Il tradimento è un tema complesso e sfaccettato, che spesso evoca immagini di relazioni interrotte e fiducia tradita. Tuttavia, esiste una dimensione più profonda e silenziosa di questo concetto, che riguarda il tradimento che infliggiamo a noi stessi. Quando smettiamo di ascoltare le nostre esigenze e desideri, quando ci adattiamo a ciò che ci si aspetta da noi, possiamo trovarci a deviare dalla nostra autenticità.
Questa riflessione invita a esplorare non solo le esperienze di tradimento esterne, ma anche quelle interne, che possono manifestarsi in scelte quotidiane e in momenti di indecisione. È un invito a riconoscere e accogliere le parti di noi che hanno cercato di proteggersi, per poter tornare a vivere in modo più autentico e consapevole.
- La complessità del tradimento nelle relazioni interpersonali.
- Il tradimento verso se stessi e le sue manifestazioni.
- Il ruolo delle scelte quotidiane nel deviare dalla propria autenticità.
- La connessione tra corpo e mente nella percezione del tradimento.
- La necessità di accogliere e riconoscere le parti di noi che hanno cercato protezione.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio del lunedì di Dharma in Psicologia. Oggi ho voglia di portarvi dentro una riflessione che probabilmente il titolo ha già acceso in qualche modo dentro di voi, forse ha fatto affiorare un ricordo preciso oppure anche solo una sensazione sottile, o magari una semplice curiosità.
Quando parliamo di tradimento, la mente corre subito a qualcosa di evidente, cioè una relazione, un partner, un gesto che rompe la fiducia. Certamente questa è una delle forme più conosciute di tradimento, ma il tradimento non ha una sola faccia. Può essere quello di un amico che non è stato sincero, di colleghi su cui pensavamo di poter contare, o di situazioni in cui siamo stati delusi, feriti, non visti o non rispettati nella nostra fiducia. Insomma, in generale, il tradimento che arriva dall’esterno ha sempre a che fare con qualcuno che non è stato chiaro, onesto, con ciò che noi credevamo fosse vero, e quindi ci provoca dolore e tristezza.
Eppure esiste un altro tipo di tradimento, più silenzioso, più lento e spesso molto più difficile da riconoscere: è quello che possiamo mettere in atto verso noi stessi. Quando smettiamo di ascoltarci davvero, ad esempio, quando iniziamo a mettere da parte ciò che sentiamo per adattarci a ciò che si deve fare, o quando rinunciamo a un sogno per amore o per paura. Anche quando restiamo in un lavoro che ci spegne perché cambiare sembra troppo rischioso. Potrei andare avanti con mille esempi, ma in fondo questo tipo di tradimento ha sempre la stessa radice: il momento in cui smettiamo di seguire il nostro flusso vivo, la nostra direzione più autentica, insomma, la nostra passione.
Se restiamo un attimo proprio qui, in questo punto, vi invito a non pensare a questo discorso sul tradimento solo con la mente, ma a sentire se nella vostra vita c’è stato un momento preciso in cui questa sensazione è iniziata. Non sempre un evento grande, a volte anche una scelta piccola, quasi invisibile, anche un ‘va bene così’, detto mentre dentro qualcosa invece si muoveva da un’altra parte, in un’altra direzione. Oppure, quando magari vi siete trovati a dire ‘non è il momento’, che poi è diventato ‘non è il momento’ per tanti anni. Se ti fermi un attimo a pensare, potresti accorgerti che questo tradimento non arriva tutto insieme, ma è un processo, un piccolo passo alla volta in cui ci allontaniamo da qualcosa che era vivo dentro di noi. Non lo facciamo per cattiveria, non lo facciamo per debolezza, quindi non giudicatevi. Spesso può avvenire per adattamento, per protezione, per paura di perdere un amore, di perdere sicurezza o di perdere appartenenza a un gruppo, alla famiglia. Ad un certo punto non è più chiaro quando sia successo, è solo chiaro che qualcosa non suona più uguale.
Ti faccio una domanda semplice, ma non leggera: quando è stata l’ultima volta che hai sentito di non stare più andando nella tua direzione? Non serve risponderti subito, puoi anche solo ascoltare cosa emerge nel corpo e non nella testa, perché spesso il corpo lo sa prima della mente. Lo sa attraverso la stanchezza, la tensione, la mancanza di entusiasmo o quella sottile sensazione di ‘mi sto perdendo un pezzo della mia vita’.
Ti propongo un piccolo spostamento di sguardo, non per giudicare quel momento, ma per incontrarlo. Immagina quella versione di te che in quel punto della tua vita ha iniziato a deviare leggermente da sé. Prova a immaginare quel momento in cui avresti voluto dire o fare una cosa, ma hai spostato perché per le cose che ti ho detto prima, per appartenenza, per amore, perché in quel momento era meglio così. Osserva un attimo quel momento e prima di tutto non pensare sia un momento sbagliato, perché stavi cercando di vivere al meglio in quel momento lì, in quella situazione. Forse stavi cercando amore, stabilità, approvazione, sicurezza. Ripeto, forse qualcosa in te ha dovuto tacere.
Immagina quella versione di te e, se per un istante potessi incontrarla, questa parte di te, non come un errore, ma come una parte che ha fatto del suo meglio, che ha deciso quello in quel momento lì. Cosa ti direbbe oggi se potesse parlare senza paura? E cosa diresti tu adesso con tutto quello che sai?
Ti farebbe piacere se ti accompagnassi in una visualizzazione leggera che puoi fare tranquillamente per entrare un po’ più in contatto con questa parte? Se vuoi, ti invito a chiudere gli occhi per qualche istante, o puoi anche semplicemente abbassare lo sguardo e lasciare andare un po’ la presa sul pensiero. Non devi fare nulla di giusto, non devi capire, devi solo ascoltare.
Immagina ora di trovarti davanti a un sentiero. Non è un sentiero lineare, è un sentiero vivo, ha luce e ombra, ha parti morbide e parti più difficili da attraversare. Questo sentiero è la tua vita, non tutta insieme, ma un momento preciso della tua storia. Prova ad andare a quel momento preciso in cui senti che hai deviato la strada dal tuo volere, dalla tua passione, quello in cui hai iniziato lentamente a deviare da te. Osserva quel punto, non c’è fretta, non c’è giudizio. È come se il tempo si aprisse davanti a te, permettendoti di vedere quella versione di te, quella versione che stava scegliendo, quella che diceva ‘sì’ mentre dentro sentiva ‘forse’ un ‘no’, quella che restava in un posto mentre una parte di sé voleva andare altrove. Avvicinati a lei, a questa parte di te. Avvicinati non come qualcuno che deve correggerla o sgridarla o giudicarla, ma avvicinati come qualcuno che la riconosce, con rispetto e amore. Osserva cosa porta nel corpo, cosa trattiene, cosa sta cercando di proteggere. Forse ha paura, forse prova amore, forse ha bisogno di essere accolta, vista, ha bisogno di non essere abbandonata a questa parte di te.
Stai nel corpo, senti sempre quello che emerge dal corpo, è la tua ancora. Fai dei respiri lunghi, lenti e profondi. Ora lentamente puoi parlarle, non con la mente, ma con una presenza più profonda. Magari puoi dirle: ‘ti vedo, so perché hai scelto così, non sei sbagliata, hai fatto quello che potevi per restare al sicuro, per essere amata, per non perdere qualcosa di importante’. Osserva cosa succede mentre lo dici, non cambiare nulla, resta solo lì. Ascolta se ha voglia di dirti qualcosa, o se hai voglia tu di dire qualcosa. Se lo senti, puoi aggiungere qualcosa di nuovo e dirle: ‘io oggi sono qui, e posso iniziare a tornare verso di noi’, non con un salto, non con una rivoluzione, ma con un piccolo movimento interno.
Immagina che davanti a voi si apre un’altra direzione, non perfetta, non senza paura, ma più vera, come un sentiero che non chiede di tradirti per essere amato, un sentiero dove puoi ascoltarti un po’ di più ogni volta. Osserva questo sentiero, guarda cosa c’è, se ci sono animali, se ci sono persone, se c’è natura. Che natura è? Prima di lasciare questa immagine, ringraziala. Ringrazia questo nuovo sentiero che ti è apparso, ringrazia quella parte di te che ha resistito, quella che ha scelto come ha potuto in quel momento. Puoi iniziare a portarla con te invece di lasciarla indietro, integrala con te. Respira. Quando sei pronto, ascolta nuovamente il corpo, ascolta i tuoi piedi a terra o le tue gambe a terra, la tua schiena che appoggia sulla sedia, se sei seduto sulla sedia, e torna qui, dove sei. Torna al respiro, torna al corpo, all’ambiente intorno a te, senza fretta.
Come ti senti adesso? Se provi a fermarti un istante, sei più agitato oppure sei più rilassata? O forse non senti niente di particolare, va bene anche così? Non c’è nulla da forzare, non c’è una risposta giusta. Può darsi che ci sia chiarezza, oppure confusione. Può darsi che ci sia silenzio o movimento interno, tutto questo è ok. Se riesci, prova solo a restare onesto con te stesso, senza analizzarti troppo. Chiediti: ‘cosa sto provando adesso?’ Se ti va, puoi spostare l’attenzione sul corpo, la tua ancora. C’è tensione nel tuo corpo? C’è apertura? C’è stanchezza? O c’è una sensazione difficile da nominare? Guarda, non serve dare un nome preciso subito, basta osservare questa sensazione che emerge dal corpo, come se stessi guardando qualcosa che passa, ma senza trattenerla, lasciando che le emozioni vengano e poi vadano, senza resistere, senza aggrapparsi. E respira, mentre fai tutto questo, respira, fai respiri lenti e profondi.
Siamo arrivati alla fine di questo percorso insieme, in questo sentiero meraviglioso. Prima di salutarci, vorrei lasciarti con qualcosa. Non è una risposta, non è una conclusione, ma sono delle parole, parole che non spiegano, ma che aprono uno spazio. Sono di Chandra Kandiani, tratte da ‘Il silenzio e Cosa viva’, e parlano di presenza, parlano di quello sguardo che possiamo imparare a coltivare dentro di noi quando smettiamo di fuggire da ciò che sentiamo e iniziamo semplicemente a restare. Ti invito ad ascoltarle come se fossero un proseguimento silenzioso di questo viaggio fatto insieme, come qualcosa che non devi capire, ma lasciare risuonare.
Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza. Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato. Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io. Per sentire la presenza bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di essere nulla. Il modo in cui guardiamo al nostro io è essenziale, quanto lo sguardo stesso. Va allenato uno sguardo tenero, compassionevole, uno sguardo fermo che vede i limiti, ma non si trasforma in giudice, in critico puntiglioso e acido, né in risolutore dei problemi altrui. In noi c’è qualcosa che non pretende e non si impone, qualcosa che semplicemente è, un puro conoscente sorridente. Grazie per aver ascoltato Dharma e Psicologia e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
