La depressione è un tema complesso e profondo, che tocca non solo la sfera psicologica, ma anche quella spirituale. Comprendere il messaggio che questa condizione porta con sé può rivelarsi fondamentale per chi ne soffre. Non si tratta solo di affrontare i sintomi, ma di esplorare le radici di una sofferenza che spesso si manifesta in modi criptici e dolorosi.
In questo contesto, è importante considerare la depressione non solo come un disturbo da curare, ma come un’opportunità per riflettere su se stessi e sul proprio percorso di vita. La sofferenza può diventare un catalizzatore per la crescita personale, se affrontata con la giusta consapevolezza e apertura.
- Il messaggio spirituale e simbolico della depressione.
- La diagnosi e i sintomi della depressione secondo il DSM 5.
- Le diverse evoluzioni della sofferenza: discendente, circolare e ascendente.
- Il ruolo del terapeuta e l’importanza del linguaggio nella terapia.
- La relazione tra depressione e ricerca interiore.
- La vacuità come potenzialità generativa nella meditazione.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e psicologia. Avete mai conosciuto qualcuno che ha sofferto o soffre di depressione? Avete mai cercato in Internet i sintomi di questa malattia per capire se state vivendo una fase depressiva? Quello che mi interessa come psicologa e studiosa della mente non è solo la diagnosi e la cura, che sono molto importanti, ovviamente, ma mi interessa tanto anche decifrare il messaggio spirituale, simbolico, metaforico, che la depressione, in questo caso, sta portando a chi ne soffre.
Ovviamente parlo di qualcosa che noi non riusciamo a comprendere o a vedere immediatamente, e così quando si soffre a causa di questo disturbo psicologico, l’unico desiderio è quello di tornare a vivere al più presto possibile, con serenità. Ma nonostante ciò, è anche importante realizzare cosa questa sofferenza sta comunicando, attraverso una sintomatologia forte, dolorosa, criptica.
Che cos’è la depressione? Andiamo a vedere dal punto di vista medico e psicologico. La depressione è un disturbo mentale, caratterizzato da sentimenti persistenti di tristezza, disperazione, perdita di interesse per le attività che magari un tempo erano piacevolissime. La depressione può influire sulla salute mentale, fisica e sociale di una persona, e può portare a una ridotta qualità della vita.
Alcuni dei sintomi comuni della depressione includono sentimenti di tristezza, ansia o vuoto interiore, sensazioni di stanchezza, affaticamento, mancanza di energia, difficoltà a prendere decisioni o concentrarsi, problemi di sonno, come l’insonnia o il sonno eccessivo, cambiamenti dell’appetito e del peso, sentimenti di colpa, inutilità, disperazione, persino pensieri di morte o di suicidio.
La depressione può essere causata da una varietà di fattori, tra cui problemi genetici, biologici, ambientali e psicologici. È una malattia che può essere trattata, molto spesso con successo, con una combinazione di farmaci, psicoterapia e cambiamenti dello stile di vita.
Il DSM 5, ovvero il Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali della Quinta Edizione, pubblicato dall’Associazione Psichiatrica Americana, definisce la depressione come un disturbo dell’umore, caratterizzato da una tristezza persistente e una perdita di interesse e piacere nelle attività solitamente apprezzate. Per una diagnosi di depressione, secondo il DSM 5, una persona deve avere almeno 5 dei seguenti sintomi, inclusi almeno uno dei primi due, per almeno due settimane, e in grado di interferire significativamente nella vita quotidiana:
1. Umore depresso per gran parte della giornata, quasi ogni giorno.
2. Diminuzione del piacere o dell’interesse per quasi tutte le attività, quasi ogni giorno.
3. Perdita o guadagno di peso insignificativo senza una dieta.
4. Difficoltà di addormentarsi o di rimanere addormentati o dormire troppo.
5. Agitazione o rallentamento psicomotorio evidente.
6. Affaticamento o perdita di energia quasi ogni giorno.
7. Sentimenti di inutilità o colpa eccessiva o inappropriata quasi ogni giorno.
8. Difficoltà di pensiero, concentrazione o indecisione quasi ogni giorno.
9. Pensieri ricorrenti di morte o suicidio, ideazione suicida senza un piano specifico o un tentativo di suicidio o un piano specifico per il suicidio.
Per una diagnosi di depressione maggiore, i sintomi devono causare un disagio significativo, quindi devono interferire con il funzionamento quotidiano della persona. Ma, a mio parere, considerare l’uomo solo come una macchina che deve funzionare bene, che deve essere aggiustata lungo il corso della vita per eliminare gli intoppi che arrivano, è un po’ riduttivo.
Si può ritenere che aiutare un individuo psicologicamente significa aiutarlo ad accettare e a metabolizzare le frustrazioni, i lutti piccoli o grandi di cui l’esistenza è cosparsa. Di fronte a una frustrazione o a un evento negativo ci sono tre evoluzioni possibili: l’evoluzione discendente, cioè affondare nella depressione e nei rimpianti; l’evoluzione circolare, in cui si cerca un nuovo oggetto che sostituisca il precedente, in qualche modo un paio di stampelle per impiazzare quelle perdute, ed è questo che fa spontaneamente la maggior parte della gente, e che poi la maggior parte degli psicologi consiglia. Certo, questa reazione è preferibile, ovviamente, a quella che finisce nella depressione pura e semplice.
La terza evoluzione, invece, è quella ascendente, cioè accettare il lutto come tale, guardare il vuoto creato come una finestra che si apre sull’assoluto, non cercare stampelle o tappabuchi, e riuscire a trasformare la voragine nera della depressione in vacuità luminosa di liberazione. Con liberazione intendo liberazione da una dipendenza, grande o piccola che sia. D’altronde, il miglior trampolino per trovare la felicità dentro di sé è il sentimento di frustrazione, è una spina che, seppur dolorosa, però incita e fa evolvere di continuo.
Cercare di aiutare la persona sofferente, restando nella forma dualistica, proverà difficoltà per la sua evoluzione. Chi studia le tradizioni spirituali, soprattutto orientali, sa di cosa parlo. Il dolore causato dalla nostra mente duale, anche se sembra corrispondere a certe apparenze, rappresenta in realtà un ostacolo all’evoluzione interiore. Un bravo terapeuta o il saggio possono essere in grado di tirar fuori da un quadro psichico disastroso elementi positivi che sapranno mettere in valore, a dispetto di tutto e di tutti, per incoraggiare il paziente.
Quindi, in questo campo impreciso e plasmabile che è lo psichismo, un bicchiere mezzo vuoto è realmente il contrario di un bicchiere mezzo pieno. A mio parere, i terapeuti dovrebbero sorvegliare il loro linguaggio anche in ciò che dicono a se stessi, a proposito dei pazienti. Altrimenti, anche se sono pieni di buona volontà, rischiano di essere nocivi e di confermare ai pazienti stessi, anche inconsciamente, che hanno una patologia fissata e fissa che li limita, e che probabilmente potrebbe non evolvere, trasformarsi, migliorare.
Ovviamente questo è solo il mio punto di vista, ci tengo a precisarlo, e la mia esperienza, che mi ha portato a conoscere il dolore, sia personalmente che come terapeuta, e dopo aver conosciuto centinaia di persone sofferenti, ho rivalutato, ho scoperto e trasformato molte delle mie opinioni, sia scientifiche che spirituali.
Vi racconto una storia. I Sufi raccontano una storia che mostra l’interesse di sapere qualche volta sotterrare certi problemi, e questo è contrario al metodo psicoterapeutico abituale. Un uomo vecchio e ricco aveva sposato una donna bella e giovane. Dopo qualche anno di una vita di coppia senza problemi, uno dei servitori del vecchio uomo lo venne a trovare e gli disse: “Non so perché, ma diverse volte tua moglie ha rifiutato di darmi la chiave del grande baule che c’è nella camera da letto, mentre stavo lì per mettere ordine. Non sto insinuando niente. Volevo giusto informarti.”
Il vecchio va a trovare sua moglie. Invece di rispondere alle sue domande, quest’ultima scoppia in un pianto e dice: “Credi nelle insinuazioni del servitore! Come puoi pensare che nascondo un amante nel grande baule della camera? Non hai fiducia in me! Vai a vedere da te!” E mette nelle sue mani le chiavi del baule. Dopo una lunga riflessione, il vecchio uomo va a seppellire il baule in fondo al giardino con l’aiuto dei suoi servitori. Da quel giorno è sempre stato in buoni rapporti con sua moglie, e non hanno mai più parlato di questa storia.
Questa storia non sta a indicare che non dobbiamo scoprire o guardare in faccia ciò che ci fa soffrire, anzi! Ma a volte, riflettendoci, potrebbe essere anche terapeutico lasciar semplicemente andare, senza attaccamento, ciò che alimenta dolore e ossessioni, quindi senza ossessive indagini, ansiose ricerche, rabbiose convinzioni, che ci fanno solamente tanto male e non ci fanno passare oltre. Delle volte sono, la maggior parte delle volte, più le convinzioni che ci fanno soffrire, che una realtà vissuta.
Quindi, tornando alla depressione, che è un disturbo mentale serio, che richiede attenzione medica e una terapia adeguata per migliorare la salute mentale e fisica. Ricordo che, se soffrite di depressione, o se conoscete qualcuno che ne soffre, cercate aiuto professionale. Ci sono molte opzioni di trattamento disponibili, come la psicoterapia e la farmacologia, insieme, ancora meglio, che possono aiutare a gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita.
Di cosa sto parlando oggi? Oggi sto solo aggiungendo un altro punto di vista, che è quello che faccio nella mia vita, professionale e personale, e che condivido qui, in Dharma e Psicologia. È un altro punto di vista, quello spirituale, che può aiutare a gestire meglio gli incontri con lo psichiatra, con lo psicoterapeuta, e a gestire meglio anche le tante medicine che a volte si arrivano a prendere, anche per lunghissimi anni.
Quindi, guardando con un altro sguardo, attraverso gli occhi dell’anima, potrebbe la depressione essere una forma di riequilibrio, non proprio corretto, purtroppo, ma un equilibrio di ritrovare il proprio centro e il contatto con la propria anima, con la propria interiorità o energia? Ad esempio, l’insonnia del mattino del depresso malinconico, invece di essere soffocata con farmaci, potrebbe essere accompagnata nella sua ritmicità? Alcuni studiosi hanno scoperto che dare la possibilità alla persona che soffre di insonnia di andare a dormire molto presto, a svegliarsi durante la notte, ha aiutato a ritrovare un ritmo che ha migliorato poi proprio l’insonnia.
Un altro esempio è l’inibizione psicomotoria, che la persona depressa sperimenta, cioè l’assenza di voglia, l’assenza di energia, l’assenza di forza per fare anche le cose più semplici. Questo spaventa ed è combattuto, giudicato! Ma se invece la guardassimo con uno sguardo più accogliente, come la manifestazione del desiderio di ritirarsi, di riposare, da una vita forse troppo frenetica, o che richiede orari non adatti a noi, o un lavoro che non ci piace più… Cioè, vederla come un riflesso dell’organismo di riparare chi vive questa condizione da un estremo stress continuo.
Così come il fiore ha il suo ritmo, si apre e si chiude, anche il corpo ha il suo ritmo, si addormenta e si sveglia, anche la psiche ha il suo ritmo, alterna fasi naturalmente di interiorizzazione e di esteriorizzazione. Nelle depressioni dovute a conflitti intrapsichici, si può considerare che il soggetto è male e non sufficientemente interiorizzato, non riesce, cioè, a raggiungere le zone profonde del suo essere, scendendo al di sotto delle tempeste di superficie. E per chi pratica surf, sa bene quanto sono alte le onde in superficie. Dubita pure che tali zone possano esistere. E questa è la sua malattia. A volte anche la visione di alcuni medici della società, e spessissimo della famiglia, che chiedono all’individuo di funzionare bene continuamente nel reale esteriore, non aiuta.
Gaston Bachelard diceva: “Un essere privato della funzione dell’irreale, in altri termini irreale interiore, è nevrotico quanto un essere privato della funzione del reale.” La chiusura del malinconico in sé stesso, il fermarsi e rimanere immobile, potrebbe essere un’inconscia ricerca di fermezza interiore, di pace mentale, che permette di zittire la propria aggressività? Forse questa ricerca di pacificazione interna avviene troppo tardi, o superficialmente, senza nessuno sguardo clinico che possa adeguatamente edificarlo.
Nella persona depressa, il vuoto è terrore, assenza, solitudine, disperazione, malattia. In una persona che medita, il vuoto è vacuità, vuoto creativo, uno spazio dove tutto può accadere, è potenzialità generativa. Quindi lo sbaglio del depresso, se così si può dire sbaglio, non è di cercare il riposo del vuoto, ma di ricercarlo ad esclusione di tutto il resto, e di credere che l’ha trovato, mentre la sua mente sta ancora rimuginando idee morbose, perde di vista la verità convenzionale del mondo, e di lì la sua sofferenza.
Il grande meditatore Saggio Nagarjuna diceva: “Il Dharma, insegnato da tutti i Buddha, è proprio fondato su due verità. La verità convenzionale del mondo è la suprema ed ultima verità.” Nella persona depressa, la morte è fine, distruzione, non esistenza. Nel filosofo e nello yogi è liberazione. Nello zen si raccomanda di vedere la vita dal fondo della propria bara. Quando si facevano domande sulla morte a Nisargadatta Maharaj, qualche mese prima del suo decesso, rispondeva: “Non vi parlerei così se non fossi già morto.” Ma questa morte dell’ego fa molta paura.
In un’altra occasione, Maharaj aveva evocato l’idea di liberazione in questa vita stessa, e un visitatore aveva esclamato: “Mai come la morte?” “È la morte!” rispose Maharaj. Quindi, quando si è realmente liberati dall’angoscia della morte, e solo i grandi saggi e i grandi santi lo sono, si è liberati da tutte le altre angosce. L’angoscia di morte è la più potente angoscia che noi abbiamo, a livello proprio di natura, di mente duale. E quando non si ha più niente da perdere, non si può essere che vincente.
La mistica hindù, che si tratti della via della devozione, o della via della conoscenza e la felicità, ananda. Tuttavia, la distruzione del mentale, ma non ascia, non è trascurata, perché è indispensabile per l’instaurazione di una felicità stabile. L’aridità spirituale non aiuta, neanche nelle malattie e nelle difficoltà. La ricerca interiore è un grande strumento di conoscenza e di liberazione dalla nostra gabbia duale.
Come un bambino che impara a reagire tranquillamente all’allontanamento della madre, così è importante allenarsi alla spiritualità. Si potrebbe esprimere questa cura spirituale dicendo, in termini psicologici, che si deve introiettare il buon oggetto, che non è più la madre fisica. Ad esempio, in India la chiamano, la identificano con il guru, la madre divina. Quindi, quando si diventa capaci di, tra virgolette, allucinare la madre, ritrovare la madre in uno spazio spirituale, si ha in mano la migliore arma che ci sia per superare proprio la posizione depressiva.
I buddhisti credono nell’assoluto che chiamano a volte tata, gata, garba, cioè la matrice, il garba, di colui che è stato, gata, al di là, tata, cioè matrice del buddha. Questa immagine della matrice conferma questo concetto della vacuità, vuoto, che abbiamo evocato prima, cioè contenitore di potenzialità. È una medicina per liberarsi dalla radice delle perturbazioni. Per esempio, chi sa meditare può annullare un’emozione parassita vedendola come vuota dall’inizio. Non è più intrappolato dai fenomeni ai quali accorda una realtà relativa, ma non inerente.
Quindi, in questo segue la giusta via di mezzo, ma di amica. Nagarjuna diceva: “La vacuità è stata insegnata come un rimedio per sbarazzarsi di tutti i punti di vista filosofici, ma in realtà quelli che si aggrappano alla vacuità sono incurabili.” Non si tratta dunque di nichilismo, si tratta di indicare il fatto che l’assoluto non può che essere evocato e non raggiunto dai discorsi della ragione. E in questa scuola, quindi la scuola ma di amica di Nagarjuna, troviamo correlazione con la sorella Vedanta e la madre dello Shan e dello Zen.
Spero che questo podcast vi sia piaciuto e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
