Il tema del crollo psicologico è di grande attualità e rilevanza, toccando le vite di molte persone che si trovano a fronteggiare momenti di crisi. La testimonianza di una donna, che ha trovato il coraggio di affrontare i propri demoni, offre uno spunto profondo per riflettere su come la vulnerabilità possa diventare un’opportunità di crescita e trasformazione. Attraverso la sua esperienza, emerge l’importanza di ascoltare i segnali del corpo e della mente, e di chiedere aiuto quando necessario.
La lettera condivisa invita a considerare il crollo non solo come un momento di fragilità, ma come un messaggio che ci spinge a fermarci e a riconsiderare il nostro percorso. In un contesto in cui la salute mentale è ancora un argomento delicato, è fondamentale abbattere il muro della vergogna e riconoscere che chiedere aiuto è un atto di coraggio e non di debolezza.
- La vulnerabilità come opportunità di crescita personale.
- Il significato del crollo psicologico e le sue manifestazioni.
- La necessità di chiedere aiuto e superare la vergogna.
- Il legame tra corpo, mente e spirito in momenti di crisi.
- Riflessioni sulla salute mentale nella società contemporanea.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi vi porto qualcosa di speciale e delicato: una lettera che ho ricevuto qualche giorno fa. È la testimonianza potente di una donna che, dopo anni di sofferenza, ha trovato il coraggio di guardare in faccia i suoi demoni e ha scelto di non fuggire più, anche se questo l’ha spaventata e la spaventa ancora un po’. La condividerò in forma completamente anonima, senza alcun dettaglio personale, ma solo condividendo il suo percorso interiore. Lei stessa ha chiesto che fosse letta qui, perché sa che da qualche parte nel mondo qualcuno sta vivendo emozioni simili.
Dopo questa lettura, prenderemo spunto per riflettere insieme sul tema dei crolli psicologici, quelli che in termini clinici chiamiamo esaurimenti nervosi, ma che spesso nel linguaggio quotidiano vengono descritti come andare in pezzi o non reggere più. Quindi ascoltiamole insieme.
Cara dottoressa Stefania, ti scrivo perché sto attraversando un periodo molto difficile e sento il bisogno di raccontare la mia storia a qualcuno che possa ascoltarla senza giudizio. Qualche mese fa ho vissuto una situazione estremamente stressante, qualcosa che ha messo alla prova tutte le mie forze. Già da tempo convivevo con ansia e momenti depressivi, ma ero riuscita più o meno a gestirli. Questa volta, però, è stato diverso. È come se il terreno sotto di me fosse crollato. Ho cominciato a piangere senza motivo, non riuscivo a dormire, ogni pensiero diventava enorme e incontrollabile. Mi sentivo come in trappola, senza via d’uscita. Ho urlato, ho avuto paura di me stessa e ho temuto di non farcela. Non lo dico a molti, ma in quei giorni ho persino pensato che sarebbe stato meglio sparire. Allo stesso tempo, però, c’era una parte di me che voleva chiedere aiuto, che sapeva che dentro questo dolore poteva esserci un segnale, un invito a fermarmi. E così ho fatto. Ho chiesto sostegno a uno psicoterapeuta e ho iniziato passo dopo passo a guardare il mio crollo come un messaggio del corpo e della mente, che mi dicevano: non puoi continuare così, qualcosa deve cambiare.
Ti scrivo perché se può servire a qualcun altro. Vorrei che la mia esperienza fosse condivisa anche in forma anonima. Non per pietà, ma perché chi sta crollando sappia che non è solo, che non è un mostro o un fallito, ma un essere umano che ha bisogno di prendersi cura di sé. Il mio cammino è ancora fragile, ma oggi posso dire che, paradossalmente, quel crollo mi ha costretto ad ascoltarmi davvero e forse, in fondo, mi ha salvata. Con gratitudine, una donna in cammino.
È una condivisione molto potente, non trovate anche voi? Potente perché ci mostra la vulnerabilità e lo fa con onestà e accettazione. Ci offre uno sguardo sincero su ciò che stava già avvenendo dentro di lei e come un accumulo continuo di condizioni altamente stressanti, su un terreno già fragile e stanco, abbia poi preso il sopravvento. Ma cosa significa, in termini clinici, avere un crollo psicologico? Con questo termine, spesso usato nel linguaggio comune, si intende un cedimento emotivo e psichico legato a stress, traumi, ansia o depressione. È come se la mente dicesse: non ce la faccio più a reggere questo peso. Si può manifestare con tanti sintomi improvvisi: ansia, senso di vuoto, perdita di energie, difficoltà a concentrarsi o a prendere decisioni. Non è un disturbo specifico, che troviamo nel manuale diagnostico, ma descrive bene un’esperienza di esaurimento delle risorse psicologiche.
Un crollo psicotico, invece, è diverso. Indica l’ingresso in uno stato alterato della percezione della realtà, quindi possiamo trovare allucinazioni, deliri, forte disorganizzazione del pensiero. In questi casi, la persona non solo è sopraffatta emotivamente, ma perde temporaneamente il contatto con la realtà condivisa. Quindi, un crollo psicologico è un collasso delle forze anteriori dovuto allo stress, mentre un crollo psicotico è una crisi molto più grave, che riguarda la percezione e la costruzione della realtà stessa. Entrambi richiedono ascolto e cura, ovviamente, ma diciamo che il crollo psicotico necessita poi di un intervento clinico immediato, anche a livello farmacologico.
Non so se qualcuno di voi ha mai vissuto o sta vivendo ora un crollo psicologico o psicotico. Se è così, vi sono molto vicina e vi mando tanta energia d’amore. Ma la prima cosa che mi sento di consigliarvi è: chiedete aiuto, non tenete tutto dentro, non vergognatevi. La vergogna, quando stiamo male, è un ostacolo enorme. Poi, soprattutto quando si parla di psichiatra, lo psicologo più o meno adesso crea un altro tipo di sensazione nell’immagine pubblica e collettiva. Lo psichiatra è ancora legato a questa visione della malattia mentale, della pazzia. Però considerate che fino a poco tempo fa ci si vergognava a mostrare la malattia che attraversava la nostra vita e bisognava apparire forti, sani. Ricordo che quando ho iniziato a studiare psicologia, quindi 30 anni fa, era ancora un argomento delicato. Quando dicevo psicologia, molti storcevano il muso, si pensava fosse un tema da malati o da casi gravi. Lo stesso valeva anche per le malattie come, ad esempio, il tumore: se ne parlava poco, si condivideva poco, sempre per paura di ciò che avrebbero pensato gli altri.
Oggi, fortunatamente, qualcosa è cambiato. I giovani parlano apertamente dei loro disagi sui social e quindi si possono ascoltare storie di problemi alimentari, di abuso di sostanze, stanchezza di vivere. Eppure, nonostante i progressi, c’è ancora paura quando si tratta di salute mentale, come se ci fossero i sani da una parte e i malati dall’altra. Tante volte mi sento chiedere in terapia: dottoressa, ma secondo lei io sono sano o malato? La verità è che non esiste una linea netta. Possiamo essere forti e sani e all’improvviso vivere situazioni di forte stress che, se non considerate, possono portare a un esaurimento delle energie. Per questo è importante osservare e accogliere ogni segnale, anche i disturbi più leggeri.
In alcuni casi, la terapia può prevedere sia un supporto psicologico che farmacologico e non c’è nulla di male nel prendere medicine, se servono. Se i pensieri diventano pesanti, forbianti, scollegati dalla realtà, se cambia il nostro modo di considerare la vita, bisogna chiedere aiuto prima che la situazione peggiori. Se viviamo una situazione di abuso fisico o psicologico e la nascondiamo per vergogna, se giustifichiamo chi ci fa del male per amore o pudore, il dolore cresce, fino a quando non riusciamo più ad alzarci, non mangiamo, non dormiamo, non sentiamo più la gioia. Quello stesso dolore, però, può diventare un campanello d’allarme e, paradossalmente, la nostra salvezza. Quindi è importante sentire dolore, anche se ci fa paura. Tante volte mi sento dire: dottoressa, io non voglio sentire più questo dolore, mi può suggerire una pratica, una tecnica? Non voglio sentire il dolore. E il dolore va ascoltato, perché ci sta dicendo qualcosa e questo ci può portare poi a chiedere aiuto. Chiedere aiuto non è assolutamente un segno di debolezza, ma il primo passo verso la guarigione.
Dal punto di vista neurofisiologico, quando attraversiamo un forte stress o traumi prolungati, il nostro cervello entra in uno stato di iperattivazione o disfunzione dei circuiti che regolano le emozioni, il pensiero e la percezione della realtà. Queste disfunzioni, questi circuiti, sono, ad esempio, nella corteccia prefrontale, che normalmente ci aiuta a ragionare e a modulare le emozioni. In queste situazioni, può diventare meno efficiente. Oppure l’amigdala, che è la centrale della paura, può sovraattivarsi, facendoci vivere emozioni intense e una costante minaccia, anche quando non ce ne sono. I neurotrasmettitori, come la serotonina, la dopamina e il GABA, possono alterarsi, creando quindi ansia, pensieri confusi, insonnia, alterazioni dell’umore e, nei casi più gravi, anche percezioni della realtà distorte. Anche il sistema nervoso autonomo può entrare in uno stato di iperattivazione o shutdown, con sintomi fisici come tachicardia, tremori, problemi gastrointestinali e fatica cronica.
In poche parole, che cosa vi sto dicendo? Sto dicendo che il cervello e il corpo reagiscono quando ci sono situazioni di forte stress, come se fossimo in un pericolo costante, anche se la minaccia reale non è immediata. Mi sento dire: dottoressa, ma io ero a cena con degli amici, andava tutto bene, e mi è arrivato un attacco di panico improvviso, senza senso. Ecco, tipo questo. Questa è un po’ una situazione tipo. In realtà, il nostro corpo e il nostro cervello vivono in un costante pericolo e quindi, anche se non c’è una minaccia immediata, questo può portare a delle attivazioni che si manifestano attraverso ansia, attacchi di panico e vari sintomi che ho citato. E se prolungati nel tempo, non considerati, considerando anche in base al terreno psicologico che abbiamo, possono sfociare in un crollo psicologico o, a volte, in crolli psicotici, quando le situazioni sono più gravi e il carico di stress non viene poi contenuto e sostenuto.
Dal punto di vista spirituale e integrato, ciò che viviamo come crollo può essere visto come un segnale profondo della nostra anima. È come se ci stesse dicendo: qui dentro di te qualcosa non è stato ascoltato, accolto, riconosciuto. Quindi, quando ci allontaniamo dalle nostre emozioni o dai nostri bisogni profondi, l’energia vitale si blocca o si disperde, creando così un accumulo di tensione interiore. La psiche, il corpo e lo spirito cercano di riportarci all’equilibrio, a volte anche in modi drastici: crisi, sintomi psicotici, depressione. Questo è, paradossalmente, un richiamo all’equilibrio, un richiamo al cambiamento, una chiamata a fermarsi, a guardarsi, ad ascoltare, a chiedere aiuto. Quindi, se la vediamo dal punto di vista clinico, medico, classico, oddio, soffro di… Se vogliamo avere una visione più ampia, non negando la clinica che è fondamentale, ma aggiungendo anche uno sguardo integrato e spirituale, possiamo certamente vederlo come un richiamo al cambiamento. Quindi quella determinata crisi, quella situazione delicata.
Dal punto di vista spirituale, non c’è divisione tra sano e malato, ed è una cosa che io ripeto da tantissimi anni e che ripeto ogni volta che incontro qualcuno. Perché? Perché tutto ciò è energia dell’esperienza umana. Accogliere il crollo senza giudicare che tipo di crollo, senza vergognarci di essere crollati, diventa un’opportunità per riconnetterci con noi stessi, guarire le ferite, integrare ciò che prima era rifiutato e ignorato. Perché sappiate che fin quando rifiutiamo e ignoriamo quel dolore, quel dolore ci torna indietro duplicato. E purtroppo è così, anche se viene spostato e sembra che stiamo meglio, a un certo punto torna.
Quindi integrazione significa vedere il crollo come un messaggio. Da un lato, corpo e cervello chiedono supporto e regolazione; dall’altro, lo spirito ci invita a fermarci, ad ascoltare, a trasformare. Chiedere aiuto, prendersi cura di sé, parlare con qualcuno, eventualmente ricevere una terapia, diventa parte del percorso di guarigione, di rinascita e di ritorno alla propria vitalità. Non nego che ha bisogno del suo tempo, questo percorso. L’altra domanda che mi sento porre è: ma quanto dura? Non mi sento meglio passata una settimana, sono passate tre settimane. Ecco, in questo caso, chiunque vi suggerisca un percorso velocissimo e rapido in tre, quattro, sette giorni sappiate che non è reale. Perché quando parliamo di mente, così come quando parliamo di corpo, che ha perso l’equilibrio, per recuperarlo ha bisogno di giusti tempi e giusto spazio. Si può e si deve partire dalle cose più semplici. Tante volte mi sento chiedere: da dove parto? E a una mia risposta semplice, vedo la faccia un po’ così. Solo da questo, in realtà bisogna poter partire dalle cose semplici per poi recuperare lentamente energia e aumentare poi il livello di complessità nel percorso, nel processo evolutivo.
Quindi, magari, il primo passo l’ho detto: chiedere aiuto a qualcuno, soprattutto se notiamo che iniziamo ad avere situazioni deliranti, allucinazioni, a sentire voci, a non dormire per parecchi giorni. Quindi chiedere aiuto a un professionista è la prima cosa, perché è come se avessimo dolore al dente. Nessuno ci direbbe: dai, pensaci, meditaci un po’ sopra. No, il dente fa male, io devo correre dal dentista. Dopo che ho curato il dente, posso poi vedere come applicare altre situazioni anche in modo listico. Quindi, prima cosa: aiuto da un professionista.
Poi si può partire anche leggendo un libro che possa aiutarci a trovare il coraggio di chiedere. A volte non abbiamo coraggio di chiedere subito al medico, possiamo chiedere aiuto al prete, al medico di base. Perché parlo di un libro? Perché un libro è un modo naturale, creativo, che ci può stimolare, spingere a fare quel piccolo passo. Quindi prete, medico di base, amico, psicologo, psichiatra: basta partire. E partendo quindi da una lettura, che cosa rappresenta la lettura simbolicamente? La consapevolezza. Quando io consiglio un libro da leggere, riguarda ovviamente la situazione che la persona sta vivendo, quindi la situazione specifica, e diventa quindi poi un dialogo con se stesso, anche fuori dalla terapia. Il lavoro è soprattutto fuori dalla terapia. Io consiglio sempre e do sempre esercizi da fare, esercizi di qualsiasi tipo: creativi, artistici, meditativi, qualsiasi cosa che serve a quella persona specifica. Quindi il libro, in questo caso, diventa lo specchio di quello che stiamo vivendo.
Allora suggerisco qualche libro. Il primo libro che suggerisco è Psicologia e vita cristiana, cura della salute mentale e spirituale di Bial. Il libro esplora come la psicologia e la spiritualità cristiana possano collaborare per affrontare e superare le difficoltà emotive e psicologiche, offrendo strategie concrete per affrontare disagi e malattie utilizzando i criteri aggiornati secondo il DSM-5. Un altro libro, Vita su un pianeta nervoso, di Matt Haig, è l’autobiografia in cui l’autore condivide la sua esperienza personale con la salute mentale, affrontando temi come ansia, depressione e l’impatto anche della tecnologia sulla psiche. Il libro offre una riflessione sincera e accessibile a tutti su benessere emotivo. Altro libro, Spiritualità, benessere e pratiche meditative, è scritto da vari autori, tra cui psicologi, psichiatri, filosofi, teologi, neuroscienziati, ed è un volume che raccoglie contributi multidisciplinari sull’importanza della spiritualità nel benessere psicologico. Gli autori esplorano come le pratiche spirituali e meditative possano influenzare positivamente la salute mentale, integrando quindi neuroscienze, psicoterapia e tradizioni religiose. Un altro libro è Psicologia spirituale, le dodici lezioni principali della vita, dell’autore Steve Rother. È un libro che offre un percorso di crescita personale attraverso dodici lezioni che combinano psicologia e spiritualità. L’autore guida il lettore in un viaggio di consapevolezza e di trasformazione interiore, affrontando temi come l’autoconsapevolezza, la gestione delle emozioni e la connessione con il proprio spirito. Sono dei libri molto interessanti anche per chi studia queste materie, quindi anche per chi sta all’università e studia psicologia, neuroscienze o qualsiasi materia umanistica. Quindi consiglio vivamente questi libri.
Ora siamo arrivati al termine di questo episodio. Mi auguro di aver fatto entrare in voi dubbi e riflessioni, come se avessimo aperto tutte le finestre di una casa e lasciato entrare aria fresca. Mi auguro che possiate trovare e avere la forza di scegliere sempre, perché credo profondamente nel nostro potere interiore, anche quando la malattia o le difficoltà più grandi sembrano schiacciarci. Credo che chiedere aiuto sia uno dei più grandi passi e uno dei più grandi doni che possiamo fare a noi stessi. In questi momenti mi sento parte anche della Terra, intesa proprio come Madre Terra accogliente, luogo in cui viviamo, in cui respiriamo, in cui soffriamo e piangiamo. Mi sento anche parte di questa parte maschile paterna che è il Cielo, inteso come Universo, come Infinito, e mi sento anche sorella di tutti gli elementi che ci avvolgono, che ci sostengono e che ci possono aiutare in questo percorso di consapevolezza. Quindi unire, aggiungere a un percorso classico di terapia. Voi siete libri di scegliere, sempre. Siete libri di scegliere se restare immobilizzati nel dolore, se compiere passi anche difficili verso l’equilibrio, verso la salute, da soli o seguiti da qualcuno. Qualsiasi scelta facciate, io la rispetto, perché siamo esseri liberi, e questa per me è la chiave. Tu puoi scoprire la tua chiave e ti auguro di scoprire qual è la tua chiave. Nel mio percorso di vita, nel mio percorso evolutivo e trasformativo, io l’ho trovata. Questa chiave ha una potenza enorme. Detta così, con queste parole, magari sembra la cosa più semplice del mondo, ma quando dico e ti dico, e condivido che siamo esseri liberi di scegliere se stare nel dolore o nella salute, nell’equilibrio, è veramente una chiave per me, che mi ha permesso e mi permette ogni giorno di creare il cambiamento. Ti auguro di trovare la tua. Grazie per aver ascoltato.
