La figura storica e spirituale del Buddha continua a influenzare profondamente la nostra comprensione della sofferenza e della vita. Conosciuto come Siddhartha Gautama, il Buddha ha tracciato un cammino che invita a riflettere sulla condizione umana, sull’attaccamento e sulla ricerca della liberazione. La sua eredità, che si esprime attraverso le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero, offre strumenti per affrontare le sfide esistenziali.
La meditazione e la disciplina sono centrali in questo percorso, che non è solo spirituale ma anche psicologico. La connessione con il cuore e l’unione con gli altri sono aspetti fondamentali per comprendere la nostra interdipendenza con l’universo. In questo contesto, il buddismo si presenta non solo come una religione, ma come una filosofia che invita a esplorare la mente e la sofferenza in modo profondo e scientifico.
- La vita e l’illuminazione del Buddha: un percorso di sofferenza e liberazione.
- Le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero come guida per la cessazione della sofferenza.
- Il buddismo come filosofia e studio della mente, non solo come religione.
- Il ruolo della meditazione e della disciplina nel percorso spirituale.
- La connessione interdipendente tra tutti gli esseri e l’universo.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo podcast di Dharma e Psicologia. Chi non conosce la figura storica e spirituale del Buddha? Ormai se ne parla in tantissimi contesti, si usa anche nel linguaggio comune, nelle pubblicità, sui magazine. Ovviamente, quando lo si usa, si sta probabilmente parlando di filosofia, di spiritualità o di religione.
Ho il grande onore di presentarvi questo filosofo, mistico e ascete indiano, che ha cambiato la visione della sofferenza degli uomini e del mondo. Alcune ricerche collocano la sua nascita tra il 566 e il 486 a.C. Altri studi spostano questa data a due secoli più tardi. Pensate, ancora prima della venuta di un altro grande mistico, ovvero Gesù.
L’appellativo di Buddha vuol dire colui che si è risvegliato o colui che ha raggiunto l’illuminazione, il nirvana. Egli è esistito e ha cambiato la visione del mondo, ha cambiato la visione della sofferenza, non senza aver vissuto fasi in cui ha toccato con mano il dolore, la separazione e la morte.
Durante i miei viaggi in India, sono andata a visitare Bodh Gaya, che è il luogo in cui il Buddha ha raggiunto l’illuminazione. Mi sono seduta sotto l’albero di Banano, il cui antenato era l’albero che accolse il Buddha nel suo risveglio. Ero emozionatissima, e il cuore mi batteva fortissimo. Sentivo una sensazione di calma che mi pervadeva tutta. Ho chiuso gli occhi e sono stata a meditare per un po’, e ho provato ad immaginare questo lungo percorso che Siddhartha ha voluto affrontare per arrivare a diventare il Buddha.
Mentre ero in questo stato meditativo, una foglia dell’albero mi cade sul volto. È stata un po’ come una carezza, e quella foglia l’ho portata con me e la tengo come buon auspicio, e soprattutto per ricordarmi dell’impegno che ci devo mettere in questa preziosa rinascita umana per utilizzarla al meglio.
Vediamo un po’ chi è il Buddha. Si chiamava Siddhartha Gautama, conosciuto anche come Buddha Sakyamuni, appartenente alla famiglia di Sakhya, che vuol dire Asceti. È nato a Lumbini l’otto aprile del 566 a.C. ed è morto a Kushinagar il 486 a.C. Nacque da una famiglia ricca; il padre è il Raja Suddhodana, ovvero il re di uno degli stati dell’India del nord, e la madre era Maya. Si sa poco della madre, soprattutto perché dopo una settimana dal parto muore. Si prenderà cura di lui Prajapati, che era la seconda moglie del padre.
Siddhartha conduce una vita negli agi; immaginate come sarebbe vivere in un palazzo dove potete avere tutto quello che volete. Suo padre già immaginava un grande regno con lui a capo e cercava di tutelarlo il più possibile dal conoscere il mondo, perché un astrologo, alla nascita del piccolo, gli fece una predizione, e gli disse che Siddhartha avrebbe abbandonato il regno. Quindi il padre lo chiuse in questo magico regno dove non poteva vedere né dolore né malattia, ma solo bellezza e vita.
A sedici anni sposa la cugina Yashodhara, dalla quale ha un marchietto, Raula. La vita continua felicemente fino all’età di ventinove anni del Buddha, il quale decide di visitare il suo regno fuori dalle mura. E da lì tutto cambiò. Trovò una realtà che non avrebbe mai immaginato: povertà, sofferenza, malattia, vecchiaia e morte.
Una sensazione nuova trovò Siddhartha quando uscì dalle porte del regno, alla quale non era mai stato esposto, perché non aveva mai visto la sofferenza, la malattia, la morte. Non era mai stato esposto a queste realtà, e da quel momento decide di spogliarsi di ogni ricchezza. Qui ricordiamo anche la storia di alcuni nostri santi della tradizione cristiana. Quindi lasciò tutto, figlio e moglie compresi.
Gira sei anni alla ricerca di maestri che gli indicano la via dell’immortalità dell’anima. Prova ogni sorta di rinuncia, persino al cibo. E perché fa questo? Per arrivare a scoprire il nirvana, cioè la liberazione dal ciclo delle rinascite. Ma ad un certo punto, dopo tutte queste rinunce anche estreme, comprese la via di mezzo, ovvero, se la corda di uno strumento è troppo tesa, si spezza. Da lì capisce che l’estrema rinuncia non è la via che conduce alla liberazione, e dopo anni di meditazione raggiunge il pari nirvana, la totale estinzione delle rinascite, la liberazione.
Il Buddha muore all’età di ottant’anni, e il suo corpo fu avvolto da cinquecento pezzi di cotone, poi venne lasciato per sette giorni in una vasca piena di olio, e successivamente cremato. Le sue ceneri furono divise in tutto l’impero Maurya per venerarlo.
Cosa ci lascia il Buddha in eredità? Ci lascia la possibilità di uscire dalla sofferenza attraverso un sentiero che chiama le quattro nobili verità. Le quattro nobili verità dicono:
- Verità numero uno: Esiste la sofferenza, e pertanto posso comprenderla.
- Verità numero due: La sofferenza ha un’origine, il desiderio, e pertanto devo lasciare andare quest’ultimo.
- Verità numero tre: Esiste una cessazione della sofferenza, ed io posso attuarla.
- Verità numero quattro: Esiste un sentiero che porta a questa cessazione, io devo trovarlo.
In questo sentiero, denominato l’ottuplice sentiero, ci sono quindi otto regole, otto verità che portano poi a questa cessazione.
Perché il buddismo è considerato più una filosofia che una religione? Spesso le confessioni teistiche, che credono in un Dio, considerano il buddismo una religione atea, oppure non lo ritengono affatto una religione, lo considerano una filosofia o una psicologia, perché il buddismo non parte da una posizione teistica. Non c’è nessun Dio nel buddismo, non trae le proprie radici da una posizione metafisica o dottrinale, ma dall’esperienza comune a tutta l’umanità di qualsiasi religione, cioè l’esperienza della sofferenza. Tutti possono seguire i suoi studi sulla mente e sulla sofferenza, e lascio un’apertura di cuore e di accettazione che mi hanno sempre colpita. È stato quello che mi ha fatto avvicinare a questo percorso meraviglioso che è il buddismo.
Col tempo si sono create diverse scuole al suo interno. Le più conosciute sono quelle Teravada, Mahayana e Vajrayana. Uno dei testi più conosciuti è il Sutra dell’Oto, che fu l’ultimo insegnamento lasciato dal Buddha stesso. L’affermazione più importante di tutto questo libro è che la Buddhità può essere raggiunta da tutti gli esseri senzienti, poiché è già dentro di noi. Questo è stato il messaggio chiaro che ci ha lasciato il Buddha, e lo ripeto perché è importantissimo: la Buddhità può essere raggiunta da tutti gli esseri senzienti, poiché è già dentro di noi.
Anche la persona che manifesta le emozioni più dolorose, come rabbia, odio e gelosia, ha dentro di sé il seme della Buddhità, se vuole coltivarlo, ovviamente. Quando meditiamo sulla vera natura universale, qualcosa nella nostra mente cambia. Riusciamo a provare una maggiore connessione con tutti gli esseri viventi, sperimentando saggezza, coraggio, compassione. Inoltre, sperimentando un sentimento di crescente unione con l’universo, svanisce quel senso di isolamento che ci portiamo sempre dentro, svanisce l’alienazione esistenziale che provoca sofferenza, e quindi diminuisce il nostro attaccamento al piccolo io egoistico, alle differenze, e si sviluppa sempre più la consapevolezza dei profondi legami reciproci con tutte le altre forme di vita.
Troppo bello per essere vero? Devo ammettere che per arrivare ad iniziare solamente questo percorso c’è bisogno di tanta disciplina. Questo percorso non lo intendo solo in termini buddhisti, ma qualsiasi tipo di percorso spirituale e religioso in genere. Anche, uscendo dalla spiritualità e dalla religione, anche un percorso terapeutico è un percorso che ha bisogno di tanta pazienza, di tanta disciplina. Questo è quello che io dico sempre alle persone che vengono in terapia da me: se andate di fretta, non è questo il vostro luogo. La fretta non ci deve essere; è un percorso che si fa passo dopo passo e ha bisogno di impegno e di forza.
Connettersi al cuore, all’amore, all’unione, al rispetto con gli altri, ma soprattutto con se stessi, non è veloce. Quando qualcuno vi dice che in un mese, in due mesi, andrà benissimo, cambierà tutto, proverete amore, unione, dubitate, perché non è reale. Questo processo richiede tempo e disciplina. Dopo aver ricevuto insegnamenti e iniziazioni dai grandi lama tibetani, e aver incontrato anche il Dalai Lama in persona, ho avuto sempre più chiaro nella mia mente e nel mio cuore cosa vuol dire appunto forza e disciplina per seguire questo sentiero di liberazione lasciato in eredità a tutti noi dal compassionevole Buddha.
Il buddismo è uno studio quasi scientifico della mente; riesce a spiegare cose incredibili, ma ha bisogno di tanto studio e costanza come tutte le cose che aprono la porta a nuove dimensioni spirituali. Oggigiorno, la famosa mindfulness, altro non è che la meditazione nelle forme spirituali che conosciamo, quindi come ad esempio anche il buddismo. Le neuroscienze hanno iniziato ad interessarsi tantissimo a questa nuova disciplina filosofica, e quindi ci sono tanti studi adesso. Ecco perché la mindfulness è arrivata anche a entrare nelle scuole di specializzazione di psicoterapia, ma è semplicemente l’antica tecnica meditativa.
L’insegnamento che mi guida ogni giorno, e che il Buddha mi rinnova quotidianamente dentro, è che tutto l’universo è collegato e correlato in una rete di interdipendenza. Battiato cantava: «Tutto l’universo obbedisce all’amore». Grande ricercatore spirituale, ricordiamo Battiato, ha fatto anche varie interviste ai lama, ai maestri tibetani, parlando appunto di questi argomenti. Su YouTube trovate anche un suo documentario fatto proprio in Ladakh, in India.
Stiamo connessi non solo ad altri esseri umani, ma anche agli animali, alla natura, a tutto l’universo. La sofferenza è dovuta all’egoismo di aggrapparsi alla vita e alle sue passioni, desideri. L’attaccamento crea ignoranza, l’ignoranza crea sofferenza. Scrive Daisaku Ikeda: «La Buddhità è la gioia delle gioie». Nascita, vecchiaia, malattia e morte cessano di essere sofferenze, diventando parte della gioia di vivere. La luce della saggezza illumina l’intero universo, respingendo l’innata oscurità della vita. Lo spazio vitale del Buddha si unisce e si fonde con l’universo. Il nostro io diventa l’universo stesso. In un singolo istante, il flusso vitale si espande fino ad abbracciare tutto ciò che è passato e tutto ciò che sarà in futuro. In ogni momento del presente, l’eterna forza vitale dell’universo si riversa come una gigantesca fonte di energia.
Spero vi sia piaciuto questo podcast di Dharma e Psicologia, e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
