Il tema dell’autopercezione è centrale nella nostra vita quotidiana e influisce profondamente sul modo in cui interagiamo con il mondo. Spesso, l’immagine che abbiamo di noi stessi non è solo un riflesso della realtà, ma una narrazione complessa costruita da esperienze, giudizi e aspettative. Riconoscere e mettere in discussione questa immagine può portare a una trasformazione significativa.
La riflessione su chi siamo al di là dei ruoli e delle etichette che indossiamo è un viaggio profondo e liberatorio. Ci si chiede: cosa rimane di noi quando togliamo le maschere? Questa esplorazione non è solo un esercizio di introspezione, ma un’opportunità per scoprire la nostra vera essenza e per vivere in modo più autentico.
- Il legame tra autopercezione e realtà.
- Identità e ruoli: come ci definiamo attraverso le etichette.
- Il concetto di maschere e la loro influenza sulla nostra vita.
- La fluidità dell’identità e il cambiamento personale.
- Il valore della consapevolezza nella costruzione dell’autenticità.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo incontro di Dharma e Psicologia. Oggi voglio condividere con voi due novità. La prima è il percorso MPF, Mindfulness Psicologia e Felicità Applicata, un percorso di tre incontri al termine del quale riceverete in regalo il mio audiocorso La Felicità è una Scienza. La seconda novità è “riscrivi la tua storia”: se desideri condividere la tua esperienza e trasformarla in un racconto creativo tramite un’intervista, questa è l’opportunità che fa per te.
Per quanto riguarda l’argomento di oggi, ci soffermeremo sull’immagine che abbiamo di noi stessi. Ti chiedo di riflettere se hai mai pensato a quanto l’immagine che hai di te stesso influenzi il modo in cui vivi il mondo. Il modo in cui ci percepiamo non è solo un riflesso dello specchio, ma è un’intera narrazione che ci portiamo dentro, fatta di esperienze, giudizi, aspettative e condizionamenti.
Noi ci vediamo attraverso gli occhi degli altri, attraverso il passato che ci ha segnati, attraverso le storie che ci raccontiamo ogni giorno. Ma cosa succede quando questa immagine è distorta? Quando ci vediamo e ci sentiamo piccoli, inadeguati, e non riusciamo a riconoscere la nostra luce? Di conseguenza, non la vediamo neanche negli occhi degli altri, perché non la riusciamo a vedere principalmente dentro di noi.
Voglio esplorare il legame tra l’autopercezione e la realtà, tra il modo in cui ci vediamo e il modo in cui affrontiamo la vita. Cambiare prospettiva su noi stessi può trasformare tutto il resto. Chi sei davvero? Se dovessi descriverti senza menzionare il tuo lavoro, il numero di figli, il tuo stato civile, cosa diresti? Ti sentiresti in difficoltà o ti sentiresti più libero di esprimerti e quindi di dire, di condividere chi sei veramente?
Spesso, quando pongo questa domanda all’inizio di un incontro, noto che la risposta più immediata è legata alla professione, al percorso di studi o a un evento traumatico che si sta vivendo o che si è vissuto. Se poi invito a presentarsi senza fare riferimento al lavoro, emergono dettagli sulla famiglia, sul matrimonio, sulla genitorialità. Siamo abituati sin da piccoli a identificarci attraverso i ruoli che rivestiamo: siamo figli, studenti, lavoratori, compagni, genitori. Nel corso della vita, passiamo continuamente da un’identità all’altra, adattandoci alle circostanze che ne derivano.
Quando parlo di ruoli, non intendo qualcosa di negativo, ma piuttosto un insieme di identità che indossiamo come un vestito a seconda delle situazioni, dei luoghi, delle emozioni che viviamo. Da figli, potremmo ritrovarci a reagire come facevamo nell’infanzia; da lavoratori, assumiamo il ruolo di leader o di apprendisti. Rientrando a casa la sera, potremmo essere il partner stanco, silenzioso, o quello allegro, giocoso. Ogni giorno, senza quasi accorgercene, attraversiamo questi cambi di ruolo, costruendo la nostra percezione di noi stessi attraverso di essi.
Ma se ci liberassimo da tutti questi ruoli, ci saremmo veramente? Avremmo ancora qualcosa da raccontare a noi stessi? O ci sentiremmo smarriti alla ricerca di un senso, di un’identità? Un racconto di Tiziano Terzani mi ha sempre colpito. Terzani ha viaggiato in lungo e largo e ha vissuto l’Asia come casa. In uno dei suoi viaggi, durante un periodo difficile, decise di trascorrere del tempo in un ashram indiano. Fece una scelta radicale: decise di non essere più giornalista, scrittore, fotografo, viaggiatore, padre o marito, e si fece chiamare Anam, che in sanscrito significa senza nome.
Quando qualcuno nell’ashram gli chiedeva come si chiamasse, lui rispondeva Anam. Nessuno sapeva niente di lui, che lavoro facesse, quanti figli avesse, se fosse sposato. In quell’ashram visse un’esperienza particolare, una delle più profonde della sua vita, perché gli permise di guardarsi dentro con occhi nuovi, senza etichette, e di scoprire chi era al di là di tutto ciò che lo aveva sempre definito.
Quando non siamo più chiamati con il nostro nome abituale, è come se il nostro cervello si aprisse a nuove possibilità, modificando il modo in cui ci percepiamo. Quando vengo chiamata con il mio nome spirituale, sento che mi si attiva qualcosa di diverso. Se una delle maschere che indossiamo è distorta, tutto ciò che percepiamo e viviamo rischia di essere distorto. La nostra identità si costruisce attraverso il modo in cui ci vediamo e in cui crediamo di essere visti dagli altri. Se questa immagine è alterata da insicurezze, traumi, aspettative sociali e convinzioni limitanti, il nostro modo di relazionarci con il mondo cambia di conseguenza.
Pensate a chi si vede sempre inadeguato anche quando gli altri lo apprezzano, o a chi si convince di essere forte e indipendente al punto da non permettersi mai di chiedere aiuto. Se indossiamo una maschera del genere troppo a lungo, finiamo per crederci davvero, per confondere quella percezione con la nostra vera essenza. La nostra visione del mondo non è mai neutra; è sempre filtrata da ciò che pensiamo di noi stessi. Ecco perché è così importante riconoscere e mettere in discussione le maschere che indossiamo.
Certo, alcune ci proteggono, altre ci limitano. Sono chiamate ego nella psicologia della gestalt e conserve culturali nello psicodramma. Entrambi questi concetti descrivono le strutture rigide con cui ci identifichiamo, quei ruoli e quelle convinzioni che ripetiamo automaticamente senza metterle in discussione. Nella gestalt, l’ego è quella parte di noi che si attacca a un’identità fissa, spesso per difesa, per non affrontare l’incertezza del cambiamento. È il “sono fatto così”. Vi capita di dirlo? Oppure “devo essere forte” o “non sono abbastanza”? Queste diventano purtroppo verità assolute nella nostra mente.
Nello psicodramma, le conserve culturali sono quei modelli di comportamento e di pensiero che ereditiamo dalla società e che riproponiamo senza accorgercene, come copioni già scritti. Sono le aspettative su cosa significa essere un buon genitore, un buon lavoratore, un uomo vero, una donna vera. Più ci identifichiamo con queste strutture, più ci allontaniamo dalla nostra vera essenza.
Ma cosa succede se iniziamo a osservarle con consapevolezza? Se proviamo a smettere di recitare sempre lo stesso ruolo e ci concediamo di essere più fluidi? È lì che può iniziare un vero percorso di trasformazione. Adler, con la sua psicologia individuale, mi ha sempre affascinato proprio con il suo modo di vedere l’identità e il senso di appartenenza. Secondo lui, chi siamo non è qualcosa di fisso, ma è il risultato delle nostre esperienze, delle scelte che facciamo e del modo in cui affrontiamo la vita.
Questo mi fa riflettere: quanto della nostra identità è autentico? Quanto invece è solo un adattamento alle circostanze? Adler parlava di maschere legate al senso di inferiorità, un concetto interessantissimo e potente. Ci costruiamo un’immagine per sentirci all’altezza, per colmare insicurezze, per ottenere approvazione. Ma se queste maschere prendono il sopravvento, rischiamo di perderci, di dimenticare chi siamo.
Un altro aspetto che mi colpisce è il suo concetto di scopo e di direzione della vita. Non è il passato a definirci, ma il modo in cui guardiamo avanti, gli obiettivi che ci poniamo, il significato che diamo a ciò che facciamo. Invece, la maggior parte di noi pensa che ciò che abbiamo vissuto prima sia ciò che ci definisce oggi. Rimaniamo intrappolati in dinamiche familiari e dell’infanzia, continuando a ripeterle e a riviverle nella nostra testa.
Se ci identifichiamo troppo con un ruolo o con una storia che ci raccontiamo da anni, finiamo per restare bloccati lì. C’è anche il bisogno di appartenenza. Adler diceva che stare bene con noi stessi passa anche dal sentirci connessi agli altri. Ma se ci nascondiamo dietro una maschera per paura di non essere abbastanza, quella connessione diventa fragile e finta.
La domanda che mi pongo, e che lascio anche a voi, è: quanto di quello che mostriamo ogni giorno è davvero nostro? E quanto è solo una costruzione? Se provassimo anche solo per un momento a lasciare andare le etichette e i ruoli, chi saremmo davvero?
Vi va di provare un esercizio per stimolare la vostra vera natura a emergere? Trovate uno spazio tranquillo dove potete stare in silenzio per almeno 10-15 minuti senza distrazioni. Chiudete gli occhi, fate qualche respiro profondo e portatevi nel momento presente. Senti il corpo, ascolta il ritmo del tuo respiro, lascia andare i pensieri che affollano la mente. Poi prendete un foglio e scrivete tutte le parole con cui vi definite abitualmente: il nome, il lavoro, il ruolo familiare, le passioni, i difetti, le qualità, qualsiasi cosa. Scrivete queste vostre identità attuali.
Poi, una ad una, immaginate di toglierle, di lasciarle andare, come se fossero strati di vestiti che potete sfilare di dosso. Chi siete senza il vostro nome? Chi siete senza il vostro lavoro? Chi siete senza il vostro passato? E lasciate scorrere. Rimanete qualche minuto in silenzio con questa domanda aperta: chi sono io senza etichette?
Non cercate risposte razionali, non sforzatevi di pensare, immaginare o visualizzare. Lasciate che emergano sensazioni, immagini e intuizioni in modo spontaneo e naturale. Dopo qualche minuto, scrivete ciò che avete percepito. Se preferite, potete anche disegnarlo o esprimerlo attraverso un movimento.
Qual è l’obiettivo di questo esercizio? Non è trovare una risposta definitiva, perché non c’è, ma iniziare a sentire uno spazio di libertà oltre le maschere. La vita è movimento, fluidità, cambiamento e trasformazione. Noi siamo vita, quindi di definitivo non c’è niente. Sentire lo spazio di libertà oltre le maschere ci aiuta.
Dopo questo esercizio, potrebbe sorgere anche una domanda: riusciremo mai a toglierci tutte le maschere ed essere veramente noi stessi? Forse non si tratta di togliere tutte le maschere, ma di riconoscerle e scegliere consapevolmente quale indossare e quando. Le identità che assumiamo nella vita non sono necessariamente inganni; possono essere strumenti per esprimerci e comunicare con il mondo.
Il problema nasce quando ci identifichiamo totalmente con una di queste maschere e dimentichiamo che sotto di esse c’è qualcosa di più profondo, autentico e fluido. Essere veramente noi stessi potrebbe non significare rimanere senza nessuna maschera, ma sapere che non siamo nessuna di esse e che possiamo lasciarle andare quando vogliamo. È come il cielo dietro le nuvole: le nuvole cambiano forma, si spostano, ma il cielo rimane sempre lì.
Certo, il Buddha ci è riuscito a togliere tutte le maschere, e poiché c’è un Buddha in ognuno di noi, lo auguro a tutti, lo auguro anche a me stessa. Se non riusciamo, possiamo trovare questa consapevolezza che già farebbe tanto, ci aiuta a capire di non identificarci in queste maschere.
Forse il viaggio non è verso un’identità fissa e definita, ma è proprio verso una libertà interiore che ci permette di fluire tra queste parti di noi senza perderci nessuna di esse. Vi è venuto in mente il film The Mask? È una metafora perfetta di ciò di cui sto parlando. All’inizio, la maschera sembra un dono, un potere che amplifica le qualità, che rende più sicuri, più audaci e più liberi. Quando Stanley, interpretato da Jim Carrey, indossa la maschera, diventa una sorta di cartone animato, capace di cambiare il suo aspetto.
Questo personaggio è la manifestazione dei suoi pensieri e delle sue fantasie. Ma cosa succede se piano piano smettiamo di distinguerci da essa? Se la maschera prende il sopravvento e diventa la nostra unica identità, rischiamo di perderci, di dimenticare chi siamo davvero. Alcune maschere sembrano aiutarci e proteggerci, ma se ci identifichiamo completamente con esse, possiamo finire per perderci in una versione di noi che non ci appartiene del tutto.
Più tempo passiamo con quella maschera addosso, più diventa difficile ricordare come tornare indietro. Ma la buona notizia è che abbiamo sempre la possibilità di scegliere. Possiamo osservare le nostre maschere, riconoscere quando ci stanno osservando e quando invece ci stanno dominando. Possiamo imparare a toglierle, a respirare senza di esse, a riscoprire chi siamo oltre ogni ruolo, ogni aspettativa, ogni illusione.
Una delle frasi più significative del film The Mask è: “tutti indossiamo delle maschere”, metaforicamente parlando. Questa frase viene detta dal dottor Arthur Newman, lo psicologo che studia la maschera nel film, e racchiude perfettamente l’idea che ognuno di noi, nella vita quotidiana, si presenta al mondo attraverso diverse identità, diversi ruoli e diverse facciate.
Siamo arrivati alla fine di questo incontro, ma prima di salutarvi voglio lasciarvi qualche libro che può aiutarvi a esplorare meglio il tema delle maschere, dell’identità e della ricerca di sé. Come primo libro vi consiglio Il coraggio di non piacere di Kiro Kishimi e Fumitake Koga, che spiega come liberarci dalle aspettative altrui e riscoprire chi siamo veramente. Suggerisco poi Il mito della normalità di Gabor Maté, un viaggio nella psiche umana per comprendere come la società ci spinga a conformarci, spesso a discapito della nostra vera essenza. Un altro libro è L’arte di essere sé stessi di Henrik Fromm, che invita a riflettere su come la società moderna ci influenzi e su come possiamo trovare la nostra autenticità. Ultimo libro, Essere autentici di Piero Ferrucci, che esplora il significato della vera autenticità e il modo in cui possiamo riscoprire nella nostra vita quotidiana.
Spero che questi spunti possano esservi utili per continuare il vostro viaggio alla scoperta di voi stessi. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
