Le relazioni possono essere una fonte di grande gioia, ma anche di profonda sofferenza. È un tema che spesso emerge nei discorsi quotidiani e sui social, dove si tende a etichettare il partner disfunzionale come il colpevole di ogni male. Ma cosa succede quando ci troviamo intrappolati in una relazione che ci fa stare male? È fondamentale interrogarsi su cosa ci tiene legati a queste dinamiche, e se la nostra sofferenza possa essere spiegata solo puntando il dito verso l’altro.
La consapevolezza di sé diventa quindi un passo cruciale per comprendere le nostre scelte e il nostro benessere. È un percorso che richiede onestà e introspezione, per riconoscere che la realtà delle relazioni è complessa e che il dolore può derivare anche da ferite interiori, non solo dall’altro. In questo contesto, esplorare il confine tra amore e dipendenza diventa essenziale per vivere relazioni più sane e appaganti.
- Il confine tra amore e dipendenza: come riconoscerlo?
- Il ruolo del trauma nelle relazioni disfunzionali.
- La narrazione sociale delle relazioni: vittime e colpevoli.
- La complessità delle emozioni: bisogno vs. urgenza.
- La differenza tra relazioni sane e disfunzionali.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio del lunedì di Dharma in Psicologia. Oggi voglio iniziare direttamente con una domanda. Ti è mai capitato di non riuscire a smettere di pensare a qualcuno che ti fa stare male davvero? Se ti è successo, e magari sei rimasta in quella relazione, nonostante la sofferenza che provavi, probabilmente ti sarai anche chiesta: perché alcune relazioni, invece di farci stare bene, ci tolgono energia e libertà?
Oggi ho scelto di toccare questo tema perché lo vedo ripetersi continuamente, soprattutto sui social. Se ne parlo ovunque, da prospettive psicologiche, filosofiche, spirituali e molto spesso il centro del discorso diventa sempre lo stesso: il partner disfunzionale, spesso etichettato come narcisista. Le relazioni disfunzionali esistono, come? E molti di noi lo sanno bene, se l’hanno vissuta. Ma mi chiedo, perché ogni volta che leggiamo qualcosa, o guardiamo un video breve, la narrazione tende quasi sempre a essere la stessa? Cioè, l’altro come colpevole assoluto, l’altro come il cattivo, l’altro come quello che ci distrugge la vita, e noi, poveri spettatori passivi, intrappolati nelle sue grinfie, povere vittime. Lo so, sto usando un po’ di sarcasmo, ma è perché questa visione è diventata quasi una moda.
Come tutte le mode, può diventare pericolosa, perché in questo modo ci sono un responsabile e l’altro, ed è facile così, no? Solo l’altro è disfunzionale, solo l’altro è da curare, solo l’altro è il problema. Vi assicuro che l’ho sentito dire tante volte. Ma se vogliamo davvero essere più centrati e consapevoli, dobbiamo accettare che la realtà è un po’ più complessa, e soprattutto che la nostra sofferenza non può essere spiegata solo puntando il dito fuori da noi. Non è solo da fuori che arriva la sofferenza dentro di noi.
Quindi il percorso di consapevolezza passa inevitabilmente da uno sguardo verso se stessi. Passa da domandarsi se sono dentro una relazione che mi fa soffrire, cosa mi tiene lì? Perché se vengo umiliato, trattato male, invece di allontanarmi, mi sento ancora più legato? Cosa sta accadendo dentro di me? Nella teoria del trauma si dice spesso che non c’è libertà, perché ferite passate ci spingono inconsciamente a ripetere certi legami e a restare anche dove si soffre, a ripetere quelle dinamiche disfunzionali che avevamo da bambini, per cercare di liberarcene, di risolverle. E in parte è vero, il trauma può bloccarci, può lasciarci nella ripetizione. Quindi il dolore ci compone, l’altro ci fa male, ma anche questa lettura, se diventa rigida, può diventare limitante.
Io incontro persone che si riconoscono completamente in questa teoria, quindi arrivano in terapia con questo tipo di lettura del trauma che hanno vissuto, del colpevole che è l’altro, e allo stesso tempo si sentono intrappolate perché non riescono a modificare, perché è l’altro che ha il potere. E allora restano nella relazione, soffrono, ma nel frattempo disprezzano il partner spiegando tutto attraverso questa teoria del trauma e che quindi loro non possono muoversi. Non ci si può muovere perché sono prigionieri del trauma. E allora la domanda diventa: anche questa visione può diventare una prigione? Forse sì, soprattutto quando tende a chiudere tutto ciò che invece può accadere di diverso. Accanto alla verità del trauma ce ne sono anche altre.
È vero che il trauma influenza le nostre scelte, sì, ma non le determina completamente. È questo che fa una grandissima differenza. È vero che il dolore può offuscare la percezione, ma non annulla del tutto la nostra capacità di osservare ciò che viviamo. E forse è vero anche un’altra cosa, spesso meno detta: che a volte il legame disfunzionale, qui forse qualcuno tremerà, ha un fascino potente, ha un fascino corporeo, immediato, si sente, molto di più di una relazione giusta, stabile, prevedibile. Perché quella relazione stabile magari ci appare troppo normale, troppo noiosa, troppo lineare, troppo sicura, e quindi senza quel brivido che invece ci attiva dentro, è più difficile così.
Come riusciamo quindi a comprendere il confine tra amare e dipendere dall’altra persona, dal trauma? Non è forse anche parte dell’amore sentire il bisogno dell’altro, soffrire per la sua assenza, desiderare di trascorrere molto tempo insieme alla persona amata? Forse sì, infatti il punto non è negare il bisogno, l’intensità del legame. Il punto diventa un altro, cioè quando io inizio a soffrire per la sua assenza, quando voglio trascorrere solo del tempo con lui, quindi quando quel bisogno mi nutre e mi fa espandere, e quando invece mi consuma, mi svuota, mi rende incapace di restare in contatto con me stessa.
Perché tra amore e dipendenza non c’è una linea netta e pulita, ma c’è un movimento sottile che spesso si riconosce solo nel corpo, quindi da come ci sentiamo quando l’altro c’è, ma soprattutto da come ci sentiamo quando l’altro non c’è. Amare può includere il bisogno, la dipendenza però tende a trasformare il bisogno in urgenza, e l’assenza dell’altro diventa qualcosa di difficile da tollerare dentro di sé, quasi asfissiante. Molte volte si dice: mi manca l’aria quando lei non c’è, quando lui non c’è. È forse proprio lì che possiamo iniziare ad osservare il confine, non tanto in ciò che proviamo, ma in ciò che accade dentro di noi quando quel legame si allenta.
Vi faccio l’esempio di due storie che ho costruito a partire da situazioni reali, ma sono rilaborate, quindi semplificate, per renderle più chiare. In questi esempi vedremo da una parte una relazione in cui l’amore può essere vissuto in modo più sano, e dall’altra una relazione in cui la dipendenza affettiva finisce per generare sofferenza e infelicità. Non sono storie giuste o storie sbagliate, mi raccomando, sono due modi diversi di entrare in relazione che ci aiutano ad osservare meglio quel confine sottile di cui stiamo parlando, quindi tra amore e bisogno, tra legame e perdita di sé.
La prima storia: Anna e Marco. Anna e Marco stanno insieme da alcuni anni. C’è tra loro amore, desiderio e una forte voglia di condividere la vita. Amano stare insieme, cercarsi, progettare momenti comuni e allo stesso tempo c’è spazio per l’individualità. Marco lavora spesso fuori città, Anna ha le sue attività, le sue amicizie, i suoi interessi. Quando uno dei due è impegnato, l’altro continua la propria giornata senza che questo generi ansia o bisogno di controllo né in lui né nell’altro. C’è una fiducia di fondo che permette la distanza, nessuno dei due vive la separazione come una minaccia, e questo rende anche il ritrovarsi qualcosa di vivo, spesso gioioso, non carico di tensione, ma di presenza, come se l’incontro fosse una scelta, non una necessità per sentirsi interi.
Seconda storia: Laura e Davide. Anche Laura e Davide iniziano la loro relazione con coinvolgimento e attrazione. C’è desiderio di vicinanza, di condivisione, ma lentamente nel tempo cambia qualcosa. Quando Davide è al lavoro o è impegnato con altre persone, Laura inizia a vivere la distanza con crescente fatica. Anche poche ore di silenzio diventano fonte di pensieri continui, dubbi, immagini mentali che si rincorrono. Piano piano Laura nota che i suoi interessi si riducono, le amicizie, le attività personali, tutto sembra perdere intensità. L’attenzione si concentra sempre più su Davide. Cosa sta facendo, con chi è, perché non risponde? Emergono anche gelosia, bisogno di rassicurazione, il desiderio che Davide resti di più a casa, più disponibile, più vicino, più amorevole, più romantico. Davide, dal canto suo, mantiene una vita sociale molto attiva, esce spesso con gli amici, nel weekend ha le sue serate, continua a coltivare spazi di libertà e relazioni. A volte pubblica sui social momenti della sua vita sociale. E questo in Laura amplifica ulteriormente il senso di distanza e di attivazione emotiva.
E così, mentre per lui la distanza resta uno spazio naturale dentro alla relazione, per Laura diventa progressivamente uno spazio difficile da tollerare, carico di ansia, di sofferenza. Leggete questi due semplici esempi, cosa vi viene da pensare? Cosa sentite? Allora, il confine è sottile tra amore e dipendenza, ma allo stesso tempo può diventare molto chiaro, e spesso si chiarisce nel corpo e nella mente insieme. Quando le separazioni, anche di pochi giorni, diventano insostenibili, il pensiero dell’altro diventa costante, intrusivo, quasi ossessivo. Quando ciò che facciamo nella nostra giornata sembra avere senso solo nell’attesa del suo ritorno. Oppure quando ci troviamo dentro relazioni molto altalenanti, momenti di grande vicinanza affettiva, attenzione, intensità emotiva, seguiti da improvvise distanze, silenzi, assenze. E dentro questa alternanza, chi resta nella relazione può sentirsi disorientato, si interroga su cosa ha sbagliato, su come dovrebbe essere per non perdere l’altro, su come trattenere ciò che sembra sfuggire. Arrivano dolore, pianto, ansia, una forte attivazione emotiva, e poi, dopo un tempo di distanza, l’altro, dopo questa distanza, dopo questo calo, dopo questa freddezza, ritorna come se nulla fosse accaduto. Riprende il contatto, usa parole affettive, riattiva la vicinanza, e in quel momento può tornare anche un senso di sollievo, di felicità, di ritorno alla vita. Ah, adesso respiro, lei è tornata, lui è tornato. È un’alternanza che può diventare molto potente a livello emotivo, a livello corporeo, ovvero proprio sali e scendi interno, che coinvolge profondamente il sistema nervoso.
E forse alla fine di tutto questo il punto non è capire solo chi è l’altro, o cosa ci fa l’altro, o quanto è cattivo l’altro, ma è imparare a riconoscere dove finiamo noi dentro quel legame. Perché ogni relazione, sana o sofferta, ci mostra sempre qualcosa della nostra capacità di restare noi stessi mentre amiamo qualcuno. E a questo proposito mi torna in mente una frase molto semplice, ma potente, la frase del piccolo principe, che dice: è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante. Quindi forse il lavoro più difficile non è smettere di amare, ma imparare a non perdersi mentre si ama. Spero che questo episodio ti abbia dato degli spunti, ti abbia fatto riflettere su qualcosa senza giudizio, senza sensi di colpa, senza paura. Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma e Psicologia, e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
