La ricerca di un rifugio interiore è un tema che risuona profondamente in ognuno di noi. In un mondo frenetico e spesso caotico, trovare uno spazio di stabilità e sicurezza diventa essenziale per il nostro benessere. La pratica della sadhana, un percorso spirituale di impegno e disciplina, offre un’opportunità per riconnettersi con se stessi e con il proprio senso di esistenza.
Attraverso la riflessione sulla presa di rifugio, si esplora l’importanza di coltivare un rifugio interiore che non dipenda da fattori esterni. Questo viaggio invita a considerare come possiamo trovare stabilità e sicurezza dentro di noi, piuttosto che cercarle in relazioni o situazioni temporanee. La vera trasformazione avviene quando impariamo a tornare a casa, a noi stessi, anche nei momenti di tempesta emotiva.
- Il concetto di sadhana e la sua importanza nella pratica spirituale.
- La differenza tra rifugi esterni e un rifugio interiore stabile.
- Il significato di prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha.
- La pratica della meditazione e della preghiera come strumenti di connessione interiore.
- Il ruolo della comunità e delle relazioni nel nostro percorso di crescita personale.
Trascrizione
Voglio ricordare che se desideri condividere la tua esperienza e trasformarla in un racconto creativo attraverso un’intervista, questa è l’opportunità che fa per te. Nel progetto Riscrivi la tua storia accompagno le persone in una conversazione profonda, simbolica e immaginativa per dare voce a ciò che spesso resta inascoltato. Se vuoi maggiori informazioni, puoi ascoltare l’episodio 129 per scoprire come funziona oppure mandami un’e-mail.
Ed ora entriamo nel cuore dell’argomento di oggi. Voglio condividere con voi una pratica che io stessa sto portando avanti con costanza da diversi giorni, una sadhana di 40 giorni. È una pratica semplice ma profondamente trasformativa che ha a che fare con la presa di rifugio, l’interconnessione, e il tornare a casa dentro di sé.
Che cos’è sadhana? La parola sadhana in sanscrito indica una pratica spirituale svolta con impegno, costanza e disciplina. È un percorso che si compie ogni giorno con l’intenzione di riconnettersi a sé, al proprio pensiero, al senso profondo che abbiamo dell’esistenza. Tradizionalmente ci sono orari più propizi per la pratica, per esempio all’alba o prima del tramonto, ma la verità è che viviamo vite dense di impegni: il lavoro, i figli, lo studio, le responsabilità. Quindi il mio invito è semplice e gentile: scegliete un momento della giornata che riuscite a dedicare con costanza a voi stessi. Anche solo dieci minuti possono essere preziosi se sono fatti con presenza e con un’intenzione positiva.
Perché ho scelto 40 giorni? Nel Kundalini Yoga si attribuisce un significato profondo alla durata della pratica nel tempo e a seconda del numero di giorni consecutivi in cui pratichiamo, va a cambiare qualcosa. Possiamo innescare cambiamenti diversi nel corpo, nella mente, nelle nostre abitudini più profonde. 40 giorni interrompi un’abitudine negativa e inizi a sostituirla con una più salutare. 90 giorni la nuova abitudine si consolida e prende radici. 120 giorni diventi quella nuova abitudine e i cambiamenti si integrano nella tua identità profonda. 1000 giorni diventi maestro di quell’abitudine e parti di te e della tua essenza. Ogni kriya o meditazione, anche se fatta una volta ogni tanto, porta beneficio, ma è nella ripetizione costante che avviene la trasformazione, come quando un sentiero battuto nella foresta diventa una strada sicura da percorrere.
La pratica che ho scelto in questo momento è la pratica della presa di rifugio. Mi sono chiesta di cosa ho bisogno in questo momento della mia vita, dove posso coltivare stabilità, e da lì è messa la risposta: rifugiarmi, ritornare a casa. Ma cosa significa prendere rifugio? Immagina di essere in un bosco e all’improvviso scoppia un temporale. La pioggia è forte, il vento è gelido, cosa fai? Cerchi probabilmente istintivamente un riparo, può essere una grotta, un albero fitto, un masso sotto cui proteggerti. Quel gesto è primordiale, è l’istinto di sopravvivenza che cerca sicurezza. E lo stesso accade nella nostra vita anteriore, quando viviamo una tempesta emotiva. Quando proviamo ansia, tristezza, paura, dove ci rifugiamo? Molto spesso cerchiamo rifugi che ci sembrano efficaci, ma che poi in realtà sono instabili. Cerchiamo rifugio in una relazione, nel lavoro, nello shopping, nel cibo, nei social. Ma cosa succede se quella relazione finisce, se quel lavoro non c’è più, se quel piacere momentaneo svanisce? Questi non sono rifugi, sono stampelle. Più ci appoggiamo all’esterno, più diventiamo vulnerabili agli alti e bassi della vita, perché dipendiamo dall’altro o dalle altre cose. La vera domanda è: qual è il rifugio che posso coltivare dentro di me?
Nel buddismo, prendere rifugio significa affidarsi a tre ancore profonde: il Buddha, cioè la guida, l’esempio di chi ha compreso la natura della mente e della sofferenza; il Dharma, che è l’insegnamento, il sentiero, la pratica che conduce alla liberazione; e il Sangha, che è la comunità, il gruppo di persone che condivide il cammino, il sostegno reciproco. Quando ripetiamo la formula “prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha”, non stiamo solo recitando parole, stiamo scegliendo di affidarci a ciò che è stabile, reale, trasformativo.
Mi accorgo ogni giorno di quanto sia sottile la linea tra appoggiarsi e dipendere. Ci sono giorni in cui mi sento meglio perché ho ricevuto un messaggio affettuoso, ho avuto una bella conversazione o semplicemente perché qualcuno si è preso cura di me. È naturale, capisco, ma voglio imparare a coltivare anche una presenza interiore amorevole, uno spazio dentro di me in cui io possa rifugiarmi indipendentemente da ciò che accade fuori. Questa pratica di rifugio, questa sadhana, è un modo per tornare lì ogni giorno, come in una casa silenziosa e piena di luce.
Anche se non siete buddhisti, praticanti buddhisti, ma volete sperimentare questa presa di rifugio, potete provare. Non fa male a nessuno. Ovviamente considerate che la presa di rifugio per un praticante buddhista è molto importante e tornare a casa. Però si può provare a tornare a una casa che è una casa metaforica, simbolica. Potete vedere il Buddha, il Dharma e il Sangha come una metafora del vostro maestro interiore, della vostra saggezza interna, quindi potete viverla così, anche se non siete praticanti buddhisti.
Nel buddhismo, prendere rifugio nel Buddha non significa rifugiarsi in una persona o in una divinità esterna da venerare passivamente. Significa riconoscere la qualità del risveglio come potenziale dentro di te. Il Buddha non è solo il maestro storico Siddhartha Gautama, ma il principio del risveglio alla verità, alla consapevolezza, alla libertà interiore. Quando dici “mi rifugio nel Buddha”, stai affermando: scelgo di affidarmi alla mia capacità di risvegliarmi, di vedere le cose come sono, di coltivare compassione, saggezza, presenza. Non è dipendenza, ma è un riconoscimento di una guida interiore, di una via che porta a liberarti dalla sofferenza e non ad esserne dipendente.
Quando dipendiamo da qualcuno per rifugiarci, è diverso. Dipendere da qualcuno per trovare rifugio significa cercare fuori da te stabilità, senso, sicurezza emotiva. Certo, non c’è niente di male nel cercare conforto nelle relazioni; siamo esseri interdipendenti. Ma quando quella persona diventa l’unico rifugio, l’unico appoggio, allora il nostro centro si sposta fuori di noi. Se quella persona non c’è più, se se ne va, se cambia, se ha i suoi momenti di crisi, allora rischiamo di crollare, perché il nostro rifugio non era solido, era appeso al comportamento di qualcun altro.
Anche nella psicologia ci affidiamo a dei rifugi, siano essi interiori o relazionali. Sono quegli spazi mentali, affettivi, corporei in cui troviamo regolazione emotiva, troviamo un senso di sicurezza o semplicemente un momento di respiro. Alcuni rifugi sono interni, come una risorsa anteriore, una memoria che ci dà forza, un’immagine simbolica che ci accompagna. Altri sono relazionali, il volto di una persona amata, la voce di un’amica, la connessione con una comunità. Nella psicologia moderna penso anche alla teoria dell’attaccamento, alla regolazione affettiva, e riconosciamo che questi rifugi sono importanti per lo sviluppo del benessere. Ma ricordo che c’è una differenza sottile, ma molto profonda: un rifugio maturo e sano è quello che ci sostiene senza sostituirsi a noi, che ci accompagna senza renderci dipendenti. Nel tempo, il lavoro terapeutico, come anche la pratica spirituale, mira a costruire un rifugio stabile dentro di noi, capace di accogliere l’esperienza, anche quella difficile, senza esserne travolti.
Detto questo, ho scelto di condividere con voi una pratica che io per prima sto seguendo proprio in questo momento. È il mio modo per mantenere vivo il legame con il mio maestro interiore, con la natura che mi circonda, perché io la considero una maestra saggia e sempre presente. Non c’è bisogno di particolari condizioni o situazioni perfette per fare questa pratica; anzi, può essere molto utile proprio quando ci si sente un po’ disconnessi, destabilizzati da qualcosa, oppure semplicemente quando sentiamo il bisogno di onorare e rafforzare il legame con la nostra divinità interiore, con ciò che ci guida e ci sostiene al di là delle parole.
Quindi vi porterò con me in questa sadhana che potete scegliere di seguire per un ciclo completo di 40 giorni, oppure anche solo come preghiera quotidiana, magari al risveglio o prima di andare a dormire. L’importante è che vi risuoni dentro e che possiate sentirla viva e vostra, senza forzature. La preghiera che vi presenterò tra poco è una mia creazione personale, nasce dall’incontro tra la mia esperienza, il mio sentire e la formula tradizionale della presa di rifugio nel buddismo. L’ho adattata con delicatezza, rispetto, mantenendone l’essenza, ma rendendola più accessibile, più intima, affinché possa parlare al cuore di chi la ascolta, anche al di là del credo, al di là del percorso personale.
Per me è importante che ogni pratica sia viva, sia vissuta e non solo recitata. Questa preghiera può essere il vostro rifugio quotidiano, un momento di connessione profonda con ciò che vi sostiene, vi guida e vi ricorda chi siete davvero, oltre la tempesta dei pensieri, oltre le onde delle emozioni.
Prima di iniziare, prendiamo un momento per concentrarci sul nostro respiro. Faremo insieme alcune respirazioni consapevoli e vi guiderò in una preghiera di rifugio. Questo momento è un’opportunità per entrare in contatto con il nostro Maestro Interiore, con quella parte di noi che è sempre presente, saggia e compassionevole. Mentre reciterò questa preghiera, vi invito a seguire le parole con il cuore, permettendo che il loro significato si radichi dentro di voi. Mantenete l’attenzione sul cuore; potete mettere anche le mani se volete, mentre recito queste parole, sentendo ogni frase che si fa strada nella vostra consapevolezza.
Al termine della preghiera, vi invito a proseguire con l’ascolto del mantra della presa di rifugio, che è Buddham Saranam Gacchami. Vi lascerò in descrizione il link dell’audio che sto usando anche io in questi giorni, ma sentitevi liberi di scegliere la versione musicale che più vi ispira. Ricordate che non c’è un tempo prestabilito; lasciate che sia il vostro sentire a guidarvi e restate in ascolto per il tempo che desiderate. Io al momento recito con il mantra cantato per dieci minuti, quindi prima faccio respirazione, poi faccio la preghiera e poi metto il tempo di dieci minuti e mi rilasso in questa meditazione cantata del mantra.
Lasciate che la vibrazione del mantra vi avvolga, portandovi nella profondità della vostra consapevolezza, dove ogni pensiero può dissolversi e lasciare spazio alla pace interiore. Siete pronti? Iniziamo insieme. Prima di tutto, trovate una posizione comoda, seduti, ma anche distesi. Chiudete delicatamente gli occhi e portate l’attenzione al vostro corpo. Sentite il peso del vostro corpo che si appoggia al suolo, alla sedia, al tappeto. Sentite come ogni parte di voi sia radicata nel qui e ora.
Iniziamo con alcuni respiri profondi: inspirate lentamente dal naso, trattenete il respiro per un attimo e poi espirate lentamente dalla bocca, lasciando ogni tensione che potrebbe esserci nel corpo. Ripetiamo: ispirate profondamente, trattenete, espirate. Ancora una volta: ispirate, trattenete ed espirate lentamente, sentendo il vostro corpo rilassarsi con ogni respiro. Ora continuate a respirare in modo naturale, ma con presenza, con attenzione. Ogni respiro è un’ancora che vi riporta al presente, vi radica nel qui e ora. Con ogni ispirazione, sentite freschezza e vitalità che entrano nel vostro corpo e con ogni espirazione lasciate andare qualsiasi pensiero o tensione.
Portate ora l’attenzione al vostro cuore, permettete a voi stessi di essere presenti a questa pratica di accogliere il momento senza giudizio. Mentre rimanete in questa posizione di consapevolezza, vi guiderò in una preghiera che porta rifugio nel nostro cuore. Questo momento è un’opportunità per entrare in contatto con quella parte di te che è sempre presente, saggia e compassionevole. Vi invito a recitare insieme a me se la scrivete su un foglio e se lo desiderate, oppure ad ascoltare, permettendo che queste parole risuonino nel vostro cuore.
Mi affido alla terra che sostiene i miei passi, la terra si affida a me perché io la protegga con amore. Mi affido al Buddha, luce di consapevolezza e compassione, il Buddha si affida a me perché io porti quella luce nel mondo. Mi affido al Dharma, via di verità e trasformazione, il Dharma vive attraverso me, nei miei pensieri, parole e azioni. Mi affido al Sangha, comunità di presenza e sostegno, il Sangha si nutre anche della mia presenza, gentile, imperfetta, viva. Nel qui e ora respiro, nel qui e ora ascolto, nel qui e ora sono parte di tutto ciò che è.
Ora potete continuare da soli con il mantra. Potete recitarlo con la vostra voce, lasciandovi guidare dal vostro ritmo interiore, oppure seguire l’audio che vi lascio in descrizione. Scegliete ciò che vi fa sentire più in connessione. Buddham Saranam Gacchami, Dhammam Saranam Gacchami, Sangham Saranam Gacchami. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
