Il percorso spirituale è un viaggio che ci porta a esplorare diverse tradizioni e pratiche, ognuna con le proprie radici e significati. L’arte divinatoria, in particolare, si presenta come un aspetto affascinante e complesso del buddismo, che merita di essere approfondito. Attraverso la lente della filosofia buddista, possiamo scoprire come la divinazione si intrecci con il concetto di interdipendenza e come le pratiche rituali possano influenzare i risultati.
In questo contesto, l’uso del Mo e delle divinità associate offre un’opportunità unica per riflettere su come le scelte quotidiane possano essere guidate da una connessione più profonda con il sacro. La divinazione non è solo un mezzo per ottenere risposte, ma un modo per rafforzare la nostra pratica spirituale e la nostra comprensione del mondo interconnesso.
- Il significato e l’origine dell’arte divinatoria nel buddismo.
- Il concetto di interdipendenza e il suo ruolo nella divinazione.
- Le pratiche rituali associate alla divinazione e il loro impatto.
- I diversi metodi divinatori: mala, specchio e dado.
- Il Mo e le divinità coinvolte nella pratica divinatoria.
Trascrizione
Buongiorno e bentornati ad un nuovo podcast di Dharma Talks Italian. Podcast di Dharma e Psicologia. Durante il mio percorso spirituale ho incontrato vari maestri di diverse correnti, sia religiose che spirituali. Come ben sapete, se avete ascoltato il mio primo podcast, vi presento Dharma e Psicologia, saprete del mio interesse e del mio studio con i maestri e i lama tibetani.
La filosofia buddista è una scienza, a mio parere, ma è anche accompagnata da radici sciamaniche, che derivano da molto lontano. L’arte di cui vi parlerò oggi ha origini antiche e non interessa solo il Buddismo; vi parlerò dell’arte divinatoria. Ho scoperto che la pratica della divinazione non era sopportata dal Buddhanisutra, e quindi nel Buddismo antico, ed era addirittura vietata ai monaci. Oggi, però, molti monaci di tradizione Theravada continuano tale pratica, nonostante il divieto del Buddha. È vietata soprattutto se questa pratica diventa fonte di guadagno e mezzo di sostentamento, non corretto secondo l’etica buddista.
Tuttavia, questo divieto non è contemplato nel Tantra; anzi, il Tantra è basato su pratiche magiche di vario tipo. Il Buddismo tibetano ne fa largo uso, poiché, appunto, basato sul Tantra, è anche perché la religione Bon, prebuddista, è imperniata di caratteri sciamanici e quindi utilizza anche pratiche divinatorie. Nel mondo moderno buddista, tale attività è tuttora in voga. Le persone, ad esempio, chiedono di ricevere un’adebinazione per sapere qual è il giorno migliore per sposarsi, per questioni di business, o anche per altre situazioni di vita personale. Ma non solo, vengono richiesti consulti in caso di malattia, o anche per affrontare un lungo viaggio, cioè se conviene farlo, in quale giorno, se da soli, se con amuleti da portare con sé durante il viaggio.
L’oracolo utilizzato e conosciuto dai monaci e dai buddisti di cui vi parlo oggi è il Mo. Ma come si spiega questa grande considerazione ai Mo, così chiamati in tibetano, e come avviene un’adebinazione? Il pensiero ontologico del buddismo si basa sul concetto di interdipendenza, in tibetano si dice tendrel, e cioè che tutti i fenomeni sono interdipendenti, ovvero connessi. Quindi anche un risponso divinatorio può essere attendibile, soprattutto se accompagnato da rituali e da recitazioni di mantra specifici.
Mi spiego meglio. Ad ogni pratica divinatoria è associata una divinità. Quindi la divinazione consiglierà al consultante quale pratica fare, a quale divinità rivolgersi e quale mantra recitare. Per questo la divinazione dipenderà anche dalla pratica e dalla connessione con la divinità che si crea. Più una persona è connessa alla divinità, e più il risponso divinatorio sarà affidabile. Poiché la base del concetto filosofico è l’interdipendenza, la recitazione del mantra dell’interdipendenza viene spesso utilizzata per rafforzare la pratica e la connessione con le divinità.
Il mantra dell’interdipendenza è questo: OM YE DHARMA HETU PRABHAVA HETUM TESHAM TATTAGATO YAVADAT TESHAM CAYO NIRODAY VAM VADIMASHA RAMANA SVA. Che vuol dire? Tutti i Dharma hanno origine da cause. Il Tattagata ha insegnato queste cause, e anche ciò che pone fine a queste cause. Anche questo è stato insegnato dal grande sciamano.
Torniamo ai nostri Mo. Le divinità più importanti relative alla divinazione sono Manjushri, che è il Buddha della conoscenza, Palden Lamo e Dorje Yudronma, ma ci sono anche altre divinità, con i relativi mantra, che vanno recitati per acquisire i poteri, ovvero i siddhi, e per avere una divinazione corretta. Durante i ritiri si recita il mantra almeno un milione di volte, e se avete letto qualcosa al riguardo, anche guardato alcuni film sulla reincarnazione, secondo il buddismo, o anche ascoltato qualche mio podcast, saprete sicuramente che, anche per riconoscere le reincarnazioni dei lama, importanti e reincarnati, ovvero denominati tulku, i reincarnati, si usano appunto queste e anche altre modalità divinatorie.
I metodi divinatori buddhisti sono suddivisi in tre modalità: il metodo con la mala, il metodo con lo specchio e il metodo con il dado. La mala è il rosario che si usa per recitare i mantra o le preghiere, ed è costituito da centottograni. Dopo aver recitato il mantra relativo ad una specifica divinità, si prendono due semi a caso, poi si avvicinano le dita saltando tre semi alla volta, fino a quando tra le dita non resta o un seme, o due semi, o tre semi. Il responso di un seme è chiamato falco, che è di buon auspicio. Il risponso di due semi è chiamato corvo, che è di cattivo auspicio, mentre quello di tre semi è chiamato leone di neve, che ha un significato neutro.
L’altro metodo è quello fatto con lo specchio. Lo specchio è chiamato in tibetano melong, ed è di tradizione sciamanica, utilizzato dalle comunità mongole, ma anche cinesi. La divinità di questo metodo è solitamente Dorje Yudroma, una divinità protettrice del Tibet. Nella tradizione è raffigurata con una freccia di cinque colori in una mano e uno specchio argentato nell’altra. Dopo aver purificato il melong, cioè lo specchio, dopo aver invocato la divinità, si guarda nello specchio aspettando che nella visione sorgano delle immagini, la cui interpretazione poi costituirà una risposta al quesito posto.
Come potete ben notare, quest’arte divinatoria è molto difficile, quindi sono pochi lama che la praticano, e solitamente per questa pratica si utilizzano dei bambini vergini di non più di quindici anni. L’ultimo metodo, che è quello di cui ci occupiamo oggi, è l’arte divinatoria de Mo con l’utilizzo del dado. Ogni faccia di questo dado, che troverete all’interno del libro, ha delle silabe seme. Prima di iniziare si recitano preghiere ai tre gioielli, al Buddha Manjushri, utilizzando il mantra dell’interdipendenza e della divinità successivamente. Finita la preghiera e la recitazione del mantra, si soffia sul dado e lo si lancia. La faccia che esce è associata ad una serie di significati, positivi o negativi.
Il libro ufficiale dal quale si può imparare il metodo e ricevere le divinazioni è quello pubblicato da Mipham Rinpoche in lingua italiana. Vi leggo la descrizione in copertina. Basato in primo luogo sul Kalachakra Tantra e sulle spiegazioni supplementari dall’Oceano delle Dakini e da altri testi, questo manuale di divinazione del mantra, Arapazana Di, fu composto da Jamgon Mipham, un grande santo ed erudito della tradizione Nyingmapa. La traduzione dal tibetano ha ricevuto il beneplacito di Sakyat Rinzin, che scrive nella prefazione.
Il Mo ha due funzioni primarie. In primo luogo, si tratta di un sistema che ci consente di vedere più chiaramente in una situazione o in un evento. In secondo luogo, se lo usiamo per gli altri animati dalla giusta motivazione, cioè dare in modo non egoistico, secondo l’esempio di molti grandi maestri tibetani, questo sistema rinforza la nostra pratica del sentiero del Bodhisattva. Il libro apre con la prefazione del santissimo Sakyat Rinzin, che è uno dei più qualificati maestri del lignaggio del buddismo tibetano, e rinomato per la sua erudizione e per la chiarezza dei suoi insegnamenti. E sul libro scrive, a prima pagina, l’analisi di ciò che dovrebbe essere accettato e di ciò che dovrebbe essere abbandonato, di ciò che è buono e cattivo, basandosi sul re de’ mantra, noto come la parola del compassionevole Manjushri. Spero che questo podcast vi sia piaciuto, che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
