La parola ha un potere straordinario, capace di influenzare profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. In questo contesto, si esplora l’efficacia della parola sia nella psicologia occidentale che nel buddismo, due discipline che, pur partendo da presupposti diversi, riconoscono l’importanza cruciale del linguaggio nel processo di cura e trasformazione personale.
Attraverso un’analisi delle funzioni del linguaggio e dei suoi poteri terapeutici, si delinea un percorso che invita a riflettere su come le parole possano essere strumenti di cambiamento, in grado di liberare l’individuo dalla sofferenza e di promuovere una maggiore consapevolezza di sé.
- Il potere della parola nella psicologia e nel buddismo.
- Funzioni del linguaggio: espressiva, evocativa, rappresentativa e intraindividuale.
- La distinzione tra parola vuota e parola piena.
- Il ruolo del terapeuta nella valorizzazione della parola.
- Il concetto di retta parola nel buddismo e le sue implicazioni.
- Riflessioni sulla consapevolezza e l’uso delle parole nella vita quotidiana.
Trascrizione
Buongiorno, bentornati al podcast di Dharma e Psicologia. Oggi affrontiamo un argomento a me molto caro, ovvero l’efficacia della parola in psicologia occidentale e nel buddismo. Le parole hanno un grandissimo potere, hanno il potere di cambiare quello che pensiamo e soprattutto hanno la meravigliosa capacità di dare sollievo e serenità o anche dolore e ambivalenza. Oggi parleremo dell’importanza della parola.
In psicologia, le funzioni del linguaggio sono quattro. C’è la funzione espressiva, che è un mezzo che segnala gli stati d’animo e quindi condivide le intenzioni all’altro, all’ascoltatore. Poi c’è la funzione evocativa, che serve ad influenzare il ricevente. Pensiamo ad esempio al pianto del neonato, ecco, quello è un linguaggio evocativo. L’altra funzione è quella rappresentativa, che è un mezzo di comunicazione del pensiero astratto, che serve ad informare su eventi lontani sia nel tempo che nello spazio. E poi c’è l’ultimo, la funzione intraindividuale, che è quella che serve per pensare meglio, per controllare il comportamento, per avere un libero scambio di informazioni.
In psicologia, la parola è fondamentale e adesso vi spiegherò il perché scendendo nei dettagli. Lo psicoanalista Lacan è stato il primo a collegare proprio la psicoanalisi al linguaggio. Uno dei suoi celebri aforismi che spiegano questo collegamento è: l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Quindi pensiamo che la materia del lavoro analitico è appunto la parola. Ovviamente non abbiamo dovuto attendere la scoperta della psicoanalisi, perché l’importanza della parola, lo sappiamo, deriva da molto lontano. Sia le religioni che la medicina lo hanno sempre detto: la parola cura.
In psicoterapia, quindi in psicoanalisi, il terapeuta si serve del potere della parola per curare. Ricordo la differenza tra psicologo e psichiatra: lo psichiatra, come medico, può assegnare medicinali, mentre lo psicologo non è medico, è uno psicologo che poi si specializza anche in psicoterapia o in psicoanalisi e utilizza la parola. È importante capire che la parola che si usa in psicoterapia non ha proprietà particolari; non si usano parole diverse o differenti, è la parola che usiamo ogni giorno, è la parola che ha di per sé il normale potere della parola, perché la parola ha potere, lo racchiude.
Andiamo a vedere meglio quali sono i poteri che la parola ha. Il primo potere della parola, ad esempio, consiste nel fatto che di per sé esige già una risposta. Fateci caso: quando parlate con il vostro interlocutore, non c’è parola che non abbia una domanda all’interno, quindi c’è già una domanda indirizzata all’altro e questo fa sorgere lo scambio comunicativo tra chi parla e l’interlocutore. La parola è proprio alla base della relazione intersoggettiva.
Un altro potere terapeutico della parola è definito nella differenza sostanziale tra parola vuota e parola piena. Anche in questo caso, Lacan ha parlato tanto di questa divisione. La parola piena è solo quest’ultima che è in grado di produrre effettivamente una trasformazione. Perché? Perché la parola vuota, già il nome stesso, vuota di per sé, non rappresenta altro che la chiacchiera, il lamento, lo sfogo fine a se stesso, oppure quando sfoggiamo la nostra cultura giusto per parlare. È un parlare senza spessore e non c’è in questa parola vuota l’autenticità del soggetto. Ogni volta che ci lamentiamo, ogni volta che chiacchieriamo, ogni volta che facciamo gossip, è parola vuota.
Quando il terapeuta deve fare breccia nell’inconscio, e quindi per fare breccia nelle difese neurotiche, la parola deve avvenire dall’inconscio, deve avere una presenza e deve avere una sua verità. Deve sgorgare non da una fonte narcisistica o da un amor proprio, ma deve sgorgare dall’inconscio. Quindi il terapeuta chi è? È colui che lavora e si opera per custodire la preziosità della parola. Il terapeuta diventa, attraverso lo strumento della parola, un alleato dell’inconscio più che dell’io del soggetto.
Quando andiamo in terapia da un terapeuta, il terapeuta cosa fa? A lui non interessa l’immagine del paziente, non interessano le sue proprietà, non interessano le sue sfortune, perché il terapeuta va oltre l’apparenza. Si sintonizza sulla frequenza della voce del paziente, dell’autenticità delle parole, della singolarità. Io vi confermo, poiché lavoro come psicoterapeuta, che questo lavoro sembra un lavoro. Molte volte, quando qualcuno chiama per prendere un appuntamento, si dice: vorrei fare due chiacchiere. Ecco, la chiacchiera è un’attività, è un lavoro. La chiacchiera è parola vuota; il terapeuta in psicoterapia, in psicoanalisi, lavora sulla parola piena. Non è un chiacchierare, ma è un andare a scandagliare proprio la vastità dell’inconscio e dei vissuti della persona.
Il terapeuta, quando incontra il paziente attraverso la parola, facilita l’incontro da parte del suo paziente con se stesso, quindi con gli angoli più nascosti del suo essere. Questo permette di accedere a un cambiamento che rompe gli schemi di comportamento ripetitivi. Quando si parla, attraverso l’uso e la vita della parola piena, vengono rivissuti nel qui ed ora, quindi nel momento presente della relazione terapeutica, i processi individuali ed evolutivi della persona. Tale rivivere può produrre effetti molto potenti. Grazie anche all’aiuto del terapeuta, il soggetto non rimane estraneo a ciò che dice, ma entra in contatto con il reale, percepisce la vibrazione della parola che utilizza e quindi ne viene colpito. Non parla tanto per parlare, ma sente il riconoscimento di ciò che dice. Attraverso questo percorso, grazie alla parola e alla presenza e all’alleanza terapeutica, qualcosa piano piano può cambiare.
Ci si stacca lentamente da quell’immobilismo che non porta alla guarigione, alla trasformazione. Perché le guarigioni non arrivano rapidamente? È la richiesta che tutti fanno quando iniziano un percorso: quanto tempo ci vuole? L’inconscio si apre e si chiude in un modo molto delicato, è come un battito di cuore. I cambiamenti profondi e dolorosi non possono avvenire ad alta velocità; non sarebbero reali. Con pazienza, perseveranza e presenza nella parola piena, nella verità di se stessi, le problematiche che affliggono la persona, il paziente e il terapeuta vengono piano piano ridotte. Ciò che aumenta è la capacità di fare conti con ciò che è restato immodificabile, che potrebbe anche rimanere tale, andando poi a muoversi da un altro punto di vista.
Questo è un po’ in generale il discorso che si affronta nella psicologia occidentale. È il parallelismo che vorrei fare con il buddismo e riprendere, secondo la psicologia buddista, l’importanza dell’uso della parola. Andremo a vedere come in realtà sono solo due modi diversi di descriverlo e di parlarne, ma hanno molto in comune. Secondo il buddismo, ad esempio, l’unica via per liberarsi dalla sofferenza e raggiungere quindi la felicità o la salute mentale sussiste nel comprendere la vera natura della realtà, cioè che tutto è vacuo. Ho parlato un po’ della vacuità nel primo podcast. La vacuità è il vuoto di esistenza intrinseca. La comprensione di tutto ciò, secondo il buddismo, è possibile attraverso l’ottuplice sentiero, un sentiero di otto passi che consente di raggiungere lo stato del Buddha, quindi uno stato illuminato.
L’ottuplice sentiero ci libera dai nostri cinque veleni mentali, in cui si radica ogni forma di male e di dolore. I cinque veleni mentali sono l’odio, l’attaccamento, l’invidia, l’orgoglio e il dubbio. Se ci riflettete un po’, sono quelle emozioni che spesso proviamo nella vita quotidiana. Molte volte in terapia, ci ritrovo a parlare di quanto l’odio, l’attaccamento, l’invidia, l’orgoglio e il dubbio provocano sofferenza in ognuno di noi.
Nell’ottuplice sentiero ci sono otto dimensioni che portano e compongono il sentiero: retta visione, retto mezzo di sussistenza, retto sforzo, retta consapevolezza e retta concentrazione. Oggi mi soffermo sulla retta parola, visto che il discorso è appunto l’efficacia della parola. L’ottuplice sentiero è la pratica che un buddista deve eseguire per accumulare energia positiva. Questa energia positiva permette alla saggezza di rafforzarsi, di realizzarsi, quindi di raggiungere il pieno delle nostre potenzialità e contemporaneamente aiuta a bruciare l’energia karmica negativa, quegli aspetti che non sono validi nel proprio continuo mentale. L’ottuplice sentiero è un vero e proprio training mentale e in questo caso la retta parola è l’argomento di oggi.
Scendendo più nel dettaglio, che cos’è la retta parola secondo il buddismo? Quando ci asteniamo dal mentire e quindi usiamo una retta parola, quando non lo facciamo, quando non mentiamo, quando non calunniamo, quando non parliamo aspramente di cose futili, questa è la retta parola. L’uso deviante della parola produce un karma negativo e quindi rilascia scorie energetiche, scorie psicologiche che contribuiscono ad oscurare la nostra mente. Dietro a una parola malevola vi è un pensiero negativo, perché questo poi porta ad un atteggiamento mentale scorretto originato da un difetto mentale.
Concentrandoci sulla retta parola, vediamo che ci sono quattro tipi ed è molto interessante andare a vedere come il buddismo riesce a spiegare nei minimi dettagli ciò che la nostra mente e il nostro vivere quasi in automatico fanno. Senza rendercene conto, ci riporta su questa retta via. I quattro tipi di retta parola sono: astensione dalla parola falsa, astensione dalla parola divisiva, astensione dalla parola aspra e astensione dalla parola oziosa.
Andiamo a vedere questi punti per chiarire meglio il discorso. L’astensione dalla parola falsa è importante. Dicendo la verità, si diventa devoti. Nel momento in cui parlo e dico la verità, divento devoto della verità e di conseguenza divento anche meritevole di fiducia. Le persone sperimentano la mia verità e considerano la mia presenza, la mia amicizia, la relazione con me in un modo positivo. Il Buddha descrive l’astensione dalla parola falsa in questo modo: dire il vero mette in armonia il nostro atteggiamento interiore con la vera natura dei fenomeni, consentendo alla saggezza di sorgere e sondare la verità delle cose. Più ancora che un principio etico, la devozione alla parola verace si fonda sull’essere radicati nella realtà invece che nell’illusione, nella verità afferrata con la saggezza invece che nelle fantasie ordite dal desiderio. Queste parole del Buddha spiegano chiaramente cosa vuol dire astenersi dalla parola falsa.
Passiamo all’astensione dalla parola divisiva. Anche in questo caso voglio usare le parole del Buddha, perché chi meglio di lui riesce a spiegare il significato? Ecco, uno evita la parola divisiva e si astiene da essa. Ciò che ha udito qui non ripete là per causare discordia. Ciò che ha udito là non ripete qui per causare discordia. Così rende concordi coloro che sono divisi e incoraggia coloro che sono già concordi. La concordia lo rallegra, nella concordia si diletta e con la parola egli diffonde concordia. Spiegazione chiarissima e anche chiaro il concetto di che cos’è la parola divisiva.
La prossima astensione è quella dalla parola aspra. Uno evita la parola aspra e si astiene da essa. Egli dice parole cortesi, piacevoli a udirsi, amabili, parole che giungono al cuore, dilettevoli, amichevoli e piacevoli a tutti. Il linguaggio aspro, il linguaggio ingiurioso, radica nell’ira e intende provocare dolore in chi ascolta. Responsabile della parola aspra è l’avversione che si manifesta come ira e arrabbia. L’antidoto giusto è la pazienza. Sopportare biasimo e critiche, simpatizzare con i difetti altrui, rispettare la diversità di vedute, sopportare le ingiurie senza sentirsi in dovere di replicare per rappresaglia. Il Buddha consiglia la pazienza anche nelle prove più dure. In queste parole c’è veramente un manuale. Se solo seguissimo queste poche parole che ho appena letto, dette dal Buddha, avremmo già un bel percorso fatto. Ricordo l’importanza di astenersi dalla parola aspra.
Successivamente abbiamo l’astensione dalla parola oziosa. Il Buddha dice: uno evita le parole oziose e si astiene da esse. Egli parla al momento giusto, in accordo coi fatti, parla di cose salutari, parla del Dharma, l’insegnamento buddista, e della disciplina. Le sue parole sono un prezioso tesoro pronunciate al momento giusto, ragionevoli, misurate e assennate. Cosa è la parola oziosa? È il discorso vuoto. Sono le chiacchiere vane, il cicaleccio superficiale. Sono parole che non comunicano niente, che non hanno significato. Ci ricordiamo del discorso che ho fatto all’inizio sulla parola vuota secondo la psicologia occidentale. Sono parole che ottengono soltanto il risultato di agitare ed eccitare senza costrutto la propria mente e la mente degli altri.
Cosa posso consigliare e cosa faccio io nel mio percorso individuale? Vi consiglio di provare ad osservare le parole che usate, le parole che pensate e che poi comunicate all’altro. Iniziate a dare maggiore consapevolezza alla potenza della vostra parola e quindi a tutta la potenza che portate quando comunicate agli altri qualcosa.
Per chiudere, vi leggo un pensiero tratto dal libro di Gianrico Carofiglio, “La manomissione delle parole” del 2010, che dice: “Mi ha sempre affascinato l’idea che le parole, cariche di significato e dunque di forza, nascondono in sé un potere diverso e superiore rispetto all’altro. È un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi e raccontare storie. L’idea cioè che abbiano il potere di produrre trasformazioni che possano essere letteralmente lo strumento per cambiare il mondo.”
Vi ringrazio per aver ascoltato e possano tutti gli esseri dell’universo essere felici.
