La ricerca di esperienze straordinarie è un tema ricorrente nel percorso spirituale di molti. Spesso, ci si aspetta che la crescita personale e la spiritualità portino a risultati tangibili e visibili, come poteri speciali o incontri illuminanti. Tuttavia, è fondamentale riflettere su cosa significhi realmente progredire in questo cammino e quali siano i veri frutti di un percorso di consapevolezza.
In un’epoca in cui la spiritualità è spesso associata a fenomeni eccezionali, è importante riconoscere che le trasformazioni più significative possono avvenire in silenzio, lontano dai riflettori. La vera crescita interiore potrebbe non manifestarsi attraverso eventi straordinari, ma piuttosto attraverso un profondo cambiamento della nostra percezione e della nostra relazione con noi stessi e con gli altri.
- La differenza tra esperienze straordinarie e crescita interiore.
- Il valore delle trasformazioni silenziose e lente.
- Il rischio di confondere visibilità e realizzazione personale.
- La ricerca di autenticità rispetto all’idea di diventare speciali.
- La responsabilità personale nel proprio percorso spirituale.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio del lunedì di Dharma e Psicologia. Spero di trovarvi tutti bene e che questo passaggio verso l’estate porti un po’ di luce, di calore e di spazio nella vostra mente, nel vostro cuore e nel vostro corpo.
Oggi parto da una domanda che mi è arrivata qualche giorno fa via email, una domanda che lungo tutto il percorso personale e professionale mi sono posta molte volte. Comprendo questa domanda, la sento e ho scelto di condividerla con tutti voi perché probabilmente ci sarà qualcun altro di voi che sta pensando, provando le medesime cose.
Col tempo ho imparato ad osservare in modo diverso questo di cui vi parlerò in questo momento: i dubbi, le incertezze, la confusione. La domanda che mi è arrivata è questa: “Ti seguo da tempo e c’è una cosa che non riesco a capire. Sono anni che pratico, studio il buddismo, la spiritualità, la filosofia orientale, medito, faccio percorsi di crescita personale, lavoro su di me, eppure non vedo Laura, non parlo con i morti, non ricevo messaggi dall’universo, non ho sviluppato talenti particolari o poteri speciali, non incontro maestri illuminati, non faccio sogni rivelatori. Certo, sono più consapevole, ho superato alcuni traumi, ma non mi sembra di aver ricevuto tutti quei doni spirituali di cui sento parlare. Come mai?”
Quando ho letto queste parole, mi sono fermata e ho cercato di visualizzare chi si poneva e chi mi poneva questa domanda, perché credo che appartenga a molte più persone di quante immaginiamo. Viviamo in un’epoca in cui la spiritualità viene spesso raccontata attraverso l’eccezionale: racconti di cose incredibili, visioni, risvegli improvvisi, sincronicità sorprendenti, capacità intuitive fuori dal comune, incontri fantastici destinati a cambiare la vita. Sembra quasi che il valore di un percorso spirituale si misuri dalla quantità di fenomeni straordinari che accadono lungo il cammino, ma anche dalla qualità, non nel senso profondo e spirituale, ma proprio nel senso fantastico, magico del termine.
Quando questi fenomeni non arrivano, può insinuarsi un dubbio silenzioso, umano: forse sto sbagliando qualcosa, forse non sono abbastanza aperto, forse non sono abbastanza evoluta, forse il sentiero non sta funzionando. Ma siamo sicuri che i frutti più profondi di un percorso spirituale siano quelli che fanno più rumore? Nelle tradizioni contemplative, soprattutto nel buddismo, i cosiddetti poteri non sono mai il cuore del cammino, non sono la meta, non sono la prova. Una persona può avere esperienze straordinarie e, ciò nonostante, essere intrappolata nei propri schemi mentali, nella paura, anche nell’ego spirituale. E magari un’altra persona può non vedere mai nulla di speciale e diventare più libera, più presente, più capace di amare, più capace di stare nella realtà, così com’è.
Forse allora vale la pena fermarsi un momento ed osservare un’altra possibilità: forse siamo concentrati su ciò che non abbiamo ricevuto, da non vedere ciò che è già accaduto. Superare un trauma non è un piccolo evento, diventare più consapevoli non è un piccolo evento, imparare ad osservare i propri automatismi, riconoscere i condizionamenti che ci imprigionano, smettere di essere trascinati continuamente dalle proprie paure sono trasformazioni immense. Solo che sono trasformazioni lente e silenziose, non fanno rumore, non diventano contenuti social, non prendono followers, non sono neanche facilmente raccontabili, eppure sono quelle trasformazioni che cambiano una vita.
Probabilmente la domanda più importante non è quali poteri ho sviluppato, ma chi ero dieci anni fa che oggi non sono più. Forse il dono più grande del sentiero spirituale non è aggiungere qualcosa di straordinario a noi stessi, ma togliere poco alla volta ciò che ci impediva di essere vivi. La nostra mente ha bisogno di rumore per credere che qualcosa sia vero e spesso confonde la visibilità con la realizzazione, la popolarità sui social con la verità interiore. Facciamo attenzione a queste illusioni perché possono allontanarci da noi stessi.
Conosco molte persone nell’ambito spirituale, olistico, leggo, seguo, conosco personalmente e non sono qui per giudicare nessuno né per stabilire chi sia sincero o meno. Io semplicemente osservo, ascolto, guardo. Alcuni si fanno chiamare maestri, sciamani, guaritori, usano linguaggi complessi, rituali, strumenti, cerimonie, abiti. Quasi senza accorgersene, li mettiamo più in alto di noi, più evoluti di noi, più realizzati di noi e più vicini alla verità. Intanto cresce dentro di noi l’idea di essere sempre un passo indietro, più fragili, più incompleti, più sbagliati. Così iniziamo a chiedere agli altri di dirci chi siamo, dove andiamo, cosa vogliamo, cosa ci fa bene, cosa dobbiamo mangiare, quale fidanzata scegliere.
Arriviamo a chiedere anche il colore della nostra aura, i nostri blocchi, i chakra da pulire, le energie da correggere. Ma dove siamo noi in quel momento? Quando mettiamo nelle mani dell’altro tutta questa potenza, dove finisce la nostra esperienza diretta? Vi esorto a rafforzare le vostre radici invece di delegare la vostra interiorità. Osservate la mente invece di aspettare che qualcuno vi definisca. Ascoltate i vostri sogni invece di consegnarne il significato a qualcun altro.
Tante volte mi sento raccontare i sogni, ovviamente per il lavoro che faccio, ma la domanda più ricorrente è: “Che cosa significa?” È importante non chiedere all’altro che cosa significa. L’altro, la guida, il terapeuta, certo che ci aiuteranno a percorrere il cammino, ma leggeteli, ascoltate i vostri sogni, vedete di cosa vi stanno parlando, parlate con loro, parlate con i sogni che vi arrivano, i personaggi, le immagini.
C’è anche un altro aspetto. Quando si parla di vite passate, questo famoso argomento che attrae sempre molti seguaci, spesso emergono sempre storie simili. Chi racconta della sua vita passata sicuramente dirà che è stato uno sciamano, che è stata una sacerdotessa, che è stato un guaritore, che è stata una strega. Molto raramente qualcuno dice di essere stato una persona comune. È ancora più raro che qualcuno vi dica di essere stato qualcuno di cattivo e che ha commesso qualcosa di malvagio. Quindi forse vale la pena osservare anche questo. Perché sono tutti così meravigliosamente con vite passate incredibili.
Nelle tradizioni antiche esistono certamente pratiche che parlano di capacità straordinarie. Ad esempio, nello yoga classico, queste capacità possono emergere. Maestri di un certo livello hanno praticato tutta la vita, quindi con una certa consapevolezza, con una certa energia, possono arrivare a vivere, ad avere, a sperimentare dei Siddhi, quindi dei poteri straordinari. Ma gli stessi maestri dicono una cosa molto importante: vengono anche visti come un possibile ostacolo. Si, lo ripeto, i poteri che emergono dopo anni di pratica in alcuni maestri vengono anche visti come un possibile ostacolo. Come mai? Perché alimentano il senso di identità speciale, ego. Io sono un prescelto, sono una persona speciale e l’ego spirituale è sottile, è molto sottile.
Anche nel buddismo si parla di capacità straordinarie, ma il Buddha è molto chiaro al riguardo. Lui dice: “Il segno della pratica non è il miracolo, ma la liberazione dalla sofferenza.” Questa è una frase potentissima, dice tutto: non è il miracolo che accade durante il percorso, l’obiettivo di tutto, o il guardarmi diversamente dagli altri, ma è liberarmi dalla sofferenza. Anche Krishnamurti lo ripeteva con forza, diceva: “Non è importante ciò che si vede o si percepisce, ma la comprensione di sé.” Anche Ramana Maharshi andava nella stessa direzione, diceva: “Se accade qualcosa, non è quello il punto, il punto è il sé.”
La sentite la potenza dei maestri? Qual è il vero potere? Leggere la mente? Vedere l’aura? Predire il futuro? Vedere le vite passate degli altri e le proprie? Oppure sviluppare presenza, consapevolezza, compassione? Qual è il vero miracolo secondo voi? Non essere mai arrabbiati o accorgersi della rabbia senza esserne dominati? Vedere energie invisibili attorno a noi? O vedere chiaramente i propri automatismi? Parlare con energie? Parlare con l’invisibile? Essere quindi un medium? O imparare finalmente ad ascoltarsi?
Forse la spiritualità non è diventare speciali, ma è diventare autentici e smettere di essere governati da ciò che ci fa soffrire, quindi imparare il perdono, imparare la gentilezza, imparare la responsabilità, imparare a stare nel presente senza fuggire continuamente altrove, non fermarsi.
Vi lascio con alcune domande perché siamo arrivati al termine. Cosa state cercando davvero? State cercando esperienze straordinarie? State cercando libertà? State cercando qualcuno che vi dica chi siete? O state cercando la possibilità di scoprirlo da soli? La risposta a queste domande può cambiare completamente il modo in cui percorriamo il nostro sentiero.
Molti maestri negli insegnamenti ripetevano una cosa semplice: non pensate che meditare 20 ore al giorno vi renda migliori di chi ne medita solo una. Non sono le ore, non sono gli anni, non sono i titoli spirituali, non sono i workshop frequentati, non sono tutti i corsi che si sono fatti. Quello che conta è la trasformazione interiore e la capacità di restare in pace quando c’è caos, di osservare i pensieri senza essere noi schiavi e di guardare l’altro con umanità anche quando c’è conflitto con l’altro. Perché sì, si può fare male anche con un sorriso gentile, ma non autentico. La pratica non è diventare perfetti, ma diventare sinceri, satia, verità. Non è accumulare esperienze spirituali, ma diventare un po’ più liberi ogni giorno. Forse è questo che dimentichiamo più spesso: non quanto siamo avanzati, ma quanto siamo vivi, presenti e responsabili nella nostra esperienza.
Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharmapsicologia e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
