La ricerca della verità interiore è un viaggio che molti intraprendono, spinti dalla domanda fondamentale: chi sono io? Questa domanda, centrale nella filosofia dell’Advaita Vedanta, ci invita a esplorare la nostra vera natura e a riconoscere l’illusorietà dell’identità individuale. Attraverso la meditazione e la contemplazione, possiamo avvicinarci a una consapevolezza più profonda, scoprendo che il nostro Sé è in realtà unito al Brahman, l’assoluto.
In questo contesto, la filosofia dell’Advaita Vedanta non è solo un insieme di concetti astratti, ma un percorso pratico di autoesplorazione e realizzazione. Attraverso l’auto-indagine e la meditazione, possiamo superare l’ignoranza e le illusioni che ci tengono intrappolati, avvicinandoci così alla liberazione e alla pace interiore.
- La domanda fondamentale: chi sono io?
- Il concetto di non dualità nell’Advaita Vedanta.
- Il ruolo della meditazione e dell’auto-indagine.
- La distinzione tra Atman e Brahman.
- Il significato di Maya e ignoranza spirituale.
- Pratiche quotidiane per integrare la filosofia nella vita.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo episodio di Dharma in Psicologia. Oggi entreremo nel cuore della Dvaita Vedanta, nella quale c’è una domanda essenziale: chi sono io? Vedremo come questa domanda può aprirci la porta alla realizzazione della nostra vera natura. Viaggeremo in questo mondo filosofico e spirituale di una profondità e saggezza incredibili. La domanda diventa una via verso l’illuminazione; chiedersi chi sono io è un metodo di indagine interiore che porta alla realizzazione.
Di che tipo? L’identità individuale, limitata dal corpo e dalla mente, è solo un’illusione. Attraverso la meditazione e la contemplazione, si arriva alla consapevolezza che il sé è il Brahman, libero dai limiti dell’esistenza individuale. Probabilmente potreste sentire un po’ di confusione; beh, tutto ciò è normale, perché questa è una delle meditazioni più potenti e una delle filosofie più antiche. Non c’è quindi una risposta specifica alla domanda chi sono io, ma ci permette di mettere in moto un processo di autosservazione molto profonda.
Secondo l’Advaita Vedanta, questa domanda porta alla scoperta dell’Atman. Che cos’è l’Atman? È il sé e porta quindi alla scoperta della sua identità con il Brahman, l’assoluto, la realtà ultima. L’Advaita Vedanta è una delle scuole più influenti e antiche della filosofia indiana ed è parte dell’induismo. La parola Advaita significa non duale e Vedanta si riferisce agli insegnamenti dei Veda, i testi sacri più antichi dell’India, in particolare alla loro conclusione. Infatti, Vedanta, Anta vuol dire fine, e si riferisce alla conclusione espressa nell’Eupanishad, le parti finali dei Veda.
In sintesi, l’Advaita Vedanta è una filosofia che sostiene l’unità ultima di tutta l’esistenza. Vediamo ora quali sono i principi fondamentali dell’Advaita Vedanta, così iniziamo a capire un po’ di più.
Primo principio: la non dualità, ovvero Advaita. La dottrina della non dualità è il cuore di questa filosofia. Questa scuola di pensiero afferma che la realtà ultima è unica, indivisibile, e tutto ciò che vediamo, sperimentiamo e percepiamo è la manifestazione di una sola essenza, chiamata Brahman. Secondo l’Advaita, la separazione che vediamo tra oggetti, persone ed esperienze è solo illusione, maya; in verità, tutto è uno, tutto è Brahman, e Brahman è la sostanza di tutto.
Altro principio fondamentale: il Brahman. Il Brahman è la realtà assoluta, infinita, immanente, che trascende il mondo fenomenico e dualistico. Non c’è dualismo in questa realtà; è senza forma, senza limiti, senza attributi, e non può neanche essere descritta completamente con il linguaggio umano. Tuttavia, tutto ciò che esiste proviene da Brahman e ritorna a Brahman.
Un altro principio è l’Atman come Sé individuale, il nucleo essenziale e immortale di ogni persona. L’Advaita Vedanta insegna che Atman è Brahman, cioè il nostro vero Sé non è separato dalla realtà ultima. Questa è la base della non-dualità: il Sé individuale e la realtà universale sono in realtà la stessa cosa. Non c’è separazione tra me e te che mi stai ascoltando.
Altro punto chiave: l’Illusione, Maya. La separazione che percepiamo nel mondo, il fatto che tu ti senta diverso da me, è definita come Maya. Questa illusione ci impedisce di vedere la verità fondamentale della non-dualità. Maya non è considerata un’illusione totale, ma una realtà relativa che distorce la nostra percezione della verità assoluta.
Un altro punto chiave è l’Ignoranza, Bidia, l’ignoranza spirituale che ci tiene intrappolati nell’illusione di Maya e ci impedisce di realizzare che l’Atman è Brahman. Questa ignoranza porta alla sofferenza e al ciclo delle rinascite, il Samsara. L’obiettivo dell’Advaita Vedanta è superare questa Bidia attraverso la conoscenza diretta, Ijnana, ottenuta attraverso la meditazione e la riflessione sui testi sacri. Questo permette di arrivare alla Moksha, la liberazione dall’illusione di Maya e dall’ignoranza di avidia. Si raggiunge quando si realizza che il proprio Sé, l’Atman, è identico al Brahman, portando alla fine del ciclo delle rinascite e alla pace eterna. Moksha non è un cambiamento di stato fisico, ma una trasformazione di consapevolezza.
Spero sia stato tutto chiaro fino ad ora, perché capisco che questo discorso possa trovare resistenze e incomprensioni create dalla nostra mente. Non sono concetti semplici da afferrare, ma consiglio di restare aperti a queste informazioni e lasciare che sedimentino in modo graduale e naturale. A chi dice che questa filosofia è troppo evanescente, troppo metafisica, confermo che l’Advaita ha una dimensione molto pratica. Si richiede un percorso di autoesplorazione, meditazione e studio dei testi sacri, principalmente delle Upanishad, della Bhagavad Gita e dei Brahma Sutra. Questo è necessario per realizzare la verità della non-dualità. L’Advaita non è solo una comprensione intellettuale, ma una realizzazione diretta della propria unità con il Brahman.
Voglio ricordare i principali maestri di questa filosofia. Il primo indiscusso è Adi Shankaracharya, nato nel 788 e lasciato il corpo nell’820 d.C. È il più grande esponente dell’Advaita Vedanta e il suo lavoro ha dato grande impulso alla diffusione di questa filosofia. Poi ci sono stati Ramakrishna Paramahansa, Swami Vivekananda, Jiddu Krishnamurti, Nisargadatta Maharaj e Sri Ramana Maharshi, sul quale mi soffermerò oggi. Nato nel 1879 e lasciato il corpo nel 1950, è uno dei più recenti maestri dell’Advaita Vedanta.
Come ho scoperto la meditazione su chi sono io? L’ho scoperta molti anni fa, quando conobbi una coppia che vive tra l’Italia e l’India. Li incontrai in Italia, perché organizzano incontri di bhajan, canti devozionali della filosofia Hinduista. Dopo averli conosciuti, scoprii che in India vivono in un villaggio chiamato Tiruvannamalai, una città sacra nel Tamil Nadu, famosa per essere un importante centro di pellegrinaggio spirituale, specialmente legato alla figura di Ramana Maharshi.
La città è situata ai piedi della montagna sacra Arunachala, considerata nella tradizione Hinduista una manifestazione del Dio Shiva. Tiruvannamalai è importante per il tempio di Arunachala Eswara, dedicato a Shiva, e per essere stata la dimora di Ramana Maharshi, uno dei maestri dell’Advaita Vedanta del XX secolo. Proprio per questa scoperta, decisi di visitare questo ashram e indagare, vivendo personalmente questa filosofia e scoprendo di più su questo maestro.
Arrivai in questo villaggio indiano e, come sempre, il caos e la moltitudine di gente affollavano la stazione degli autobus, in un modo impressionante per il mio sguardo occidentale. Ma quello era il mio terzo viaggio in India, quindi la mia connessione era già profonda con quella terra e, da una parte di me, mi sentivo parte integrante di quel flusso. Arrivai all’ashram e trovai un’energia completamente diversa, piena di vita e movimento, ma diversa dalla stazione degli autobus. Era quasi più calma, con un ritmo ben scandito, frequentata da tanti occidentali, alcuni chiaramente ricercatori spirituali, altri viaggiatori curiosi.
All’interno dell’ashram, l’energia è delicata e silenziosa, anche se i canti e le preghiere invadono l’atmosfera. Da quel momento in poi, quel luogo diventò il mio luogo di meditazione per le successive tre settimane. Durante le mie meditazioni, trovai un’uscita che conduceva direttamente alla sacra montagna Arunachala, venerata come la montagna di Shiva, dove Ramana Maharshi si recava per meditare nelle grotte.
L’ingresso principale dell’ashram offre una sensazione di sospensione del tempo e dello spazio, creando un ambiente di quiete e introspezione profonda. È un luogo in cui la tua interiorità viene amplificata; se porti con te preghiera e meditazione, esse verranno intensificate. Se porti confusione, anche questa verrà accentuata. Tuttavia, se si apre la mente e il cuore, è possibile trovare pace. Consiglio di visitare questo luogo dopo essersi documentati su Ramana Maharshi e sulla sacralità della montagna Arunachala, perché l’esperienza sarà ancora più profonda.
Arunachala è importante perché è ritenuta manifestazione del dio Shiva, nella sua forma di luce. Secondo una leggenda, Shiva apparve come una colonna infinita di luce, il lingam di fuoco, proprio dove oggi si trova Arunachala, per risolvere una disputa tra Brahma e Vishnu su chi fosse il supremo tra gli dèi. Shiva si manifestò come la montagna di Arunachala, incarnando l’energia spirituale della stabilità e dell’immutabilità. Un fuoco sacro è acceso 24 ore su 24, senza spegnersi mai. È suggestivo guardare la montagna da lontano, magari sul terrazzo di una guest house, e meditare al tramonto di fronte alla sua potenza spirituale. Credo sia stato uno dei momenti di maggiore connessione avuto in quel viaggio, e lo ricorderò per sempre.
La montagna e i suoi dintorni sono ricchi di eremi, grotte e ashram, utilizzati da yogi e ricercatori spirituali per meditare in solitudine. Visitare quelle piccole grotte, dove sadhu, yogi e lo stesso maestro Ramana hanno emanato la loro energia meditativa, ha trasformato e liberato alcuni nodi dentro di me che faticavano a sciogliersi. Ho ricevuto un grandissimo dono, proprio di fronte alla montagna, ecco perché ci sono particolarmente legata. Quando si è alla ricerca della pace e dell’amore, non può che arrivare. Quindi chiedete, chiedete quello di cui avete bisogno.
Proprio per questo, migliaia di devoti ogni giorno praticano il Giri Pradakshina, un rituale in cui si compie il giro della montagna a piedi, circa 14 chilometri, considerato un atto di devozione che aiuta a purificare mente e corpo. Questo atto simbolico rappresenta la circonferenza del Sé attorno al centro divino. L’ho fatto e, dopo un primo momento di stanchezza, si è attivata una gioia infinita di percorrere quel cammino.
Arunachala è particolarmente significativa perché è stato il luogo di dimora e meditazione di grandi saggi, in questo caso di Ramana Maharshi, il quale, dopo aver avuto la sua esperienza di illuminazione in età giovanile, si trasferì a Tiruvannamalai, ai piedi di Arunachala, e vi rimase per il resto della sua vita. Per Ramana, Arunachala non era solo una montagna, ma una manifestazione del Sé supremo, rappresentando la vera essenza della coscienza non duale. Molti credono che Arunachala abbia un’energia spirituale speciale, capace di favorire l’autorealizzazione e la trasformazione interiore. Ramana Maharshi affermava che la semplice presenza sulla montagna e il contatto con la sua energia potessero aiutare i ricercatori spirituali a dissolvere l’illusione dell’ego e risvegliare la consapevolezza della loro vera natura.
Conosco tante persone che vivono ad Arunachala e che non solo meditano, ma dipingono continuamente questa montagna, come atto meditativo. Arunachala è considerata un luogo di illuminazione spirituale, dove le barriere tra il mondo fisico e la realtà divina sono molto sottili. Viene percepita non solo come luogo fisico, ma come un simbolo vivente, rendendola una meta sacra per coloro che cercano la liberazione e la verità spirituale.
Visitare un luogo dove un maestro ha vissuto e donato i suoi insegnamenti non è solo in India; è anche in Italia, e potete trovarlo anche qui. È un regalo che consiglio di farvi.
Ora vi suggerirò alcuni metodi per vivere questa filosofia nella vita di tutti i giorni, perché alla fine è questo il messaggio che voglio portare. Di ogni argomento di cui parlo, l’importante è come portarlo nella nostra quotidianità. Uno degli insegnamenti principali, promosso da Ramana Maharshi, è la pratica dell’auto-indagine, chiamata Atma Vichara. Questo processo consiste nel porsi continuamente la domanda: chi sono io? Per scoprire la verità del sé. La pratica da fare è meditare quotidianamente ponendosi la domanda, non per rispondere intellettualmente, ma per rimuovere le identificazioni superficiali con il corpo e la mente. È una pratica profondissima.
Altro suggerimento: coltivare il distacco, Bhairaja, accettando che tutto ciò che è nel mondo fisico, inclusi desideri ed emozioni, è impermanente. Non pensate che si tratti di rinunciare alla vita; assolutamente. Si tratta di viverla con consapevolezza e senza attaccamento. Affrontate le situazioni della vita con una prospettiva distaccata, accettando sia il piacere che il dolore come parte dell’esperienza, senza identificarvi completamente con essi. So che non è facile, ma più si pratica, più si può cogliere una profondità maggiore.
Un altro suggerimento è praticare la meditazione quotidiana, che aiuta a stabilizzare la consapevolezza e a ricordare costantemente la verità della non dualità. Dedicate un momento della giornata alla meditazione silenziosa, cercando di riconoscere la connessione tra il vostro Sé interiore e la realtà ultima.
Un’altra tecnica è vedere gli altri come manifestazioni della stessa unità, poiché ogni individuo è l’espressione del Brahman. Andate oltre il giudizio e l’egoismo, favorendo la compassione e la comprensione reciproca. A livello essenziale, non c’è separazione tra te e me, tra te e gli altri. Nelle interazioni quotidiane, cercate di vedere gli altri non come entità separate, ma come parte della stessa coscienza universale. Coltivate la compassione e la gentilezza senza giudizio.
Un’altra tecnica sottolinea l’importanza della conoscenza diretta della propria vera natura, una conoscenza che va oltre quella intellettuale. È la pratica dell’Ojnana Yoga, che implica il ricordo costante della non dualità durante tutte le attività quotidiane. Durante la giornata, mantenete uno stato di osservazione interiore, ricordando che ogni azione e percezione proviene dall’unità col tutto.
Ultimo consiglio: anche l’azione quotidiana può essere vissuta secondo i principi dell’Advaita Vedanta, attraverso il Karma Yoga. Si agisce senza aspettativa di ricompensa o frutto per il proprio lavoro. Svolgete le vostre attività quotidiane con attenzione e dedizione, senza attaccarvi al risultato. Fate il vostro dovere come atto di servizio e consapevolezza.
Detto tutto questo, vi suggerisco un libro che può aiutarvi ad avvicinarvi all’Advaita Vedanta in modo accessibile e profondo: “Io sono quello” di Shri Nisargadatta Maharaj. È una raccolta di dialoghi tra il maestro e i suoi discepoli, in cui viene esplorata la natura del sé e della realtà attraverso l’approccio dell’Advaita. È considerato uno dei libri più importanti e diretti per chi desidera comprendere la non dualità e applicarla nella vita quotidiana. Il linguaggio è semplice ma potente, e le risposte di Nisargadatta sono pratiche e profonde, rendendo questo libro un ottimo punto di partenza per chi è interessato a questa filosofia del non duale.
Siamo arrivati ai saluti e desidero farlo con un aforisma che esprime tutta la potenza di questa filosofia della non dualità: tu sei quella realtà che cerchi e non c’è nulla al di fuori di te. Grazie per aver ascoltato.
