Il percorso di crescita personale e consapevolezza interiore è un viaggio che richiede introspezione e riflessione. I principi etici dello Yoga di Patanjali, noti come Niyama, offrono una guida preziosa per esplorare la relazione più intima che abbiamo: quella con noi stessi. In un mondo che spesso ci spinge a cercare approvazione e a soddisfare aspettative esterne, è fondamentale tornare a guardare dentro di noi e comprendere come stiamo quando siamo soli.
Questa riflessione ci invita a considerare non solo il nostro benessere fisico, ma anche quello mentale ed emotivo. Attraverso i Niyama, possiamo imparare a osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni, creando uno spazio di chiarezza e accettazione. In questo modo, possiamo affrontare le sfide della vita con maggiore lucidità e serenità.
- La relazione con se stessi e l’importanza dell’introspezione.
- Il concetto di purezza mentale e la sua applicazione nella vita quotidiana.
- La disciplina come forza interiore per il cambiamento.
- Il valore dell’autoosservazione e dello studio di sé.
- La fiducia nella vita e l’abbandono del controllo.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio del lunedì di Dharma e Psicologia. Come promesso nello scorso episodio, oggi continuiamo questo percorso entrando negli altri cinque principi etici dello Yoga di Patanjali, ovvero Niyama. Se nel precedente episodio abbiamo guardato a come stiamo nel mondo, nelle relazioni e conflitti, oggi il movimento cambia direzione: non andiamo più fuori, ma torniamo dentro.
I Niyama parlano proprio di questo, del modo in cui noi ci abitiamo. Possiamo anche imparare a stare meglio con gli altri, a essere più consapevoli nelle relazioni, ma poi resta una domanda più silenziosa e spesso più complessa: come sto quando resto da solo con me stesso? Come sto quando sono senza ruoli, senza dover funzionare, senza dover dimostrare? È lì che emergono altre dinamiche, il modo in cui ci parliamo, il modo in cui evitiamo alcune parti, il modo in cui ci spingiamo o ci tratteniamo.
Dal punto di vista psicologico, i Niyama possono essere letti come un modo per osservare la relazione più intima che abbiamo, cioè quella con noi stessi. Secondo il Yoga Sutra di Patanjali, i Niyama sono cinque principi personali che guidano verso una maggiore consapevolezza interiore e fanno parte del discorso in otto passi dello Yoga. Ma anche qui non li useremo come regole, li useremo come lenti per osservare ciò che accade dentro di noi.
I Niyama si articolano in cinque principi. Il primo principio è Sauta, la purezza. Non riguarda solo la pulizia del corpo, ma anche quella della mente. Possiamo leggerla come la capacità di osservare ciò che ci abita, e quindi pensieri, emozioni, stati interni, e nel tempo poi creare uno spazio più chiaro. Una mente più limpida, lo sappiamo tutti, è una mente che può vedere. E soprattutto è una mente su cui possiamo fare affidamento nei momenti di stress o quando la realtà ci richiede presenza, lucidità, attenzione.
Comprendo quanto sia difficile mantenere un modo di pensare chiaro e non lasciarsi trascinare automaticamente verso pensieri catastrofici o ripetitivi, ma questo non è qualcosa che accade per caso. È un allenamento, è un processo che passa attraverso pratiche concrete: la mindfulness, la respirazione, la meditazione, ma anche una certa autodisciplina nel modo in cui viviamo il corpo, l’alimentazione è molto importante, il ritmo sonno-veglia, e nel modo in cui utilizziamo il linguaggio. Anche il modo in cui parliamo a noi stessi e agli altri contribuisce a creare chiarezza o a creare confusione. Sauta allora non è perfezione, è un processo continuo di pulizia e di ritorno ad uno spazio più interno, più ordinato, più leggibile.
Il secondo principio, Santosa, è la contentezza. Qui non mi riferisco a una felicità forzata, ma a una forma di accettazione profonda di ciò che c’è. Da punto di vista psicologico possiamo leggerla come la capacità di non entrare continuamente in lotta con la realtà, ma di sviluppare un senso di sufficienza, di abbastanza, nel momento presente. Molte volte ci troviamo in conflitto con noi stessi, perché vogliamo accettare a tutti i costi qualcosa che in realtà non ci va proprio giù: una situazione, un’ingiustizia, un tradimento, qualcosa che ci attiva rabbia. E in questo attrito interno nasce il conflitto, il dolore, stiamo male, una sofferenza che inizialmente è mentale, ma poi nel tempo spesso arriva anche nel corpo.
Allora Santosa non è dirsi va tutto bene quando non è vero, piuttosto è riconoscere ciò che c’è senza aggiungere una seconda lotta sopra la prima, e imparare lentamente a mollare la presa, a non stringere continuamente i pugni. Proprio in quel lasciare andare può crearsi uno spazio diverso, uno spazio in cui può entrare il respiro, possibilità, apertura e accettazione. Non significa subire in silenzio, ma vedere chiaramente, fare ciò che è nelle nostre possibilità quando possiamo agire, quindi farlo, e quando non è nelle nostre mani, lasciare andare il controllo e fidarsi del processo della vita.
Altro principio, Tapas, è disciplina, è il fuoco, l’energia che sostiene il cambiamento. Non come rigidità o controllo, ma come capacità di restare in un processo anche quando è scomodo. È quella forza interna che ci permette di attraversare le resistenze e a trasformare le abitudini che non ci fanno bene. Spesso noi confondiamo la disciplina con il pensiero rigido, e allora anche i nostri comportamenti diventano estremi. Vogliamo tenere tutto sotto controllo, tutto gestito, e quindi basta poco perché tutto sembra esaltare. È come se diventassimo forti all’esterno ma fragili dentro, come strutture rigide che alla prima crepa rischiano di rompersi.
La disciplina, invece, è un’altra cosa: è consistenza, è ritmo, è direzione, ma insieme a questo è anche flusso, adattamento, creatività. Immaginate un fiume, pieno di energia, capace di trasportare anche dei tronchi pesanti. Il fiume non è rigido, e proprio per questo è potente, perché scorre, si adatta, continua ad andare. Tapas è questo, la capacità di restare nel movimento anche quando non è piacevole, anche quando è faticoso, perché non tutto ciò che ci fa bene è facile o immediatamente gratificante. Questa capacità si allena: possiamo pensare agli atleti, che si allenano ogni giorno sotto il sole, sotto la pioggia, curano il corpo, l’alimentazione, il ritmo, non per controllo, ma per sostenere energia, presenza. In un certo senso, Tapas ci invita a diventare proprio questo: atleti della nostra vita.
Il quarto principio, Svariaia, è lo studio di sé. Non solo attraverso i testi, parlo di questo studio, ma soprattutto attraverso l’autoosservazione, che è quella capacità di guardarsi con una certa onestà, a riconoscere i propri valori, gli schemi, gli automatismi, i limiti che abbiamo. È uno spazio molto vicino al lavoro psicologico. Ho letto e continuo a leggere molti testi, e ne consiglio tanti, come sa chi mi segue, ma aggiungo sempre una cosa: il vero lavoro passa attraverso l’osservazione di sé principalmente, attraverso il modo in cui pensiamo, attraverso le dinamiche che ci intrappolano, attraverso ciò che si ripete anche quando non lo vorremmo. Questa è una forma di supervisione interna che non termina mai, perché il rischio dei libri è quello di gonfiare l’ego e l’intelletto, dandoci l’illusione di aver capito. Ma capire non è ancora trasformare, è quello di cui abbiamo bisogno: qualcosa di diverso, è consapevolezza, è contatto, è capacità di sentire.
Quindi non sto dicendo di non leggere, anzi, ma sto dicendo di portare quello che si studia nell’esperienza. Svariaia è allora questo movimento continuo tra il conoscersi e riconoscersi, non per giudicarsi, ma per vedere sempre un po’ più chiaramente.
Ultimo principio, Isvara pranidana, l’abbandono. Non significa passività, ma una forma di fiducia: lasciare andare il bisogno di controllo assoluto, riconoscere che non tutto dipende da noi. Possiamo leggerlo come la capacità di fare la propria parte e poi lasciare spazio a qualcosa di più grande del nostro ego. Questo è uno dei passaggi più difficili per la mente, perché una mente abituata a tenere tutto sotto controllo, una mente che è abituata a cercare ciò che è familiare, prevedibile, gestibile, fa molta fatica. Lo comprendo, ma provate anche solo per un momento a immaginare cosa significa abbandonarsi alla fiducia. A quale fiducia mi starete chiedendo? Alla fiducia in se stessi, alla fiducia nella vita, alla fiducia nella terra che ci accoglie e ci sostiene.
Provate a sentire questa sensazione nel corpo, quindi provate a fare un respiro più ampio mentre riflettete, mentre osservate. Provate a sentire un ritmo interno che si rilassa e si estende, una vita che continua a scorrere senza essere continuamente trattenuta. Non è meraviglioso? Non sto dicendo di mollare tutto e di non fare più nulla, perché comunque le nostre protezioni ci servono. Non possiamo abbatterle e lasciare uscire tutta l’acqua come un fiume impazzito. Sto dicendo qualcosa di più sottile: fare ciò che è nelle nostre possibilità e nello stesso tempo lasciare entrare la fiducia, fiducia che la vita ci accompagna, che esistono movimenti, interni ed esterni, che stanno ad andare avanti anche senza il nostro controllo costante.
È come se per un attimo smettessimo di stringere e permettessimo invece alla vita di camminare insieme a noi. Cosa ci insegnano quindi gli Yama e i Niyama? Ci insegnano che esistiamo noi e il mondo, sì, certo, ma non come entità separate, piuttosto come un unico sistema, un continuo dentro-fuori-fuori-dentro. Così come corpo e mente, non divisi, sono espressioni diverse della stessa energia. Possiamo lasciarci accompagnare dagli strumenti che tanti maestri ci hanno trasmesso nel tempo. Infatti, esistono molte strade, molte tradizioni, molte pratiche, e nessuna è migliore dell’altra. Il punto è trovare quella che per noi è viva, che vibra dentro di noi, quella che ci fa battere il cuore, un po’ come quando ci innamoriamo. Lo sentiamo, perché qualcosa dentro di noi si attiva, ci spinge, ci muove qualcosa di forte, di vivo.
Quando incontriamo il nostro percorso, ciò che prima sembrava difficile o solo teorico, diventa esperienza, diventa vita, diventa conoscenza incarnata. Per questo vi direi: studiate, leggete, sì, ma soprattutto fate esperienza, attraversate ciò che vivete con il corpo e con la mente. Desiderate il vostro bene e quello degli altri, e per quanto il percorso possa essere lungo, a volte molto tortuoso, provate a godervelo, perché è lì che passo dopo passo qualcosa cambia davvero. Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma in Psicologia. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
