano dentro di sé delle ferite che hanno condizionato profondamente la loro capacità di esserci, di amare, di accogliere.
Vediamo quali tratti spesso accomunano queste madri interrotte. Un tratto potrebbe essere ferite non elaborate. Sono donne che spesso non hanno avuto una madre presente o nutriente; a loro volta sono state bambine non viste, non ascoltate, non contenute. Hanno imparato presto che non si può contare su nessuno e si sono costruite da sole. Ma questa autonomia forzata ha avuto un costo: una chiusura emotiva, una difficoltà ad affidarsi, anche ai propri figli.
Un altro tratto potrebbe essere l’anestesia affettiva. Per sopravvivere, molte di loro hanno imparato a non sentire, a non piangere, a non mostrare fragilità. Quando diventano madri, portano dentro questa corazza che le rende a volte fredde, distaccate, apparentemente indifferenti, ma sotto c’è spesso un dolore muto, antico, che nessuno ha mai accolto.
Potrebbe esserci anche paura dell’intimità. Perché lo sguardo di un figlio è diretto, nudo, pieno di bisogno, pieno di fiducia. Si affida completamente a te, e per una madre ferita quello sguardo può essere insopportabile, perché risveglia un senso di colpa, di inadeguatezza, oppure anche la paura di non saper reggere tutta quella vita, tutto quell’amore bisognoso di noi.
Un altro tratto potrebbero essere le reazioni ambivalenti. Alcune madri interrotte oscillano tra l’ipercontrollo e l’abbandono, tra l’invadenza e la fuga. Possono essere molto presenti in certi momenti, poi sparire emotivamente, o diventare critiche, giudicanti. Questo genera nei figli una grande confusione, e le domande che poi emergono, e che durano tutta una vita, sono: ‘Sono amato o no? Posso fidarmi di mia madre, o devo proteggermi da mia madre?’
Un altro motivo potrebbe essere il desiderio profondo di fare meglio. Molte di queste donne hanno dentro di sé il desiderio, anche se spesso nascosto, di amare, di essere amate, di essere diverse da come sono, di rompere quel ciclo. Solo che non sanno da dove cominciare, o si vergognano a chiedere aiuto, e temono di non poter cambiare, di non meritare perdono.
Parlare di madri interrotte non serve a creare o ad aumentare colpe, disagio o indifferenza. Serve per comprendere, per vedere il dolore dietro certi silenzi, per dare un nome a ciò che non è stato detto. Se siamo figli di queste madri, possiamo riconoscere che, anche se non siamo stati nutriti come avremmo avuto bisogno, possiamo scegliere di nutrire diversamente chi verrà dopo. Possiamo prenderci cura del bambino ferito dentro di noi, prima di tutto, e diventare madri e padri migliori, anche senza aver avuto un modello sano.
Anzi, a volte è proprio per questo, a volte è proprio non aver avuto un modello sano che smuove dentro di noi questo desiderio di migliorarci, di risanare le nostre ferite, i nostri dolori, per non passarli, per non proiettarli sui nostri figli.
Non so se vi è mai capitato, nonostante ogni sforzo, di non sentirvi mai abbastanza per essere amati, davvero, da vostra madre. Sembra la cosa più assurda da dire, ma succede. Vi assicuro che siete in buona compagnia, perché ci sono tantissime persone che hanno vissuto questi momenti, anche questi periodi. E anche chi da fuori sembra felice, sorridente, può portare dentro di sé questo senso di mancanza. È un trauma invisibile, il trauma di chi è cresciuto con una madre che non sapeva amare. Non fa rumore, non lascia lividi invisibili. Spesso nasce in case apparentemente normali, senza violenza esplicita, senza abusi evidenti, eppure qualcosa dentro si spezza.
Il bambino o la bambina sente che così com’è non va bene, che deve essere più bravo, più dolce, più calmo, meno espressivo. Per meditare amore, per piacere, per essere accettati, per essere voluti. Interiorizza un messaggio subdolo, ma potentissimo: ‘Non sono amabile così come sono, devo diventare altro, devo diventare come mia madre mi vuole, perché solo allora io potrò essere nutrito, guardato, amato.’ Questo è il cuore del trauma invisibile: crescere con la sensazione che per essere amati dalla propria madre si debba diventare qualcun altro. E così si inizia a tradire se stessi, a mettere da parte i propri bisogni, le proprie emozioni autentiche, per adattarsi a chi non era in grado di amare davvero.
Da adulti, cosa succede? Quella ferita si trasforma in una fame d’amore che non si sazia mai. Possono avvenire relazioni sbilanciate, dove magari è il non amato a riempire di presenza, a riempire di attenzioni, e a non ricevere nulla quasi. Possiamo vivere da adulti con sensi di colpa per come ci comportiamo, per come pensiamo, per quello che desideriamo e non abbiamo. Possiamo vivere difficoltà nel sentirci di valere, di meritare affetto senza dovercelo guadagnare per forza, come se fosse un lavoro. ‘Io ce la devo mettere tutta per essere amato, farò il possibile.’ Quindi il trauma invisibile non è meno grave solo perché è silenzioso, ma può essere visto, accolto, trasformato. Parlarne, anche così come sto facendo io adesso, è già un primo passo, senza paura, senza giudicare, senza colpevolizzare i propri genitori, la propria madre, in questo caso.
Chi ha fame d’amore è spesso qualcuno che si sente inadeguato. E sapete cosa penso spesso? ‘Se nemmeno mia madre mi ha amato, chi potrà farlo davvero?’ Ed ecco che ci si ritrova in situazioni assurde, relazionali, amicali, lavorative. Chi potrà farlo davvero? Se io non posso fidarmi di mia madre, di chi potrò fidarmi? Capite cosa si costruisce di fronte, come aspettativa, come sguardo verso il mondo? E così si diventa ciò che l’altro desidera, a discapito della propria autenticità. ‘Mi vuole più dolce? Sarò più dolce. Mi vuole più attento? Sarò più attento.’ E io poi dimentico chi sono, dimentico come voglio vivere, come voglio esprimermi, cosa voglio dire.
Perché facciamo questo? Se dovessimo mostrarci davvero, temiamo che anche l’altro, come nostra madre, ci rispingerebbe. E così si ripercorre questo schema che diventa una coazione a ripetere, dolorosissima. È una fame che nasce da lontano, da questo mancato abbraccio, dal ‘bravo’ mai ricevuto, dal ‘sono fiera di te’ che non è mai arrivato. E da adulti continuiamo ad attenderlo, continuiamo a cercarlo, a volte più aggressivamente, a volte più passivamente.
Un bambino cresciuto nel corpo, questo adulto che è ancora fermo lì, in attesa di cosa? Di una madre che non arriverà mai? A me dispiace quando mi trovo di fronte a persone in terapia che mi parlano di queste ferite e che, pur essendo adulti, pur avendo un’età, anche 40, 50 anni, sono ancora lì in attesa di questa mamma che chiama, di questa madre che accetti le scelte fatte, di questa madre che dica: ‘Sono orgogliosa di te.’ E così gli anni passano. E quel bisogno magari si sposta, sembra non essere più sulla mamma, ma si sposta su dove? Lo spostiamo sui partner, lo spostiamo sull’amica, lo spostiamo sul capo, e a volte lo spostiamo anche sui nostri figli. Sempre alla ricerca di quell’amore originario, mai ricevuto.
Quindi si scelgono relazioni fredde? Si accetta l’indifferenza come se fosse la normalità? Si confonde l’amore con la lotta? Si confonde il legame con il sacrificio? Chi ha vissuto accanto a una madre incapace di amare ha spesso sviluppato un’iper-empatia. Che cosa vuol dire iper-empatia? Cioè quella sensazione di sentire in un modo profondissimo, iper, ciò che la madre sente, che la madre pensa. E questo perché accade? Per controllare tutto, per controllare quello che la mamma può creare, può dire, può suscitare, e soprattutto controllare una fatica immensa nel ricevere, nel gestire le proprie emozioni, nel gestire le ambiguità che si vivono e si ricevono.
Quindi un adulto, in questo caso, che ha imparato a dare sempre, quindi a essere sempre presente a questa mamma richiestiva, a questa mamma bambina delle volte, a questa mamma bisognosa di presenza, di affetto, di salute, e allo stesso tempo impara a non chiedere, a non disturbare. Non può farlo. Sarebbe una cosa tremenda, dare fastidio. Se si è già lì in attesa di ricevere amore, diventando come la nostra mamma ci vuole, immaginate se questo adulto può arrivare a dare fastidio e disturbare. Quindi si diventa l’aiutante, il confidente, il piccolo adulto capace di intuire l’umore della madre solo da un gesto, solo da uno sguardo, solo da un tono di voce, e quindi muoversi in base a quello. Essere più bravi, più dolci, fare qualcosa che possa distrarre la mamma, perché magari quel gesto ci sta facendo capire che quella mamma può avere una crisi. E così si continua, diventando solo questo a un certo punto.
E quando, per assurdo, si veniva visti, in quei rari momenti, ci si sentiva finalmente importanti, ma poi con lo sguardo spariva ancora, tornava il gelo, il silenzio, il vuoto. Da lì nasce quella fame d’amore, quella fame antica, cioè una fame che cerca la mamma, anche da adulti. E finché non si diventa consapevoli di questo, si rischia di ripetere sempre lo stesso schema.
Chi ha fame d’amore non sa bene cosa significhi essere amati davvero. Lo desidera, lo cerca, ma allo stesso tempo lo teme, perché cosa avviene? In questa dinamica, la distanza dell’altro è vissuta come un abbandono, freddo, ghiaccio, solitudine, paura. Quando l’altro si avvicina, diventa minaccia, intrusione, ipercontrollo. E allora si cerca di riempire il vuoto con altro: cibo, controllo, prestazioni, iperattività. Si può smettere di mangiare, si chiude tutto, si dice anche solo interiormente: ‘Non ho bisogno di nessuno.’ Quindi il corpo come vive tutto ciò? Ovviamente rigido, in controllo, il corpo che resta in allerta, in ipervigilanza, in tensioni croniche, con ansia, come se si vivesse ancora in quella casa, ancora con quella madre. E quindi come può avvenire la guarigione dopo tutto questo?
Perché qui, questo è il punto a cui io ci tengo tanto, a cui arrivo in ogni incontro, non solo con le persone che incontro nella vita di tutti i giorni, ma anche nell’incontro terapeutico. Io arrivo a questo punto: ‘Ok, ho vissuto tutto questo, ho sentito tutto questo, cosa ne faccio? Come posso attivare la mia guarigione?’ Allora, prima di tutto, non si può guarire ciò che non si può nominare. Dare un nome al vuoto, dare un nome a questa situazione, a questo dolore, è il primo atto di liberazione. E questo lo ripeto: non serve accusare la madre. Non ci interessa e non ci serve poi in questo processo di guarigione. Serve solo a vedere ciò che è stato, riconoscerlo e iniziare quindi a lasciarlo andare.
A volte è duro dire: ‘Ho avuto una mamma che ha avuto difficoltà ad amarmi, ad accettarmi.’ Si fa fatica anche ad ammetterlo a se stessi. E tutto questo perché? Perché possiamo amare, anche se non l’abbiamo imparato da lei, anche se nessuno ce l’ha mostrato. Quindi io rispetto profondamente le ferite, ma non credo che dobbiamo portarle addosso per tutta la vita come un marchio indelebile. Magari qualcuno qui può storcere la bocca. Ogni volta che dico questo, ci sono persone che sono altamente legate, attaccate alle loro ferite, che quando sentono dire di mollarle si arrabbiano, diventano come dei bimbi capricciosi. Non riescono, non vogliono. Ma questo è il primo passo, perché quale è il rischio dopo un trauma? È identificarsi con il trauma. Quindi io non valgo, io sono una persona ferita, io non ce la farò. Ecco, io non ci credo. Non ci credo a queste parole, non ci credo a queste voci. Possiamo arrivarci a crederci, certo, ma io non ci credo. Non è la verità. Credo che possiamo raccontarci una nuova storia, vivere una nuova storia e riscrivere una nuova storia. Quelle esperienze dolorose possono diventare terreno fertile, per seminare presenza, consapevolezza, amore, aiuto, condivisione.
Sapete cosa diceva Alfred Adler del trauma? ‘Non è l’esperienza in sé a determinare il nostro comportamento, ma è il significato che diamo a quell’esperienza.’ Capite quanta libertà c’è in queste parole? Questo cambia tutto, cambia tutto il concetto di trauma e traumatizzati. ‘Ah, io sono un traumatizzato. Ah, io sono reluci da un trauma. Non posso, non ce la faccio, non ce la farò.’ Perché cambia tutto? Perché quando iniziamo a vedere il nostro dolore come una parte, e ripeto, solo una parte, e non come tutto il nostro essere, qualcosa si apre inevitabilmente. Quando smettiamo di identificarci con le nostre ferite e iniziamo a riconoscere che siamo anche desiderio, creatività, amore, allora può iniziare un’altra storia.
Se io continuo a guardarmi come persona ferita, uomo ferito, donna ferita, dove vado? Chi divento? Quale storia mi racconto? Una storia che non cancella il passato, ma lo trasforma. Abbiamo bisogno di questo: una storia in cui possiamo finalmente scegliere di amarci, anche se nostra madre non ci ha insegnato come si fa. Attraversare la rabbia, attraversare il lutto per l’amore non ricevuto è un passaggio necessario, doloroso, molto doloroso, ma necessario. Non accusiamo, non colpevolizziamo, ma tutto ciò per continuare la nostra vita in un modo diverso.
Aggiungo un’altra cosa: non dobbiamo neanche continuare a giustificare quello che magari la nostra mamma ha potuto creare solo perché era nostra madre. Va bene, lo accettiamo, va bene, era malata. Non dobbiamo né accusare né giustificare, ma semplicemente osservare, comprendere quello che ci è accaduto, guardarlo, nominarlo e trasformarlo. La verità vista con onestà, senza esagerare, senza sminuire, ha il potere di liberarci. Da lì può nascere una forma nuova di amore, un amore che nasce dalla verità, non dal bisogno, un amore libero.
Quindi, anche se ti sei trovato a vivere un’esperienza simile, se sei cresciuto con una madre interrotta, con un amore che non sapeva passare dagli abbracci, dallo sguardo, dalla presenza, ti ricordo una cosa importante: non sei condannato a ripetere tutto questo. Puoi scegliere di interrompere il ciclo, puoi scegliere di guarire, anche se non hai ricevuto tutto ciò che ti serviva. Puoi scegliere di trasformare quel vuoto in uno spazio nuovo da riempire, da riempire di cura, di comprensione, di amore consapevole. Il dolore che hai vissuto non è una condanna, ma può diventare un seme, un seme da piantare con rispetto e dedizione. Puoi farne qualcosa di buono, puoi dedicarlo a chi verrà dopo di te e anche a quella parte bambina dentro di te che ancora aspetta uno sguardo gentile. Nessuna storia è scritta una volta per tutte, e anche da una madre interrotta può nascere un genitore capace, amorevole. Anche da un amore imperfetto può sbocciare una nuova forma d’amore, più libera, più vera.
