La meditazione è un viaggio interiore che ci invita a esplorare le profondità della nostra anima e a confrontarci con le emozioni più complesse. In questo contesto, la pratica del Tonglen emerge come una tecnica tibetana che promette di trasformare il dolore in amore e compassione. Non si tratta solo di una semplice pratica meditativa, ma di un vero e proprio atto di accoglienza verso le nostre sofferenze e quelle degli altri.
Attraverso il Tonglen, si impara a respirare consapevolmente, a visualizzare il dolore e a restituire amore e sollievo. Questo processo non è immediato e richiede pazienza, ma offre la possibilità di una trasformazione profonda, non solo a livello personale, ma anche in relazione con il mondo che ci circonda.
- La trasformazione del dolore in amore e compassione.
- Il ruolo della libertà nella scelta di affrontare o meno le emozioni negative.
- La pratica del Tonglen come strumento di crescita spirituale.
- Le possibili controindicazioni e precauzioni nell’approccio alla meditazione.
- La connessione tra il dolore personale e quello collettivo.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi desidero parlarvi di una straordinaria tecnica di meditazione tibetana che aiuta a trasformare il dolore in amore e compassione. Sto parlando del Tonglen. Pensate sia un miracolo impossibile trasformare dolore in amore e compassione? Certo, potreste pensare una cosa di questo tipo. In effetti, trasformare pensieri ed emozioni negative in gentilezza e in amore non è semplice e non è neanche immediato. Ognuno lo fa con i propri tempi, secondo i propri strumenti interiori. Tuttavia, con il tempo e con la pazienza, i cambiamenti possono diventare tangibili.
Va detto che non è obbligatorio trasformare nulla, non c’è una regola fissa; si può anche scegliere di stare nelle emozioni negative, nei pensieri negativi. Possiamo scegliere di restare nella rabbia, nella gelosia, nella possessività. La bellezza della nostra vita e del percorso spirituale sta proprio nella libertà e possiamo decidere se e come educare la nostra mente e i nostri pensieri, siamo noi che lo scegliamo.
Sì, è proprio una forma di educazione, proprio come educhiamo i nostri figli sin dalla nascita, non solo alle regole sociali e culturali, ma anche alla felicità, alla salute del corpo, dell’anima, a una buona alimentazione. Ecco, allo stesso modo possiamo educare la nostra mente. Ovviamente, ripeto, non è un processo facile; ci saranno momenti in cui la mente sembrerà galoppare senza controllo e altri in cui disciplinarla sarà un po’ più semplice.
In questo processo evolutivo e spirituale ci imbattiamo in filosofie, in tecniche, in scuole che ci mostrano strade diverse e ognuna è legata a una specifica tradizione culturale. Io spesso durante i colloqui incontro persone che mi raccontano dei percorsi che hanno scelto per stare bene. Nessuno di questi è giusto, nessuno è sbagliato, a patto che siano condotti da persone oneste e preparate, e che vi facciano stare bene. C’è, questo poi è l’obiettivo finale, che voi siate bene.
È stato proprio in questo mare di scoperte che anni fa venni a conoscenza della pratica del Tonglen. Ricordo ancora il senso di meraviglia che provai di fronte alla forza racchiusa nella sua semplice pratica, e durante un insegnamento con un maestro mossi i miei primi passi nella pratica, acquisendo consapevolezza della sua grande potenza trasformativa.
Il Tonglen è una pratica di meditazione di origine tibetana profondamente trasformativa. La parola Tonglen significa letteralmente dare e ricevere. Infatti, è una tecnica che invita a respirare consapevolmente, visualizzando il dolore o la sofferenza propria o altrui mentre si inspira, e inviando amore, compassione e sollievo mentre si espira. Semplice, no? Apparentemente molto semplice; in realtà la tecnica è semplice, è quello che smuove dentro poi, che diventa un po’ più delicato.
Le origini del Tonglen risalgono alle antiche tradizioni buddhiste tibetane, in particolare al legnaggio del Lojong, che significa addestramento mentale, e questa pratica è stata sviluppata come parte di un percorso spirituale per coltivare la bodicitta. La bodicitta si traduce come mente del risveglio, oppure cuore compassionevole. Bodicitta, l’ho già menzionata in altri episodi, ma lo ricordo, rappresenta il desiderio altruistico di alleviare la sofferenza di tutti gli esseri e quindi di raggiungere l’illuminazione soprattutto per il bene di tutti, quindi non per il proprio e basta.
Il Tonglen è stato associato alla figura di Atisha di Pankara, che fu un maestro buddista indiano dell’undicesimo secolo che portò appunto gli insegnamenti del Lojong in Tibet, e questi insegnamenti si basano sull’idea che trasformare il dolore in amore e compassione sia possibile e che la sofferenza possa diventare un’opportunità per crescere spiritualmente.
Ammetto che una cosa che mi ha sempre colpito del Tonglen è proprio la sua semplicità e anche la sua universalità. Cosa vuol dire? Anche se affonda le sue radici nel buddismo tibetano, è una pratica che parla a tutti noi, lo può fare chiunque, di qualsiasi tradizione, indipendentemente dal nostro background culturale o religioso, perché ci ricorda che il cuore umano ha un’incredibile capacità di trasformazione e possiamo imparare a non scappare dalla sofferenza, ma ad accoglierla, a lavorarci e a restituire al mondo qualcosa di più luminoso, di più positivo.
La maggior parte delle persone che incontro in terapia mi chiede di non soffrire più, di non stare male. È una richiesta assolutamente comprensibile, sana, è un segnale di presa in carico di sé stessi. Tuttavia, a volte, dietro questa richiesta potrebbe nascondersi una reazione di fuga, di chiusura verso ciò che sta accadendo dentro di sé. Nessuno vuole soffrire, che sia chiaro, questa è una verità universale, ma fuggire dal dolore senza comprenderne i messaggi e gli avvertimenti non ci aiuta davvero.
Ed ora vi faccio un esempio. Inventato, ma non totalmente, perché comunque si fa sempre riferimento alla realtà, agli incontri che faccio, che ho nel mio lavoro. Allora, immaginiamo una donna, che chiameremo Dora, che ha iniziato una relazione con un ragazzo che chiameremo Luca. Lui la umilia davanti agli amici, la critica, la offende costantemente a casa, lasciando persino intuire di avere relazioni extraconiugali. Ed ora decide di andare da uno psicologo, perché ha, stranamente, come dice lei all’inizio della terapia, attacchi frequenti di panico. Crede che forse la sua relazione abbia qualche problema, ma in realtà considera gli attacchi di panico il vero nemico.
In una situazione del genere diventa essenziale aiutare Dora a osservare cosa la tiene legata a quella sofferenza, perché accetta quei comportamenti che vive quotidianamente nella relazione. Quali sono le dinamiche interiori che la portano a tollerare questa relazione tossica? Gli attacchi di panico, infatti, rappresentano probabilmente anche dei segnali di allarme, un meccanismo di difesa del suo corpo e della sua mente, che la stanno implorando a prendersi cura di sé.
Con questo esempio voglio sottolineare che per trasformare il dolore dobbiamo fermarci, ascoltare, sentire ed osservare quello che stiamo vivendo. Sono passi che inizialmente amplificano il dolore, sì, possono amplificarlo all’inizio, ma sono necessari per poterlo superare.
Ora, immaginiamo che dopo anni di sofferenza e di questa relazione non sana, Dora riesca finalmente a lasciare Luca. Tuttavia, dentro di sé continua a portare rabbia per com’è stata trattata, tradita, umiliata, e quindi inizia a non fidarsi più degli uomini. Non ha altre relazioni per paura, non si sente adeguata. Questo significa che anche se ha chiuso quella relazione, il dolore e la sofferenza sono rimasti bloccati dentro di lei, non li ha trasformati, ma li ha trattenuti così a lungo che ora le impediscono di evolvere, di andare avanti.
Ed è qui che una pratica come il Tonglen potrebbe essere di grande aiuto. Uso sempre il condizionale, perché non esiste una regola precisa. Adesso vi spiego anche perché. Il Tonglen potrebbe aiutare Dora a liberarsi di quel dolore bloccato, a trasformarlo in qualcosa di più leggero, amorevole. Questa pratica insegna a respirare consapevolmente nel dolore senza combatterlo, senza respingerlo, ma accogliendolo con gentilezza e compassione.
Dora potrebbe quindi iniziare concentrandosi su ciò che prova: rabbia, paura, senso di inadeguatezza, e invece di evitarli, imparerebbe a riconoscerli e poi, così, a lasciarli andare. Nella pratica del Tonglen, durante l’inspirazione, Dora potrebbe immaginare di accogliere dentro di sé tutto il suo dolore e quello che ancora sente per la relazione passata, come fosse un’energia pesante, oscura; quindi, inspirando, farebbe spazio dentro di sé, senza giudizio, per accettare ciò che c’è. E poi, nell’espirazione, immaginerebbe di trasformare quel dolore, espirando luce, calore, amore verso sé stessa, e sarebbe come offrirsi gentilezza e cura, un modo per ridonarsi fiducia, forza.
Questo processo è trasformativo perché non cerca, come avete notato, di spingere via qualcosa, soprattutto il dolore, ma lo abbraccia, lo osserva, lo trasforma, e questo con la pratica, con il tempo. E Dora potrebbe magari cominciare a sentirsi più libera, meno bloccata da quelle emozioni che la paralizzavano; potrebbe scoprire che è possibile amare di nuovo, fidarsi di nuovo, non perché ignora ciò che è accaduto, ma perché ha dato un nuovo significato a quell’esperienza.
Il Tonglen ci insegna quindi che il dolore non è una prigione, è una porta, un passaggio che, se attraversato con consapevolezza e compassione, può condurci verso una maggiore libertà interiore. E questa libertà non è solo per noi stessi, è qui la grande trasformazione, perché praticando il Tonglen impariamo anche a sentirci connessi con gli altri, perché il dolore di Dora non è unico, è il dolore che tante persone provano. Quindi, quando Dora inspira e accoglie il suo dolore, accoglie quello degli altri, e quando ispira amore e compassione, li offre a sé stessa e al mondo. E questo lo possiamo fare anche visualizzando il dolore di qualcun altro che conosciamo.
Ecco perché il Tonglen è così potente: è un atto di trasformazione personale che si riflette anche nell’universo intorno a noi. Detto ciò, proverò a fare comunque una panoramica sulle possibili controindicazioni, se così le vogliamo definire, di questa pratica, perché mi piace essere chiara, mi piace dire a cosa può aiutare, a cosa può servire, tutti i benefici che ne derivano, ma è importante anche mettere in luce e condividere le possibili controindicazioni. Come tutte le pratiche di meditazione, di introspezione, anche il Tonglen può non essere adatto a tutti in ogni momento della vita, e questo capita anche alla meditazione.
Sebbene sia una tecnica profondamente utile, sana, trasformativa, è importante considerare alcune potenziali controindicazioni o precauzioni. Allora, se sei una persona che sta attraversando un periodo di grande instabilità emotiva, come un lutto recente, un trauma non elaborato, una depressione acuta, il Tonglen potrebbe risultare troppo intenso per te in questo momento. Perché? Perché ispirare il dolore, il proprio o quello degli altri, potrebbe far emergere delle emozioni difficili da gestire senza un supporto adeguato. Quindi, in questi casi, è meglio praticarlo, se volete provarlo, sotto la guida di un insegnante esperto o accompagnarlo con un supporto terapeutico.
Per chi ha già una predisposizione a prendersi il peso del mondo sulle spalle, o a sentirsi spesso responsabile per il dolore altrui, questa pratica potrebbe rafforzare questa tendenza. Quindi è essenziale che la pratica sia accompagnata da un sano senso di confine personale e dalla comprensione che il Tonglen non significa assorbire, non significa farsi carico del dolore altrui, ma significa trasformare, attraverso la compassione e l’amore.
Alta precauzione: se sei una persona che ha vissuto dei traumi significativi e non ha ancora avviato un processo di elaborazione, il Tonglen potrebbe essere troppo diretto e respirare nel dolore, senza una base di sicurezza e di stabilità interiore, potrebbe riattivare delle vecchie ferite. Alta precauzione: praticare questa tecnica senza una conoscenza adeguata, senza una preparazione mentale, può portare a differenti intendimenti. Ad esempio, alcune persone potrebbero interpretare la pratica come sopportare il dolore degli altri piuttosto che trasformarlo, quindi una buona introduzione, magari attraverso un insegnante, un testo, è fondamentale.
Inoltre, per chi soffre di attacchi di panico, di forte ansia, il respiro consapevole, specialmente quando focalizzato su sensazioni difficili, potrebbe inizialmente amplificare l’ansia. In questi casi, può essere utile praticare tecniche di grounding, di radicamento, o di mindfulness, di consapevolezza del momento presente, del corpo, prima di avvicinarsi al Tonglen.
Vi ho fatto spaventare con queste precauzioni? Spero proprio di no. Però è importante essere chiari, è importante dire quando una pratica può essere fatta o quando è meglio aspettare un pochino, perché non vuol dire che non si può praticare mai, ma magari se vi trovate in uno di questi momenti che ho menzionato, aspettate, fate altre tecniche, poi magari quando vi sentirete più tranquilli potrete provare il Tonglen. Questa chiarezza è importante per comprendere che non tutto ciò che è naturale o legato alla mente fa bene in ogni momento della nostra vita a tutti allo stesso modo.
Nel mio lavoro incontro tante persone che dopo meditazioni intense, dopo regressioni a vite passate, fatte con operatori, magari a volte anche non con un certo tipo di esperienza o qualificati, hanno sperimentato episodi psicotici o sintomi come allucinazioni, pensieri deliranti. Altri, a volte anche dopo tecniche sciamaniche come ad esempio il recupero dell’anima o altre indagini sciamaniche, si sono trovati a fare i conti con un’ansia amplificata, con un senso di confusione interiore, con un senso di invasione. Ma perché succede tutto questo? Perché è fondamentale capire il nostro stato interiore, il momento della vita in cui ci troviamo, quando iniziamo un percorso, e allora solo qualcuno di qualificato, quindi un maestro, un insegnante, un terapeuta esperto di questi discorsi, può valutare con sicurezza se una pratica è adatta per noi in quel preciso periodo.
Anche se una tecnica è naturale, è sana, è basata sulla mente, potrebbe non essere indicata in una fase di vulnerabilità emotiva o psicologica. Io non voglio fare terrorismo psicologico, ma il contrario, cioè vi sto chiedendo di fare quello che vi fa stare bene, quello che volete fare adatto al momento in cui vi trovate. E quindi vi invito a riflettere, chiedete sempre consiglio, parlate con il vostro insegnante, con il vostro terapeuta, spiegate loro come vi sentite in quel momento lì, quali sono le vostre necessità, perché non c’è nulla di cui vergognarsi nel condividere i propri stati mentali, le proprie paure, i propri dubbi, e soprattutto nel cercare un percorso che rispetti il momento che state vivendo.
Ricordate, ogni pratica ha il suo tempo; se una tecnica non è adatta a voi ora, non significa che non lo sarà in futuro. La cosa importante è ascoltarsi e avere fiducia nel fatto che esistono sempre delle alternative. Non abbiate paura di essere onesti con voi stessi e con chi vi guida.
E dopo essere stata chiara sulle grandi qualità di questa pratica del Tonglen e anche sulle possibili controindicazioni, vi darò un esempio di come praticare. Questa tecnica può sembrare controintuitiva all’inizio perché ci insegna ad entrare in contatto con il dolore anziché evitarlo; può sembrare un po’ strano, perché noi tendenzialmente cerchiamo di evitare il dolore per provare pace, serenità, piacere, ma questo ci permette di aprirci alla connessione profonda con noi stessi.
Allora, per iniziare, trovate un posto tranquillo dove potete sedervi, senza essere disturbati. Sedetevi comodamente, chiudete gli occhi, portate l’attenzione al respiro e concedetevi qualche momento per calmare la mente. Immaginate ora una persona che soffre; potrebbe essere qualcuno che conoscete, una persona cara, ma anche voi stessi, in un momento di difficoltà che state vivendo. Visualizzate questa sofferenza come un’energia scura, densa, che rappresenta il dolore, l’ansia, la paura.
Mentre inspirate, immaginate di prendere dentro di voi quella sofferenza, portatela al vostro cuore con la consapevolezza che il cuore è uno spazio vasto, aperto, pieno di compassione. Il cuore non è sopraffatto dalla sofferenza, quindi può accoglierla con amore e desiderio di trasformarla. Quando espirate, quindi quando buttate l’aria fuori, immaginate di inviare alla persona a cui state pensando, a voi stessi, o alle persone, un’energia luminosa, calda, come una luce dorata che rappresenta amore, pace, sollievo. E sentite che ogni respiro porta a un cambiamento, trasformando il dolore in compassione.
Continuate questo ciclo per un po’ di volte, quindi inspirate il dolore e l’oscurità, espirate amore e luce. Mi raccomando, fatelo con calma, senza sforzo, finché non vi sentite più centrati e connessi. Dopo averlo ripetuto per un po’ di volte, quando vi sentite pronti, potete ampliare questa pratica. Pensate non solo a una persona, ma a tutti coloro che potrebbero trovarsi nella stessa situazione di sofferenza. Quindi, ispirate il dolore collettivo ed espirate amore, speranza e compassione per loro; quindi capite come si espande l’amore e raggiunge l’universo intero.
Vi rinnovo la raccomandazione di provare questa meditazione solo se non vi trovate nelle situazioni che ho menzionato poco fa. Spero che questo episodio vi sia piaciuto. Vi auguro una buona pratica. E per salutarvi voglio condividere con voi un aforisma di Pema Chodron, che è una delle maestre contemporanee che ha scritto molto sul Tonglen, la quale dice: “Quando inspiri, accogli con gentilezza accettazione. Quando espiri, offri sollievo e amore. Questa è la pratica del risveglio del cuore.”
Grazie per aver ascoltato un altro episodio di Dharma e Psicologia. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
