La complessità della cannabis come sostanza e il suo significato culturale e spirituale sono temi che meritano una riflessione profonda. Non si tratta solo di valutare i rischi o i benefici legati al suo utilizzo, ma di esplorare le diverse prospettive che si intrecciano attorno a questa pianta. La cannabis, infatti, è vista da alcuni come un elemento pericoloso, mentre per altri rappresenta un’opportunità di connessione e introspezione.
In questo contesto, è fondamentale interrogarsi su cosa stiamo cercando quando ci avviciniamo a una sostanza come la cannabis. È un viaggio che ci porta a considerare non solo gli effetti biologici, ma anche le dimensioni culturali e spirituali che influenzano la nostra esperienza. La ricerca di consapevolezza e significato è al centro di questa esplorazione, invitandoci a riflettere su come le nostre scelte siano influenzate dal contesto e dalla nostra storia personale.
- La dualità della cannabis: sostanza pericolosa o pianta sacra?
- Il ruolo del sistema endocannabinoide nel nostro organismo.
- La differenza tra effetti biologici e significati culturali.
- La relazione tra individuo e sostanza: ricerca di connessione o fuga?
- Rischi associati all’uso della cannabis in contesti specifici.
- La necessità di discernimento e consapevolezza nell’approccio alla cannabis.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Alcuni giorni fa ho ascoltato una puntata di un podcast molto conosciuto, di cui non farò il nome per rispetto della privacy, nella quale si parlava di spiritualità, cannabis, rastafarianesimo, temi complessi che non riguardano soltanto la dimensione personale, ma toccano anche altri aspetti, sociali, culturali, antropologici, politici e naturalmente anche quelli di salute mentale.
Durante questa conversazione ho percepito due modalità differenti di avvicinarsi all’argomento. Da una parte, un approccio più orientato alla cautela, alla ricerca scientifica, alla necessità di valutare i possibili rischi della cannabis. Dall’altra, una prospettiva più ampia, nella quale entravano la dimensione spirituale, l’esperienza personale, anche il linguaggio artistico e il significato che questa pianta ha avuto e ha in alcune culture. Quello che mi ha colpito non è stato tanto stabilire chi avesse ragione, ma osservare come lo stesso tema possa essere guardato attraverso lenti molto diverse. E da qui sono nate alcune domande, che vorrei esplorare insieme a voi. Che cosa sappiamo realmente degli effetti della cannabis sulla mente e sulla salute della persona? Che cosa significa per alcune tradizioni e culture attribuire a questa pianta un valore spirituale? E dove finisce il dato scientifico e dove inizia l’esperienza soggettiva?
So che affronterò un argomento delicato, perché sulla cannabis spesso si incontrano posizioni molto polarizzate: chi la considera una sostanza pericolosa da evitare, e chi invece la vede come una pianta naturale, antica, capace di aprire spazi di consapevolezza. Il mio intento oggi non sarà quello di prendere una posizione a favore o contro, ma di offrire alcuni elementi di riflessione attraverso diverse prospettive: quella psicologica, quella scientifica, quella culturale e quella spirituale.
Sono domande che incontro spesso anche nel mio lavoro clinico, soprattutto quando accompagno giovani che si interrogano sul rapporto tra sostanze, identità, ricerca di sé e bisogno di esperienze che abbiano un significato profondo. Perché, forse la domanda più interessante non è soltanto se la cannabis fa bene o fa male, ma anche che cosa stiamo cercando quando ci avviciniamo a una sostanza. Stiamo cercando un sollievo, una fuga, un’esperienza di connessione, una risposta a una domanda più profonda? Ed è proprio da queste domande che vorrei partire.
Quando parliamo di cannabis, spesso ci troviamo davanti a due visioni opposte. Da una parte, c’è chi la considera una sostanza pericolosa, quasi estranea al nostro organismo, dall’altra c’è chi la vede come una pianta naturale, utilizzata da alcune culture anche per scopi spirituali, di ricerca interiore. Ma cosa accade davvero nel nostro corpo? Allora, una delle cose più affascinanti è che il nostro organismo possiede un sistema chiamato sistema endocannabinoide. La parola può sembrare strana, ma il concetto è molto semplice: il nostro corpo produce naturalmente delle molecole simili ai cannabinoidi della cannabis, che sono appunto chiamate endocannabinoidi, e possiede dei recettori specifici in grado di riconoscerle. Tra questi troviamo soprattutto i recettori CB1, presenti in particolare nel cervello e nel sistema nervoso, e anche i recettori CB2, che sono più collegati al sistema immunitario. Questi recettori partecipano alla regolazione di diversi processi: la percezione del dolore, l’umore, l’appetito, il sonno, la risposta allo stress e l’equilibrio interno dell’organismo.
Quindi è interessante fermarsi su una domanda: perché abbiamo un sistema che risponde a sostanze simili a quelle presenti nella cannabis? La risposta è che questo sistema non nasce per la cannabis, intendiamoci, esiste prima della pianta, perché il nostro corpo produce già le proprie molecole, cioè gli endocannabinoidi, che hanno funzioni di regolazione. Il THC, il principale componente psicoattivo della cannabis, riesce a interagire con questi stessi recettori, soprattutto con il recettore CB1, modificando alcuni processi del sistema nervoso. E questo ci porta a un punto importante: il fatto che il nostro corpo abbia recettori per una sostanza non significa automaticamente che quella sostanza sia sempre benefica o sia sempre innocua. Pensiamo agli oppioidi. Anche il nostro corpo possiede recettori per gli oppioidi e produce sostanze simili come le endorfine. Questo non significa che ogni sostanza oppioide assunta dall’esterno sia priva di rischi, e questo lo sappiamo bene.
La natura spesso è più complessa nelle contrapposizioni. La cannabis non è semplicemente veleno, e non è semplicemente una pianta buona perché è naturale. È una sostanza biologicamente attiva che interagisce con sistemi profondi del nostro organismo, i cui effetti dipendono dalla persona, dalla quantità, dalla frequenza, dall’età, dalla predisposizione individuale e soprattutto anche dal contesto. Anche il tema spirituale merita attenzione, proprio perché parliamo di contesto. Alcune tradizioni, come quella rassafariana, hanno attribuito alla cannabis un significato sacro, vedendola come una pianta capace di favorire la contemplazione, l’introspezione, la connessione. La scienza e la spiritualità però rispondono a domande diverse. Una cerca di comprendere meccanismi biologici e gli effetti sulla salute, l’altra esplora il significato che una sostanza può assumere nella vita di una comunità o di una persona.
Forse il punto interessante sta proprio qui: conoscere senza idealizzare e senza demonizzare. Il nostro corpo è già in dialogo con il mondo naturale, ma la conoscenza richiede anche discernimento, ascolto, osservazione e comprensione degli effetti reali oltre le ideologie che ognuno di noi porta. E forse un’altra domanda potrebbe essere non solo cosa può fare una sostanza nel nostro corpo, ma anche come noi scegliamo di relazionarci con ciò che entra nel nostro corpo, con ciò che entra nella nostra coscienza.
Durante l’intervista è emerso un tema particolarmente interessante, cioè l’idea che chi utilizza cannabis possa avere il DNA modificato. L’intervistatrice ha manifestato questa considerazione, e questa affermazione merita un approfondimento, perché spesso nel linguaggio comune si tende a confondere concetti scientifici diversi. Dire che una sostanza modifica il DNA significa qualcosa di molto preciso: significa intervenire sulla sequenza genetica, cioè sul codice che contiene le nostre informazioni biologiche. Attualmente non possiamo dire semplicemente che la cannabis resta nel DNA, o che chi utilizza cannabis abbia il proprio DNA cambiato in questo senso. No, non è scientificamente provato, quindi non è corretto.
Esiste però un ambito di ricerca chiamato epigenetica, che studia come alcuni fattori ambientali, tra cui lo stress, l’alimentazione, le sostanze, gli stili di vita, possano influenzare il modo in cui alcuni geni vengono regolati, cioè vengono attivati o disattivati. Quindi in questo modo si può leggere questo discorso della genetica, ma questo, come vedete, è un campo complesso, un campo in continua evoluzione, quindi parlare di effetti epigenetici non significa assolutamente dire che il DNA viene riscritto, o che una persona porta per sempre dentro di sé la sostanza assunta. La differenza è importante, quindi una cosa è dire che una sostanza può avere effetti sul funzionamento dell’organismo e sulla regolazione di alcuni processi biologici, un’altra cosa è dire che questa sostanza modifica il DNA della persona. Sono due affermazioni molto diverse, quindi dobbiamo stare attenti se diamo questa informazione in un podcast.
Ed è proprio qui che diventa interessante il dialogo tra scienza ed esperienza. Da una parte abbiamo la ricerca scientifica, che cerca di osservare i meccanismi biologici, i possibili rischi, dall’altra abbiamo l’esperienza soggettiva delle persone che raccontano il proprio rapporto con una sostanza, il proprio vissuto, il significato che questa sostanza assume nella sua vita. Ed entrambe le dimensioni esistono, ma non devono essere confuse. L’esperienza personale non sostituisce la ricerca scientifica, così come un dato scientifico deve essere comunicato con precisione, senza creare paure, senza creare semplificazioni.
Come noterete, in questo discorso la verità non è semplice da afferrare, perché ci troviamo davanti a un tema molto più complesso di un semplice fa bene o fa male. È vero, il fatto che qualcosa sia naturale non significa automaticamente che sia sano o innocuo. La natura contiene elementi capaci di nutrire, di curare, di trasformare, ma ha anche elementi potenzialmente pericolosi. Esistono piante velenose, bacche tossiche, sostanze naturali che richiedono conoscenza, rispetto, consapevolezza. La questione forse non è soltanto la pianta in sé, ma il tipo di relazione che l’essere umano costruisce con essa.
Molte culture tradizionali hanno sviluppato nel tempo conoscenze, rituali, contesti specifici intorno all’utilizzo di alcune piante considerate sacre o medicinali, e in queste tradizioni la pianta non è semplicemente una sostanza da assumere, non è una droga, è inserita dentro un percorso fatto di preparazione, intenzione, di guida, di comunità, di significato simbolico. Pensiamo ad esempio alla yuasha. Spesso si discute di come il trasferimento di alcune pratiche fuori dal loro contesto originario possa trasformare profondamente l’esperienza. Ciò che in una tradizione è inserito in un contesto spirituale comunitario può diventare in altri contesti semplicemente l’assunzione di una sostanza con effetti psicoattivi. Questo non significa stabilire che un contesto sia vero e un altro sia falso, ma è importante riconoscere che il significato di un’esperienza dipende anche dalla cornice culturale, dalla preparazione, dall’intenzione con cui viene vissuta.
Anche nella tradizione indiana troviamo esempi interessanti. Alcuni sadhu, shivaiti, utilizzano la cannabis all’interno di una dimensione religiosa, devozionale, legata a Shiva, nella quale la pianta assume un significato simbolico e rituale. Ad esempio, quando sono stata al Kumbh Mela, l’incontro con i sadhu è stato per me un’esperienza molto forte e anche difficile da spiegare a parole. Non era semplicemente l’incontro con persone che utilizzavano una pianta, ma l’incontro con una tradizione millenaria, con una visione della vita completamente diversa dalla nostra, nella quale il corpo, la spiritualità, il distacco dal mondo materiale, la ricerca del divino, si intrecciano tutte insieme in modo molto profondo.
E ricordo l’impatto di vedere queste figure immerse nella loro pratica, nel loro modo di vivere la spiritualità, nella loro relazione con il sacro, tutte nude, coperte di cenere, e osservare quel contesto mi ha fatto riflettere su quanto sia importante non estrapolare un elemento isolato da una cultura e portarlo altrove, senza considerare tutto ciò che lo circonda. La stessa pianta, inserita in un percorso religioso, simbolico e comunitario, può avere un significato completamente diverso rispetto a un utilizzo individuale, ricreativo o legato soltanto alla ricerca di una sensazione.
Durante il mio viaggio nel nord dell’India mi è capitato di camminare in luoghi dove cresceva cannabis spontanea, piante altissime, rigogliose, immerse nella natura, e vederla in quel contesto, libera e parte di un ecosistema, e non semplicemente come un oggetto di consumo, mi ha portato a riflettere sul significato che attribuiamo alle cose, a seconda dello spazio in cui le incontriamo. La stessa pianta può evocare immagini, pensieri, relazioni molto diverse: può essere una sostanza, può essere un elemento culturale, può essere un grande simbolo spirituale, se è inserita in una tradizione o se è un oggetto di consumo. Ed è proprio qui che voglio portarvi con questa puntata.
Quindi, siamo partiti da questa domanda: che cosa fa questa pianta, ma ne introduciamo altre di domande: in quale spazio la incontriamo, con quale intenzione, con quale consapevolezza? Per molte tradizioni, il luogo, il rito e la relazione con la pianta fanno parte dell’esperienza tanto quanto la stessa pianta. Ci tengo a dire che una stessa sostanza può assumere significati molto diversi a seconda del luogo, della cultura, del contesto, della mente, dell’approccio, dell’anima. È forse proprio questa complessità che dobbiamo imparare ad abitare, senza idealizzare la natura, ma anche senza ridurla semplicemente a una molecola.
Ma a questo punto è necessario aprire anche l’altra parte della riflessione. Dove si inseriscono i rischi? Dove si collocano le esperienze di sofferenza psicologica che possono essere associate all’utilizzo della cannabis? Perché sarebbe altrettanto poco corretto idealizzare questa pianta, dimenticare che in alcune persone e in determinate condizioni il suo utilizzo può diventare problematico. La ricerca ha evidenziato che un uso frequente, soprattutto di cannabis ad alto contenuto di THC, può essere associato in alcune persone, ripeto in alcune persone, a difficoltà della memoria, nell’attenzione, nella motivazione, nella regolazione emotiva. Esiste inoltre un tema molto delicato rispetto alla salute mentale in persone vulnerabili: in persone che hanno una predisposizione individuale, l’utilizzo di cannabis può aumentare il rischio di sviluppare episodi psicotici o peggiorare condizioni psicologiche già presenti.
Quindi, ripeto, non significa che chiunque utilizzi cannabis svilupperà un disturbo psicotico, perché anche questo sarebbe una semplificazione e non un’informazione né scientifica né corretta. Significa però che non tutte le persone hanno la stessa risposta a una sostanza e che fattori come la predisposizione individuale, l’età d’inizio, la frequenza di utilizzo, la quantità, il contesto e la propria storia personale hanno un ruolo importante.
Quindi, la domanda importante torna ad essere quella della relazione. Una pianta può essere inserita in un contesto rituale, culturale e spirituale, ma può anche diventare un modo per fuggire da se stessi, per cercare continuamente un cambiamento dello stato di coscienza, per inseguire una sensazione, per anestetizzare una sofferenza. E quindi ecco che entra la psicologia in tutto questo. Non è soltanto la sostanza in sé a raccontarci qualcosa, ma è anche il rapporto che la persona costruisce con essa. Quindi, sto utilizzando questa esperienza dell’utilizzo della cannabis per entrare maggiormente in contatto con me stesso oppure per allontanarmi da qualcosa che faccio fatica a sentire? Perché qualsiasi strumento, anche quello che nasce con un significato sacro in alcune culture, può trasformarsi, quando viene utilizzato senza consapevolezza, senza ascolto e senza una reale integrazione nella propria vita. Può trasformarsi e cambiare quindi il significato e anche la risposta del nostro corpo e della nostra mente.
Ed è proprio grazie a questa conversazione che ho ascoltato in questo podcast che ho avuto la possibilità di osservare con chiarezza qualcosa che incontro spesso anche nel mio lavoro terapeutico. Da una parte possiamo trovare chi utilizza alcuni dati scientifici in modo rigido, perdendo la complessità della persona e trasformando un’informazione in una certezza assoluta. Dall’altra possiamo incontrare chi si avvicina alla cannabis, in questo caso la cultura rastafariana, attraverso il desiderio di conoscersi, di esplorare la propria interiorità, di vivere questa connessione con il divino, di essere e di sentirsi allo stesso tempo divini, senza dimenticare che tutto questo può comunque portare in alcune persone ad episodi di ansia intensa, attacchi di panico, crisi identitarie, difficoltà nella motivazione, difficoltà nel funzionamento quotidiano, anche il bisogno di ricercare continuamente quella sensazione di pace e di apertura che la sostanza sembra offrire.
Quindi, è buona o è cattiva? Non è questa la domanda, e quando vi sentite porre questa domanda o se ve la ponete voi stessi non siete nel luogo giusto. Le domande più adatte potrebbero essere: che rapporto sto costruendo con questa esperienza? Che cosa sto davvero cercando? Mi sta aiutando ad avvicinarmi a me stesso oppure mi sta allontanando da qualcosa che faccio fatica ad affrontare? Spero che questo mio piccolo contributo possa invitare alla ricerca di informazioni scientifiche attendibili, ma anche alla capacità di farsi domande profonde. Quindi leggete, cercate, informatevi, non fermatevi alle prime informazioni che ascoltate, e mi raccomando, se utilizzate cannabis provate a chiedervi quale bisogno state cercando di incontrare, che cosa vi serve realmente per stare bene nel vostro corpo, nella vostra mente, nella vostra vita.
Ricordiamoci anche di rispettare le origini delle piante, dei cibi, delle culture, perché quando una pratica o una sostanza viene spostata dal contesto può cambiare significato. Quindi impariamo a non svilire un’esperienza nascondendoci dietro una ricerca spirituale, ma anche a non ridurla soltanto ad un insieme di molecole. Spero di essere riuscita a rimanere nel centro, senza giudicare nessuna posizione. Se in qualche passaggio non ci sono riuscita, vi chiedo comprensione, perché il mio intento non è assolutamente di giudicare nessuno, dentro di me non c’è giudizio, ma il desiderio di accompagnare una riflessione più consapevole su ciò che serve alla nostra mente, su ciò che serve al nostro corpo, alla nostra dimensione più profonda, e questo è quello che conta per me. Con il coraggio di iniziare un percorso, ma anche con il coraggio di interromperlo quando ci accorgiamo che qualcosa non ci fa più bene.
