Il tema dell’archetipo del guaritore ferito offre una profonda riflessione sulle dinamiche tra sofferenza e guarigione. Questo concetto, radicato nella psicologia di Carl Jung e nella mitologia greca, ci invita a considerare come le esperienze di dolore possano trasformarsi in strumenti di empatia e connessione con gli altri.
La figura del guaritore ferito non è solo un simbolo di resilienza, ma rappresenta anche la vulnerabilità umana che accomuna tutti noi. Attraverso la narrazione di storie e miti, si esplora come il dolore possa diventare un ponte per comprendere e supportare chi si trova in difficoltà, rivelando così la bellezza della nostra interconnessione.
- Il significato e l’origine dell’archetipo del guaritore ferito.
- Il legame tra sofferenza personale e capacità di guarire gli altri.
- Il ruolo degli psicologi e dei professionisti della salute mentale nella gestione del dolore.
- La vulnerabilità come elemento di connessione nelle relazioni di aiuto.
- Il paradosso dell’immagine dello psicologo e la sua umanità.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo podcast di Dharma e Psicologia. Oggi affronterò il tema dell’archetipo del guaritore ferito.
Prima di tutto spieghiamo cos’è un archetipo. La parola archetipo deriva dal greco ed è composta da arche, cioè inizio, principio originario, e typos, modello, marchio esemplare. Nel suo significato più generale è un modello, è una forma, è una matrice di un concetto. Quindi oggi parleremo appunto del concetto del guaritore ferito, che è ripreso spesso, soprattutto nelle professioni della relazione di aiuto.
Il concetto di guaritore ferito è stato descritto per la prima volta nel campo moderno della psicologia da Carl Jung, che lo ha usato per descrivere gli psicoanalisti che avevano scelto di entrare nella pratica clinica a causa delle proprie ferite psicologiche. Tuttavia, l’idea risale ai tempi dell’antica Grecia. Nella mitologia greca si narra che il dio Chirone era il più saggio dei centauri. Fu ferito da una freccia di Eracle con la punta del sangue dell’idra. A causa del sangue dell’idra, la ferita dolorosa non sarebbe mai guarita. Poiché Chirone era un dio immortale, la ferita non lo avrebbe ucciso, ma gli avrebbe inferto dolori lancinanti in eterno. Quindi vagava per la terra, guarendo gli altri, ma soffrendo per la sua ferita.
Zeus, per compassione, lo salvò, permettendogli di donare la propria immortalità a Prometeo e liberarlo così da questo dolore eterno. Prima della sua morte, però, Chirone avviò un percorso di consapevolezza del suo dolore fisico e della propria sofferenza psicologica. Cercare senza sosta un rimedio efficace lo portò quindi ad entrare in contatto con erbe e rimedi, che lasciò agli altri affinché potessero risolvere i propri problemi. Dopo la morte, Chirone fu successivamente trasformato in una stella, e la stella Chirone rappresenta il guaritore ferito in astrologia.
È una bellissima spiegazione e la mitologia greca ci aiuta tantissimo in questa comprensione. Il mito greco è utilizzato spesso anche in psicologia, così come abbiamo visto oggi. Platone ha descritto l’idea di guaritore ferito in medicina e ha scritto che i medici più abili sono quelli che hanno sofferto di malattia. Quindi, l’idea del guaritore ferito esiste anche in molteplici contesti culturali e spirituali, incluso lo sciamanesimo.
Infatti, vari antropologi che hanno studiato questo fenomeno culturale e sociale, cioè appunto dello sciamanesimo, hanno visto che gli sciamani sono coloro che ricevono la chiamata sciamanica dopo una grave malattia, fisica o psichica, o entrambe. Una volta guariti grazie all’aiuto degli spiriti alleati, gli sciamani, o meglio queste persone scelte, riescono a diventare loro stessi dei guaritori grazie al lungo processo di guarigione vissuto solo sulla propria pelle e diventano ufficialmente per la loro comunità il guaritore, quindi lo sciamano.
Il concetto di guaritore ferito è stato ampliato per applicarsi non solo agli psicoterapeuti, ma anche ad altre forme di guaritori, inclusi i medici e gli infermieri. Può aiutare a unire, a creare un ponte di connessione tra i professionisti e i pazienti, per stare quindi in una relazione e per creare insieme qualcosa di meglio.
Sono state svolte anche delle ricerche in ambito sanitario ed è stato riscontrato che gli infermieri che avevano avuto fasi di depressione hanno descritto la loro malattia come un beneficio per la loro pratica infermieristica in vari modi, tra cui per l’85% una migliore comprensione, per il 78% migliore empatia e per il 60% compassione.
La maggior parte della letteratura esistente sui medici di salute mentale che hanno una malattia mentale si è concentrata sul potere del ruolo del guaritore ferito, con i medici che hanno identificato questo loro processo utile per l’empatia e l’efficacia del loro lavoro a causa proprio della loro malattia. E quindi spesso c’è una concezione distorta che lo psicologo o lo psicoterapeuta siano figure professionali che, poiché aiutano gli altri a superare disturbi e malattie mentali, siano esenti dalle angosce della vita, dalla rabbia, da reazioni umane, da momenti di sconfitta e depressione. È un po’ come chiedere al cardiologo di non avere problemi al cuore, al medico di non fumare, alla ginecologa di non avere problemi ginecologici. C’è un po’ questo paradosso attorno all’immagine dello psicologo.
Infatti, qualche giorno fa ho incontrato una persona che conosco da poco, quindi è una conoscente, non è una paziente, non è un’amica, la quale iniziò a parlarmi dicendomi che non riusciva ancora a riprendersi dalla morte di sua madre. Quando nella conversazione le condivisi una difficoltà che ho attraversato anch’io in un momento della mia vita, dovuto a un’elaborazione, lei mi rispose: “Ma dai, anche tu? Anche voi psicologi state male?” Devo dire la verità, mi ha fatto molta tenerezza questa sua esternazione e mi ha riportato a pensare al concetto del guaritore ferito che iniziai a studiare il primo anno di psicologia. Quindi eccomi qui oggi a parlare di questo archetipo molto interessante.
Tutti i temi che tratto sono esperienze che vivo ogni giorno con un paziente, nella mia vita privata, nella mia vita di ricercatrice spirituale. Quindi quello che condivido è perché lo vivo e questo è un argomento in particolar modo che ho vissuto e che vivo ogni giorno.
A partire dagli anni ’80 c’è stato un crescente interesse per la vita personale degli psicoterapeuti. C’è un mito che contiene del vero, cioè che gli psicoterapeuti siano persone emotivamente disturbate e che è ciò che li attrae a fare proprio il lavoro che fanno. Mi è stato detto spesso anche questo, mi viene detto spesso: “Tu sei una psicologa, allora sei quella che sta peggio dei tuoi pazienti.” C’è del vero, può contenere del vero, ma da psicologa posso confermare che anche gli psicoterapeuti sono persone. Non è che lo psicoterapeuta sia quello che sta peggio; lo psicoterapeuta è in realtà prima di tutto una persona e, come tale, vive tutte le fasi, gli alti, i bassi, i processi di elaborazione, come tutti del resto.
La grande differenza qual è? Tra un operatore della salute mentale, quindi in questo caso uno psicologo, e una persona che fa un altro tipo di lavoro, la grande differenza è cosa ne facciamo del dolore che ci arriva. Allora lo psicologo, per lavoro, per passione, per ricerca, dovrebbe, uso il condizionale perché non posso parlare per tutti, io parlo per me, elaborare il dolore in un modo più consapevole, quindi senza fuggire, senza nascondersi, senza rimuovere le difficoltà che sta vivendo. Quindi lo studio, la consapevolezza, le tecniche apprese, la ricerca personale, l’aiuto di un supervisore rendono lo psicologo come, vi do questa immagine che mi arriva, come un giocoliere del dolore. Immaginate che le palline siano i problemi della vita e lo psicologo è il circense che, con molto lavoro, disciplina ogni giorno, amplifica la sua abilità a contenere e trasformare quel dolore in qualcosa di creativo, in qualcosa di utile, non solo per se stesso, ma anche per gli altri. Ecco che poi riesce ad insegnare a chi soffre come diventare il giocoliere della propria vita.
Questa immagine, ovviamente, è del tutto personale, quindi potreste incontrare un altro psicologo al quale non piace e che ve ne darà un’altra che si avvicina di più alla sua metafora del guaritore ferito. Questa è la mia e devo dire che mi piace tanto e mi sento proprio dentro questa metafora del giocoliere.
Ho conosciuto un certo numero di colleghi che erano stati profondamente feriti nelle loro vite. Anzi, non dimenticherò mai una psicoterapeuta conosciuta durante i miei primi anni di università, la quale conduceva dei gruppi nel reparto di psichiatria e lavorava con persone che avevano malattie mentali serie. Venne a sapere che durante i suoi anni di adolescenza lei tentò il suicidio. Quindi, a distanza di anni, io ricordo ancora questa donna e questa terapeuta molto brava. Questa cosa mi colpì veramente tanto e lo porto sempre con me questo ricordo per non dimenticare la mia vulnerabilità e la mia parte umana che non sparirà, ma anzi mi aiuta giorno dopo giorno a trovare quel contatto con la persona, con il paziente, per tessere la tela dell’alleanza terapeutica.
Nessuno deve vergognarsi della propria fragilità, perché la ferita è un’altra metafora della nostra umanità. Non è un segreto da nascondere o di cui chiedere scusa. Eppure, per alcuni psicoterapeuti, può diventare quasi un segreto da tenere nascosto, qualcosa di cui chiedere scusa, di dimenticarsi rapidamente a favore di un rapido ritorno alla vita normale. Probabilmente questo succede nei primi anni, quando si è ancora inesperti. È capitato a tutti, insomma, è normale avere delle fasi di passaggio da quando si inizia a studiare psicologia a quando poi si hanno tanti anni di esperienza.
Quindi, per concludere, voglio ricordare a tutti quelli che mi stanno ascoltando oggi, psicologi e non, di non vergognarsi delle proprie fragilità, di non vergognarsi dei momenti di crollo. Perché? Perché è umano, perché è naturale, così com’è naturale rialzarsi e ricominciare. Questo processo aiuta ad entrare in relazione con gli altri. Anche se il tuo lavoro non è quello da psicologo, comunque ti aiuterà ad entrare in relazione con gli altri. Poiché siamo persone che vivono di relazione, ti aiuterà a vivere e a stare in relazione con tutti quelli che incontri, quindi con amici, con il tuo compagno, la tua compagna, i tuoi figli.
Il guaritore ferito, psicologo in questo caso, riesce a sintonizzarsi sulla sofferenza dei pazienti senza esserne sopraffatto, ma riuscendo a dare strumenti per la gestione e la trasformazione. Quindi un buon psicologo è terapeuta e paziente al tempo stesso: terapeuta dei suoi pazienti e paziente del suo supervisore, perché noi andiamo dai nostri supervisori. Questa metafora aiuterà, faccio un gioco di parole, ad aiutare i nostri pazienti a trovare il proprio guaritore ferito.
Grazie per aver ascoltato un altro podcast di Dharma in Psicologia e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
