La riflessione su cosa significhi essere liberi dai giudizi, sia esterni che interni, è un tema che tocca profondamente la nostra esistenza. Immaginando un cerchio di persone in un giardino del tè, si apre uno spazio di vulnerabilità e introspezione, dove la domanda centrale è: cosa faresti se nessuno potesse giudicarti, nemmeno tu stesso?
Questa domanda ci invita a esplorare le dinamiche di approvazione e adattamento che spesso governano le nostre scelte. La ricerca di libertà dal dolore e dalla paura di deludere gli altri è un desiderio comune, ma ci porta a riflettere su quanto spesso ci allontaniamo dalla nostra vera essenza per conformarci a aspettative esterne.
- La libertà dai giudizi e dai condizionamenti.
- Il bisogno di approvazione e il suo impatto sulle scelte personali.
- Le dinamiche familiari e il loro ruolo nell’identità individuale.
- Il riconoscimento del proprio sentire e la ricerca di autenticità.
- Il processo di tornare a contatto con se stessi.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio del lunedì di Dharma e Psicologia. Oggi vorrei fermarmi con voi a riflettere su un tema molto importante, e vorrei farlo immaginando una scena. Immaginate tutti noi seduti in un cerchio, in un meraviglioso giardino del tè, e siamo in un bosco, sotto alberi grandi che ci riparano dal sole caldo. L’aria è leggera, il vento si muove piano tra le foglie, e tra le mani abbiamo una tazza di tè dal profumo intenso e travolgente.
E lì, in quello spazio, così semplice e vero, vi farei una domanda, una domanda da porre a voi, da porre a me stessa, insomma da porre a tutti noi: cosa faresti se nessuno potesse giudicarti, nemmeno tu? E mentre immagino questo cerchio, io vi osservo, e vedo i primi movimenti interiori comparire nei piccoli cambiamenti del viso, nei gesti quasi impercettibili del corpo. Vedo qualcuno che abbassa lo sguardo, qualcuno sorride appena, qualcun altro rimane in silenzio. Forse una delle prime risposte che emergerebbe sarebbe: è davvero possibile essere completamente liberi dai condizionamenti?
Comprendo bene questa domanda che mi viene fatta spesso, perché immaginarsi totalmente liberi da qualsiasi giudice, sia esterno che interno, può sembrare quasi impossibile, anche solo da pensare. Ma se invece potessimo farlo? O se più realisticamente potessimo allenarci ad avvicinarci a questa consapevolezza? Molti di noi vorrebbero essere liberi, e in terapia è forse una delle richieste più frequenti. Mi sento dire spesso: vorrei essere libero dal dolore, vorrei essere libera da quella persona che mi fa male, o libero dal continuo giudicarmi, libera dal boicottarmi.
Quando diciamo queste frasi, si muove qualcosa di più ampio. Sembra quasi che portiamo dentro di noi la paura di deludere, il bisogno di approvazione, l’adattamento continuo, anche la tendenza a performare una versione di noi stessi. Facciamo di tutto per non deludere gli altri, e non parlo solo delle persone più vicine, ma anche dei colleghi, superiori, insegnanti, figure di riferimento. Abbiamo bisogno di essere percepiti come amabili, disponibili, rispettabili, preparati, competenti, coerenti. Non sia mai fragili, con limiti, o impauriti, o pieni di emozione; quello va nascosto.
Spesso facciamo una grande fatica a sostenere questi standard, che a volte arrivano dall’esterno, altre volte sono richieste interiorizzate. Abbiamo bisogno di essere approvati nelle nostre scelte, e questo emerge anche nello spazio terapeutico, dove spesso arriva la richiesta, sia esplicita che implicita, di un ok esterno. È come chiedere il permesso, quasi come se il terapeuta diventasse una figura di riferimento, a volte genitoriale, che può confermare: sì, puoi scegliere questo cambiamento, sì, puoi fidarti di te.
Anche nel lavoro questa dinamica si manifesta spesso nella difficoltà a esprimersi liberamente, o nel timore di risultare non collaborativi, non comunicativi, poco professionali, o persone difficili che non sanno lavorare in team. Così impariamo ad adattarci anche quando qualcosa dentro di noi si contrae. Questo accade anche nelle famiglie, soprattutto con i genitori, che dovrebbero essere il primo spazio di libertà, ma che a volte, non per cattiveria, ma forse per storia personale, per dinamiche transgenerazionali, faticano a tollerare la differenza.
Si trasmette, spesso senza consapevolezza, un copione, un modo giusto di essere in quella famiglia, un modo giusto di scegliere, il modo giusto di vivere, il modo giusto di vestirsi. Non accade in tutte le famiglie, ovviamente, ma accade abbastanza spesso da diventare una realtà clinica ricorrente. Emergere frasi come: non posso dire ai miei cosa mi piace davvero, soffrirebbero troppo, non accetterebbero la mia scelta, mi caccerebbero di casa, sarei troppo diverso e non avrei più il loro appoggio.
Sto facendo esempi generici, ma sono reali, frasi che emergono spesso in terapia. Se qualcuno si riconosce in questi passaggi, non c’è nulla da allarmarsi e soprattutto da giudicarsi. Non significa che ci sia qualcosa che non va, significa riconoscere qualcosa di profondamente umano: il bisogno di essere visti, accettati, amati. Se lo guardiamo con uno sguardo più ampio, questo bisogno non nasce da un difetto, ma da qualcosa di originario. Nasce quando siamo piccoli, piccolissimi, e non possiamo bastare a noi stessi, quando la nostra sopravvivenza dipende da un altro essere umano, dipende da uno sguardo che ci riconosce, da una voce che ci calma, dipende da un corpo che ci contiene.
In quei primi momenti non esiste ancora un’identità strutturata, esiste un’esperienza semplice e radicale: io esisto se qualcuno mi vede, mi risponde e mi accoglie. Il bisogno di essere amati non si impara dopo; ci costituisce proprio. Crescendo, però, si trasforma, ma non scompare. Diventa desiderio di appartenenza, di non essere esclusi da un gruppo, dalla comitiva, di non essere troppo diversi dalla società. Poi, più avanti, diventa bisogno di riconoscimento, di conferma.
Così impariamo a leggere continuamente l’ambiente, impariamo a modularci per restare dentro un senso di appartenenza. In questo non c’è nulla di sbagliato; è una forma di intelligenza relazionale. Il punto arriva quando questo bisogno diventa così dominante da farci perdere il contatto con ciò che sentiamo davvero, cioè quando l’appartenenza esterna prende il posto dell’ascolto interno. Non cerchiamo più solo amore, ma cerchiamo sicurezza, amore attraverso l’approvazione. Ed è proprio qui che inizia il lavoro più delicato: non è eliminare questo bisogno, perché non è possibile, è umano, ma possiamo riconoscerlo e non lasciarci prendere, catturare, quindi non essere l’unica bussola delle nostre scelte.
Sotto questo bisogno antico può esistere anche un altro movimento, ovvero il bisogno di essere interi anche quando non siamo perfettamente accolti. Che cosa vuol dire essere interi anche senza essere accolti? Vuol dire restare verticali, con i piedi radicati a terra e la testa verso il cielo, anche quando una nostra scelta non viene compresa o non viene accolta. Senza la paura di romperci, senza la paura di perderci o di sentirci abbandonati, avere la forza di credere che da adulti possiamo diventare autonomi e interi anche quando andiamo in direzioni diverse da quelle di chi ci ha cresciuti, o dei nostri amici, o dei nostri colleghi.
Certo, per fare questo tipo di percorso, di cammino, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole costruzione. Non è un’idea, ma è un lavoro interno, è un lavoro mentale, emotivo, psichico. È un allenamento che si costruisce nella pratica, soprattutto quando arrivano pensieri catastrofici o quando arrivano paure che amplificano ogni scelta. Non si tratta di giusto o sbagliato, si tratta di essere in contatto con il proprio sentire.
Nel lavoro clinico incontro spesso storie che vanno in questa direzione e vi porto una storia inventata, che però prende spunto da situazioni reali del lavoro clinico. Vi racconto la storia di un paziente cresciuto in una famiglia in cui esiste uno studio dentistico tramandato da generazioni. Quindi il padre è dentista, il nonno lo era prima di lui. Attorno a questo si costruisce spesso implicitamente un’aspettativa, cioè la continuità anche al figlio. Il figlio quindi si iscrive, coincidenza, tra virgolette, a odontoiatria. All’inizio sembra una scelta possibile, quasi naturale, ma col tempo qualcosa si incrina. Lo studio diventa faticoso, gli esami pesanti, emergono ansia, tristezza, nervosismo, a volte anche attacchi di panico. Non è solo difficoltà accademica; è il corpo che segnala un disallineamento, ma nonostante questo il percorso continua.
Arriva la laurea, e poi arriva il lavoro nello studio dentistico, che porta il nome del padre, che porta il nome del nonno. Da fuori tutto sembra funzionare, ma dentro, per restare lì, diventa necessario spegnere parti di sé e adattarsi sempre di più. Gli anni passano, la vita si struttura, eppure il corpo continua a parlare. Inizia a associare insonnia, gastrite, ansia. Si iniziano a prendere farmaci per reggere la quotidianità. È una sensazione sempre più chiara vivere una vita che non si sente propria. Fino a un momento, spesso raccontato con intensità, guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Ed è lì che nasce la domanda: ma come sono arrivato fin qui?
Forse ascoltando questa storia qualcosa dentro di noi può contrarsi, non perché sia estrema, ma perché è una storia possibile. È una storia che in forme diverse può appartenere a molte vite. Non parla di errore; non è una storia che parla di errore, è assolutamente… È una storia che parla di adattamento, di amore, di appartenenza. Di quanto, a volte, per restare dentro uno sguardo che ci riconosce, possiamo allontanarci lentamente da noi stessi senza accorgercene.
La domanda non è come avrei dovuto fare diversamente, perché questa domanda spesso arriva troppo tardi e porta in sé il giudizio. Forse la domanda più viva è un’altra: dove sono io adesso, dentro la mia vita? E in quali punti mi sto ancora dimenticando di ascoltarmi? Queste domande non servono per cambiare tutto, non servono per riscrivere totalmente il passato, ma per iniziare a riportare presenza lì, dove qualcosa si è allontanato. Non è un’accusa, è un ritorno.
Forse la domanda non è più come avrei dovuto fare diversamente, ma in questo momento della mia vita, dove mi sono messo io? In che posto, dove mi sto ancora dimenticando di ascoltarmi? E se, anche solo per un istante, questa domanda apre uno spazio, anche piccolo, anche impercettibile, allora non è una domanda che giudica, è una domanda che riapre.
Non si tratta di tornare indietro e cambiare tutto; non abbiamo la macchina del tempo e non servirebbe nemmeno. Non si tratta di cancellare le scelte che abbiamo fatto, si tratta di iniziare a rientrare in contatto con se stessi da dove siamo adesso, con quello che sentiamo, con quello che il corpo sta ancora cercando di dire, con quello che forse abbiamo solo imparato a mettere in silenzio.
Prima di salutarci, ti propongo un piccolo esercizio di consapevolezza. Non c’è nulla da fare nel modo giusto, è solo uno spazio da abitare per qualche istante. Quindi, se puoi, chiudi gli occhi, porta l’attenzione al respiro, non modificarlo, non controllarlo, semplicemente osserva, respira in modo molto delicato, semplice e naturale.
Adesso prova a farti tre domande, lentamente, senza cercare risposte immediate:
— Cosa sto sentendo adesso? — Cosa sta accadendo dentro di me, proprio ora? — Se non ci fosse paura di essere giudicato o non approvato, cosa farei in questo momento? — Cosa direi? — O verso quale direzione mi muoverei, se non dovessi preoccuparmi di piacere a nessuno?
Se non avete in questo momento nessun movimento, nessuna percezione, non vi preoccupate, non dovete per forza rispondere con la mente. Potete rifarvele domani, fra una settimana, o semplicemente ascoltare quello che succede nel corpo. Non devono arrivare le grandi risposte della vita; sentite se c’è una tensione, un’apertura, se c’è anche solo silenzio, qualsiasi cosa ascoltatela.
E mentre resti lì, prova a dirti dentro di te con gentilezza: non devo cambiare tutto adesso, posso solo tornare a sentirmi, un passo alla volta da qui. Questo è importantissimo, perché noi molte volte portiamo fretta, tanta fretta, di cambiare, di stare bene, di riprenderci. Ma è importante dirselo che non deve cambiare tutto subito, che l’importante è iniziare anche solo a sentirsi, un passo alla volta, da qui, da dove siete.
Se qualcosa si muove, anche solo in modo sottile, non trattenetelo, non rispingetelo, lasciate che sia. E poi, quando ti senti pronto, torna a te stesso, torna al tuo corpo, torna alla stanza, torna alla presenza. Vai fuori, esci sul balcone, guarda il cielo, respira, e ritorna a te.
Adesso ci salutiamo, poiché siamo arrivati alla fine di questo episodio. Grazie per aver ascoltato Dharma in Psicologia e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
