Il buddismo rappresenta un viaggio interiore che può iniziare in modi inaspettati e silenziosi. Spesso, ci si avvicina a questa filosofia attraverso esperienze quotidiane, come un libro, un film o un incontro casuale. La curiosità e il desiderio di comprendere possono guidarci verso un mondo ricco di insegnamenti e pratiche che, sebbene complessi, offrono opportunità di crescita personale e spirituale.
In questo contesto, è fondamentale approcciarsi al buddismo con pazienza e apertura, permettendo a ogni passo di rivelarsi in modo naturale. La ricerca di un maestro o di testi accessibili può facilitare l’ingresso in questo universo, rendendo l’esperienza più profonda e significativa. La comunità, o Sangha, gioca un ruolo cruciale in questo cammino, offrendo supporto e connessione con altri che condividono il desiderio di esplorare la propria mente e la propria vita.
- Il buddismo come viaggio interiore e scoperta personale.
- Iniziare con piccoli passi: libri, documentari e incontri.
- L’importanza della pazienza e della lentezza nel processo di apprendimento.
- Il ruolo della comunità spirituale (Sangha) nel supporto alla pratica.
- La ricerca di maestri e testi accessibili per una comprensione profonda.
Trascrizione
Oggi voglio parlare di buddismo, ma non tanto spiegando che cos’è, perché l’ho fatto anche in altri episodi. Vorrei invece parlare di qualcosa di più semplice, ma allo stesso tempo molto importante: come ci si può avvicinare al buddismo? Da dove si può iniziare ad entrare in questo immenso universo filosofico, psicologico, spirituale?
Ho deciso di fare questo perché continuo a ricevere moltissime email sull’argomento. Una delle domande che mi viene posta più spesso da chi si sta avvicinando per la prima volta a questi temi è: da dove comincio? Come faccio ad entrare nel mondo immenso del buddismo senza perdermi? Qual è il primo passo? Credo sia una domanda molto bella, perché spesso il buddismo arriva nella nostra vita in modo quasi silenzioso, altre volte può anche essere un arrivo improvviso. Comunque, questa domanda è importante farsela.
Anch’io ricordo di essere arrivata ad un certo punto e di essermi chiesta: qual è il primo passo? A volte accade anche attraverso un libro trovato per caso, un documentario, una frase ascoltata in un momento difficile, un film, un maestro incontrato, anche online o in presenza, oppure un simbolo, un oggetto sacro, una meditazione fatta quasi per curiosità. Qualsiasi cosa non è mai un caso; è come se qualcosa ad un certo punto ci chiamasse chiaramente e dentro di noi nascesse il desiderio di comprendere un po’ di più.
La prima cosa che sento di dire è che il buddismo è uno dei tanti sentieri possibili della vita. Non è un obbligo, non è qualcosa che deve essere eseguito per forza. Non esiste un unico modo corretto per avvicinarsi e soprattutto non bisogna cambiare religione. Non dobbiamo per forza non essere più quello che siamo dalla nascita o che seguiamo dalla nascita e diventare buddisti. Anzi, il Dalai Lama lo sconsiglia. Possiamo anche viverlo come una sorta di passione, di interesse, ma anche di integrazione alla religione che stiamo seguendo da tutta una vita.
Certo, ogni persona è diversa, quindi ovviamente ognuno farà la sua scelta. Ognuno ha sensibilità differenti, tempi diversi e canali comunicativi diversi. C’è chi entra attraverso le immagini; in quel caso può essere molto utile iniziare da documentari, film, conferenze o video in cui il buddismo viene raccontato attraverso immagini, paesaggi, storie, atmosfere che permettono di percepirne il clima emotivo e umano.
Io ho conosciuto una persona che ha iniziato ad interessarsi al buddismo, non aveva mai sentito parlare di prima, perché andò a vedere una mostra fotografica di qualcuno che era andato a fare un viaggio a Zanskar, Tibet. Rimase così colpito da queste foto che sentì un’energia stranissima in tutto il corpo, un desiderio insaziabile di entrare in questo mondo nuovo.
Ci sono persone invece che sentono subito il bisogno della lettura. Può essere bellissimo entrare in una biblioteca, in una libreria, anche senza sapere esattamente cosa cercare. Non bisogna per forza sapere tutto subito; lasciatevi guidare da ciò che vi ispira, magari da un titolo, da una copertina, da una frase.
Altre persone cercano subito un centro buddista, un insegnante, un corso di meditazione. Anche questo può essere un passo importante, ma a volte accade che entrando immediatamente in insegnamenti molto profondi o tecnici, ci si ritrovi sommersi da troppe informazioni, tante parole nuove, tanti concetti complessi, come se si fosse entrati nel cuore di una foresta senza aver prima imparato ad ascoltarne i suoni.
Per questo credo che soprattutto all’inizio sia importante concedersi lentezza, non avere fretta di capire tutto, non avere fretta di diventare buddisti, ma permettersi piuttosto di assaporare le prime domande, le prime intuizioni, le prime risonanze interiori. Iniziare da un libro semplice o da un documentario può essere un modo molto delicato per lasciarsi avvolgere gradualmente dalla profondità di questi insegnamenti.
Il buddismo, quando si entra davvero nei testi e nella filosofia più profonda, può diventare anche molto complesso. Non che possa diventare, lo è. Se siamo all’inizio del cammino, incontrare testi troppo difficili può scoraggiare invece di aprire. Bisogna abituarsi a un linguaggio completamente nuovo e vi assicuro che se iniziate dai primi passi, dopo parole nuove, messaggi nuovi, significati nuovi, prenderanno tutto un senso e vi permetteranno di continuare a camminare e di andare più in profondità.
Per questo consiglio spesso di non iniziare direttamente dai testi buddisti antichi o quelli più tecnici, ma da autori che sappiamo possano accompagnarci dentro questi insegnamenti. Autori che sono maestri, che hanno utilizzato un linguaggio accessibile vicino alla nostra sensibilità occidentale. Ce ne sono tanti di maestri che fanno questo, anche se il loro corpo non c’è più; le loro parole continuano, i loro testi continuano.
I libri del Dalai Lama, per esempio, possono essere ottimi punti di partenza perché hanno una capacità molto semplice e umana di trasmettere il cuore degli insegnamenti. Consiglio tantissimo i libri di Thich Nhat Hanh, perché il suo linguaggio è semplice, poetico, profondamente umano. Riesce a portare il buddismo dentro la vita quotidiana, dentro il respiro, dentro le relazioni, il dolore, la presenza.
Ci sono anche autrici come Tsultrim Halion e molti altri insegnanti contemporanei che aiutano chi è all’inizio del cammino ad orientarsi senza sentirsi sopraffatti. All’inizio credo sia importante proprio questo: trovare qualcuno che ci accompagni nell’esplorazione, qualcuno che non ci dia semplicemente informazioni, ma che ci aiuti a comprendere il cuore della filosofia buddista, le diverse scuole, i diversi sentieri e soprattutto il modo in cui questi insegnamenti possono essere vissuti concretamente nella nostra quotidianità.
Non sono soltanto teorie; sono insegnamenti che dobbiamo vivere, farne esperienza. Il buddismo non è soltanto qualcosa da studiare, è qualcosa che lentamente può iniziare a trasformare il nostro modo di osservare la mente, il dolore, le emozioni, l’attaccamento, la presenza, la vita stessa.
Dopo questa prima fase di esplorazione, accompagnati magari da autori che riescono a fare da ponte tra il pensiero buddista e la nostra sensibilità occidentale, può nascere naturalmente il desiderio di avvicinarsi anche ai testi più antichi, più tradizionali. Spesso accade proprio così. Leggendo un libro troviamo una frase, un concetto, oppure il nome di un antico testo buddista che viene citato più volte e che inizia ad incuriosirci. È bellissimo seguire queste tracce, perché quella traccia ci sta chiamando se è rimasta dentro di noi.
Per questo vi consiglio anche di guardare le bibliografie degli autori che leggete, perché seguono dei libri meravigliosi. Se un insegnante o uno scrittore vi ha aiutato ad entrare nel buddismo con chiarezza e semplicità, probabilmente nei riferimenti che cita troverete altri testi preziosi da esplorare. Questo è un processo molto naturale. Tutto inizia quasi sempre da qualcosa di piccolo, e questo lo dico sempre anche in terapia: un libro, una parola, una domanda, una frase sottolineata per caso, e poi lentamente quel primo passo conduce al successivo.
Un testo vi porterà verso un altro testo, una curiosità ne aprirà un’altra, un insegnamento vi farà desiderare di comprendere più profondamente. Per questo vi direi di avere fiducia nel processo. Se dentro di voi c’è un desiderio sincero di ricerca, il cammino tenderà ad aprirsi poco alla volta. Non serve sapere tutto subito; la curiosità autentica è già una porta. Con il tempo, inoltre, può nascere qualcosa di ancora più profondo: il desiderio di fare esperienza diretta di ciò che avete letto, ad esempio.
Quindi non solo comprendere il buddismo mentalmente, ma iniziare a viverlo, sentirlo, praticarlo. Così magari iniziate a cercare centri buddisti vicino a voi, incontri di meditazione, pratiche condivise, insegnamenti dal vivo. Qui però è importante sapere una cosa fondamentale: nel buddismo esistono scuole, tradizioni e approcci molto diversi tra loro. Ho parlato di questo in uno dei miei episodi precedenti. Potreste incontrare un gruppo che pratica il Nam-myo-renge-kyo, oppure un centro zen, o una scuola tibetana, e magari non sentirvi subito in sintonia o completamente in sintonia con quel gruppo, con quella scuola. Questo non significa necessariamente che il buddismo non faccia per voi; significa semplicemente che siete ancora nella fase dell’esplorazione.
Lo dico perché ho parlato con tante persone che, dopo una prima esperienza non del tutto risonante dentro, hanno pensato: no, questo percorso non è per me. Portate pazienza. Il buddismo non è una realtà unica; non è un’identità ovunque. Ci sono linguaggi diversi, pratiche diverse, atmosfere differenti, modi differenti di vivere gli insegnamenti.
Ci sono persone che si sentono profondamente toccate dalla tradizione tibetana legata al Dalai Lama e alla scuola Gelug, altre che sentono una risonanza immediata con lo zen giapponese, quindi più essenziale e silenzioso, altre ancora che si avvicinano alle pratiche della tradizione Theravada, molto focalizzate sulla meditazione e sull’osservazione della mente. Per questo è importante continuare a leggere, esplorare, fare domande, ma soprattutto praticare e ascoltarsi profondamente.
Ad un certo punto accade qualcosa di molto particolare: vi sedete magari insieme ad altre persone per meditare, ascoltate le parole di un insegnante, entrate in contatto con una pratica e sentite che qualcosa dentro di voi risuona, vibra. Non è soltanto mentale; è proprio nel corpo, nel respiro, nel sistema nervoso, nella parte più profonda del vostro essere.
A me, ad esempio, ricordo il successo di ascoltare un insegnamento all’Istituto Lama Tsong Khapa tanti anni fa. Avevo già seguito altri insegnamenti nella prima fase di ricerca, ma ricordo che quel giorno fu profondo. Lo sentii nel corpo, sentii vibrare e sentii che ero a casa. Una sensazione che è anche difficile da spiegare. Per questo prendete il vostro tempo, portate pazienza, e quando accade, accade anche solo per un istante. Credo sia importante accoglierlo con gratitudine, perché il cammino spirituale, almeno all’inizio, non è tanto trovare risposte definitive. Assolutamente di definitivo non c’è niente; è imparare a riconoscere ciò che profondamente risuona con la nostra verità interiore.
È così che poco alla volta potreste ritrovarvi dentro quello che nel buddismo viene chiamato Sangha, la comunità spirituale. Una comunità fatta da persone molto diverse tra loro, ma unite da qualcosa di profondo: il desiderio di conoscere la propria mente, di comprendere la sofferenza, coltivare maggiore presenza, maggiore consapevolezza nella vita. È una cosa molto bella, perché il cammino spirituale non è sempre qualcosa da fare da soli. Il Sangha dà molta forza; nel Sangha si pratica insieme, ci si incontra nei centri, a volte anche nelle case delle persone, per meditare, condividere riflessioni, ascoltare insegnamenti. Poi si beve un tè mentre si parla di Buddha, di insegnamenti, dei libri. Si creano legami, amicizie, esperienze condivise. A volte il percorso conduce anche molto lontano, tanto da organizzare magari un viaggio, il viaggio dei vostri sogni, per seguire maestri, per partecipare a ritiri, per partecipare a insegnamenti. Può accadere persino di ritrovarsi in India, magari in luoghi che fino a poco tempo fa sembravano appartenere soltanto a libri, all’immaginazione.
Ecco, quello che vi ho raccontato è quello che ho vissuto io. Per me è stato tutto questo. Uno dei miei desideri più profondi era sempre stato quello di incontrare il Dalai Lama. Era chiaro dentro di me; io ero convinta che un giorno l’avrei incontrato. A volte mi dicevo che idea bizzarra, ma sentivo una motivazione molto forte. Sinceramente, non avrei mai immaginato che un giorno avrei potuto stare accanto a lui per alcune ore, ascoltare i suoi insegnamenti direttamente dalla sua voce. E tutto questo è accaduto in Ladakh.
Quando guardo indietro, mi colpisce sempre una cosa: tutto è iniziato semplicemente da un libro. Se ascoltate l’episodio numero uno di Dharma Psicologia, vi racconto tutto lì. Poi sono arrivati altri passi: l’Istituto Allamazzonkata, il Sangha, il mio maestro del Centro Imam di Firenze, le persone incontrate lungo il cammino, la pratica condivisa, il gruppo con cui sono partita per il Ladakh, che ha avuto l’opportunità di essere ricevuto dal Dalai Lama.
È proprio questo che vorrei trasmettervi: il cammino spirituale spesso non si costruisce tutta una volta. Non avrei mai immaginato tutto ciò; è iniziato tutto in un modo semplice, veramente da un piccolo passo. Si costruisce attraverso piccoli passi che nel tempo aprono possibilità che all’inizio non avremmo neppure immaginato. Forse abbiamo sentito come un desiderio, come una fantasia.
I maestri che ho avuto la possibilità di ascoltare, sia in Italia che in India, sono stati molti. Ogni volta mi colpisce la stessa cosa: non soltanto ciò che insegnano, ma il modo in cui loro lo vivono. Osservare la loro presenza, la loro disciplina quotidiana, il loro modo di relazionarsi agli altri è già di per sé un grande insegnamento profondissimo per me. Credo che ciò che ci tocca non sia perché loro siano speciali o diversi da noi, anzi, forse ci capiscono proprio perché sono esseri umani come noi, con una mente umana come la nostra, con le afflizioni mentali come le nostre, con i dolori nel corpo come i nostri, ma che hanno scelto di dedicarsi con continuità alla pratica, alla presenza, alla compassione, alla consapevolezza.
Questo, in fondo, ci ricorda qualcosa di importante: anche noi nel nostro piccolo possiamo avvicinarci un passo alla volta a quel tipo di trasformazione interiore. Non perfettamente, non tutto subito, ma lentamente, attraverso la pratica quotidiana, la curiosità, l’ascolto, il desiderio sincero di conoscerci più profondamente.
Un ricordo speciale voglio dedicarlo anche al mio maestro, che ha lasciato il corpo ormai da diversi anni, il venerabile Turco Ghiazzo, come dicevo prima del Centro Evam. È difficile spiegare davvero cosa lascia un maestro nella vita di una persona, perché non si tratta solo di insegnamenti ascoltati con la mente. A volte è qualcosa che passa attraverso la presenza, lo sguardo, il modo di stare al mondo. Lui mi ha insegnato l’umiltà. Mi ha mostrato che l’umanità non è necessariamente un limite spirituale, come a volte crediamo, ma l’umanità è una condizione preziosa dell’esistenza terrena, una possibilità attraverso cui possiamo avvicinarci alla nostra luce interiore.
Ricordo ancora ciò che ho vissuto dopo la sua morte. Il suo corpo, anche dopo molti giorni, era rimasto completamente intatto. Sono andata a visitarlo penso dopo sette giorni dal suo aver lasciato il corpo. Non c’erano segni di putrefazione e io ero lì seduta di fronte al suo corpo. Lo guardavo e per me quello è stato un insegnamento silenziosissimo, ma potentissimo. Come se la sua energia, la sua pratica, la sua presenza continuassero a parlarci anche oltre il corpo fisico. Era un anziano, semplice, umile, ma molto forte, potente. Mi porta a ricordare sempre che ciò che porto nel cuore non è qualcosa di spettacolare o mistico, è proprio la semplicità. Questo piccolo vecchietto tibetano, umile, ma profondamente umano, che non parlava la mia lingua, e che ogni volta riusciva comunque a farmi vibrare il cuore quando ascoltavo la sua voce.
Ricordo ancora quando gli facevo domande che a me sembravano banali, ingenue, e lui le accoglieva sempre con una serietà, una presenza, una gentilezza assolute, come se nessuna domanda fosse mai sciocca quando nasce da una ricerca sincera. Credo che una delle cose più importanti che mi abbia lasciato sia stata proprio questa sensazione: quella di sentirmi vista, come se avesse guardato oltre le parole, oltre la mia personalità, oltre le mie paure, mostrando con semplicità qualcosa che io stessa stavo cercando senza riuscire ancora a nominarlo. Forse anche questo è il senso profondo dell’incontro con certi maestri: non diventare qualcuno di diverso da noi, ma ricordarci qualcosa che in silenzio era già presente dentro di noi da sempre.
Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma Psicologia. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
