Il concetto di nome spirituale è un tema affascinante che attraversa diverse tradizioni religiose e culturali. Questo nome, spesso ricevuto in contesti di iniziazione o cerimonie, rappresenta una nuova identità e una connessione profonda con la propria pratica spirituale. La sua importanza va oltre il semplice atto di riceverlo; esso diventa un simbolo di impegno e crescita personale.
In questo contesto, esploriamo come il nome spirituale possa influenzare il cammino di un individuo, fungendo da guida e promemoria delle aspirazioni spirituali. Attraverso esperienze personali e riflessioni, si delinea un percorso che invita a considerare il significato profondo di un nome e il suo potere trasformativo.
- Il significato e l’importanza del nome spirituale nelle tradizioni religiose.
- Il processo di ricezione di un nome spirituale e le cerimonie associate.
- Il ruolo del maestro spirituale nella scelta del nome.
- La connessione tra nome spirituale e identità personale.
- La distinzione tra nome di nascita e nome spirituale nel buddismo.
- Il nome spirituale come simbolo di impegno e crescita personale.
Trascrizione
Bentornati a un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi parliamo di come ricevere un nome spirituale e a che cosa serve. Vediamo un po’ più da vicino che cos’è il nome spirituale. È un nome che una persona adotta o riceve in un contesto religioso o spirituale e serve per rappresentare una nuova identità, una connessione più profonda con la propria fede o la propria pratica spirituale. Questo nome può essere utilizzato al posto del nome di nascita, durante cerimonie religiose, rituali, meditazioni o preghiere, quindi durante qualsiasi pratica spirituale.
I nomi spirituali sono particolarmente comuni in alcune tradizioni religiose e culturali. Ad esempio, nella tradizione cristiana, alcuni individui scelgono di ricevere un nome spirituale durante il battesimo o la cresima. Nelle tradizioni spirituali hindù, buddhiste e sikh, i praticanti possono ricevere un nome spirituale durante una cerimonia di iniziazione o di ordine.
Chi conosce Yogi Bhajan saprà che è il fondatore del Kundalini Yoga in Occidente e leader spirituale. Lui attribuiva grande importanza al nome spirituale, che chiamava Sikh name o spiritual name nei suoi insegnamenti. Credeva che il nome spirituale fosse un regalo che ricevi quando ti avvicini alla pratica del Kundalini Yoga e che rappresentasse la propria identità spirituale e il proprio destino. Affermava infatti che il nome spirituale è una vibrazione specifica che ha un impatto positivo sulla vita e sul proprio cammino spirituale.
Yogi Bhajan spiegava che il nome spirituale era dato in base all’astrologia vedica e alle energie spirituali dell’individuo. Secondo la sua filosofia, il nome spirituale aiuta a rafforzare la connessione tra il praticante e la sua vera natura spirituale, facilitando così la crescita e le evoluzioni personali.
Io, come esperta di Kundalini Yoga, ho anche ricevuto il nome spirituale dalla tradizione del Kundalini Yoga, ma oggi sono qui per parlarvi del mio nome spirituale datomi dal mio maestro. Nella tradizione buddista, i nomi spirituali possono avere un significato speciale, ma in questo caso non sono così centrali come in altre tradizioni spirituali, dove le persone cambiano il proprio nome e iniziano a utilizzare proprio quel nome spirituale dato dal maestro. Nei contesti buddisti, il nome con cui una persona viene identificata nella vita quotidiana è mantenuto, mentre il nome spirituale può essere aggiunto o cambiato solo se un individuo decide di abbracciare una vita monastica o una pratica spirituale molto impegnativa. Altrimenti, resta il nome dato dalla famiglia.
Nei monasteri buddisti, i monaci e le monache possono ricevere un nuovo nome monastico durante la loro ordinazione. In quel caso, loro utilizzeranno la maggior parte delle volte proprio il nome spirituale, che rappresenta la loro nuova identità spirituale e il loro nuovo impegno nella pratica buddista. Tuttavia, il nome di nascita non viene necessariamente abbandonato; è comune che i monaci mantengano il loro nome di nascita nella vita monastica, utilizzando il nome monastico in contesti ufficiali o rituali.
Nei riti di iniziazione buddisti, come l’ordinazione o l’ottenimento di una nuova posizione spirituale, un individuo può ricevere un nome spirituale aggiuntivo. Questo nome può essere scelto dal maestro spirituale o da un anziano del monastero e spesso ha un significato simbolico. In generale, mentre il nome spirituale può avere un ruolo significativo nella tradizione buddista, non è necessariamente una pratica diffusa o centrale come in alcune altre tradizioni religiose o spirituali cambiare il nome.
La priorità principale nel buddismo è la pratica spirituale, il cammino verso l’illuminazione, piuttosto che il nome con cui una persona è identificata. Quando una persona prende rifugio nel buddismo, cioè fa un impegno formale di aderire ai gioielli, ovvero Buddha, Dharma e Sangha, può ricevere un nome spirituale come parte di questa cerimonia. Questo nome spirituale è spesso chiamato nome di rifugio o nome buddista e la cerimonia di presa di rifugio è un importante passo nel buddismo, in quanto simboleggia l’impegno di seguire il sentiero buddista e di cercare la guida e la protezione dei tre gioielli.
Il nome di rifugio può essere scelto da un maestro spirituale o da un monaco o monaca che presiede la cerimonia della presa di rifugio. Questo nome rappresenta la nuova identità spirituale del praticante e il suo impegno nel cammino buddista. Spesso, il nome di rifugio ha significati simbolici che richiamano qualità o insegnamenti importanti all’interno del buddismo. Questo è ciò che è accaduto a me e oggi voglio condividere con voi questa mia fantastica esperienza.
Un giorno di tanti anni fa, circa 12-13 anni fa, ero al monastero di Pomaia, al monastero Lama Tsong Khapa. Spesso andavo lì per seguire gli insegnamenti dei maestri, che venivano in visita. Molti maestri di grande valore spirituale venivano a Pomaia e, oltre agli insegnamenti, andavo anche per fare vita di comunità, per trovarmi in un luogo meraviglioso. Chi è andato a Pomaia conosce bene il luogo; la sua posizione infonde una certa calma. Avevo la fortuna di conoscere persone da tutto il mondo che venivano per i corsi o a fare volontariato. Partivo spesso come volontaria e passavo anche le feste lì. Ricordo che la prima volta che sono andata era proprio Natale, quindi sono stata da Natale a Capodanno. Scelsi di fare queste vacanze in un modo diverso, andai da sola a Pomaia per la prima volta e fu un’esperienza molto bella. Andavo anche durante le vacanze estive; ogni volta che potevo prendermi un weekend da lavoro, andavo.
Un giorno, mentre ero lì, arrivò in visita al monastero anche il mio maestro Turcughiazzo, che adesso ha lasciato il corpo. Ho fatto anche un altro episodio che parla di lui. Era residente al centro Evam di Firenze e spesso andava a fare visita anche agli altri monaci. Quello fu un caso per me, perché non sapevo che il mio maestro sarebbe andato lì proprio in quel momento. Lo ritrovai lì. Io seguivo già gli insegnamenti buddhisti dei maestri a Pomaia e con lui era da poco che avevo iniziato a sentire questa connessione, a identificarlo come il mio maestro. Ero andata già alcune volte al centro Evam per avere colloqui con lui, ma nonostante non fosse tanto tempo di conoscenza, in realtà erano tanti anni che leggevo e studiavo la filosofia buddista e tutta la filosofia orientale per conto mio.
Il mio desiderio era prendere rifugio, ma mi sembrava troppo presto; la mia mente almeno diceva questo. Avevo timore di chiederlo al maestro, perché pensavo che avrebbe potuto dirmi che stavo correndo. Feci di tutto per avere un colloquio, perché era una grande fortuna averlo lì. Chiesi di avere questo colloquio e riuscii. Quando mi trovai di fronte a lui, ero lì per fare la mia richiesta, perché volevo chiedergli se era possibile prendere rifugio e dopo quanto tempo si poteva farlo. Rimasi alcuni secondi in silenzio. Ricordo benissimo quel momento, soprattutto quando il maestro mi chiese perché fossi lì. Non parlavo direttamente con lui, perché parlava solo tibetano, quindi c’era un giovane monaco che si occupava di seguirlo e delle traduzioni. In quei secondi, che mi sembravano ore, mi chiedevo cosa fare, se dirlo o meno. Il maestro Turcughiazzo mi guardò e iniziò a parlare. Attesi la traduzione e con stupore mi sentii dire: “Sei venuta per prendere rifugio”. Rimasi a guardarlo con gli occhi spalancati, perché era impossibile che lui sapesse il motivo della mia visita, visto che non ne avevo parlato con nessuno, tanto meno con il monaco che faceva le traduzioni.
Solitamente andavo da lui per salutarlo o per chiedergli consigli di vita e non mi era mai successo che lui mi chiedesse: “Vuoi prendere rifugio?” Ma me lo stava chiedendo in quel momento, mentre io dentro di me lo stavo pensando. Allora presi la palla al balzo e gli chiesi se fosse possibile, poiché mi sentivo ancora così inesperta in quel cammino profondo che era la tradizione e la filosofia buddista. Lui mi disse che mi avrebbe dato rifugio a una condizione. Quella condizione fu una grandissima prova a cui fui posta. Era una cosa molto semplice, ma per me era molto profonda. In quella domanda, riconobbi anche il fatto che lui potesse leggermi dentro profondamente, proprio perché mi chiese una prova che andava a toccare una mia paura molto profonda. Ma di questo magari vi parlerò in un altro episodio; oggi ci concentriamo sul nome spirituale.
Insomma, dopo questa prova molto potente e catartica, che affrontai con tantissima agitazione, ricordo ancora come mi sono sentita. Ma ero profondamente convinta e pronta. Feci quella prova che mi chiese; mi disse di chinare il capo e iniziò a recitare delle parole che avrei dovuto ripetere dopo di lui. Erano in tibetano e capii che mi stava facendo recitare la presa di rifugio. La presa di rifugio nel buddismo è un importante rito di iniziazione che rappresenta l’impegno di una persona a seguire il cammino buddista e cercare protezione e guida nei tre gioielli del buddismo: prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Questa cerimonia è una delle pratiche più fondamentali nel buddismo e segna l’ingresso di una persona nel sentiero buddista.
La presa di rifugio implica una serie di passaggi chiave. Prima di prendere rifugio, il praticante spesso cerca l’istruzione e la guida di un maestro o di un monaco esperto. Questa preparazione aiuta a comprendere meglio i principi e gli insegnamenti del buddismo. Poi avviene la cerimonia, che solitamente è guidata da un maestro spirituale o monaco. Durante la cerimonia, il praticante può recitare i precetti buddhisti e ricevere un nome di rifugio, cioè un nome buddista che rappresenta la sua nuova identità spirituale.
Il momento centrale è che durante questa cerimonia il praticante recita tre volte la formula del rifugio, chiamata Tisarana, che afferma l’impegno di prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Prendo rifugio nel Buddha: questa parte riconosce il Buddha come il maestro, l’illuminato, e il praticante cerca l’ispirazione e guida dal suo esempio. Prendo rifugio nel Dharma: questa parte si riferisce agli insegnamenti del Buddha, quindi il Dharma come guida per il cammino spirituale del praticante. Infine, prendo rifugio nel Sangha: il Sangha rappresenta la comunità buddhista dei praticanti e prendere rifugio nel Sangha significa cercare supporto e ispirazione dagli altri seguaci nel buddhismo. Frequentare persone che sono vicine al tuo livello energetico e vibrazionale, o anche più in alto, aiuta l’evoluzione e la buona pratica.
La presa di rifugio è un impegno personale e spirituale. Una volta completata la cerimonia, il praticante è considerato un buddhista e si impegna a seguire i precetti etici del buddhismo, praticare la meditazione e vivere in modo compassionevole e consapevole. La presa di rifugio può essere un passo importante, perché è un’iniziazione, un’apertura verso la saggezza e l’illuminazione, che sono i concetti basilari nel buddismo.
Al termine della presa di rifugio, il maestro mi diede un nome. Non aspettavo nemmeno questo nome, che ho sentito dal primo momento. Il mio nome spirituale è Nagwang Lamo, a cui seguì la traduzione del monaco, perché volevo sapere cosa significasse. Vuol dire colei che ha il potere della parola. Effettivamente, quel nome lo sentii così nel profondo che mi sentii nuda per la seconda volta di fronte agli occhi del maestro. Ovviamente, il maestro non sapeva il mio lavoro, le mie predisposizioni, le mie passioni; non ne sapeva nulla. Questo nome, Nagwang Lamo, è risuonato per anni dentro di me, considerando che risale a circa 13-14 anni fa. Non l’ho condiviso facilmente; l’ho detto a pochissime persone. Ho cercato di non sviluppare attaccamento a questo nome, perché sentivo dentro di me un forte amore per questo nome e per quello che era accaduto durante la presa di rifugio. Ho preferito lasciare il mio nome spirituale scritto nei miei quaderni per più di dieci anni, condividendolo solo con poche persone. Non volevo realmente stimolare attaccamento ad esso, perché avrei potuto farlo molto facilmente; lo sapevo, lo sentivo, e quindi ho preferito muovermi in questo modo.
Ora, dopo più di dieci anni, mi sento pronta a condividerlo, ad usarlo quando voglio, sperando di aver superato quel seme di attaccamento, anche se forse un pelino c’è sempre. Oggi voglio presentarvi la mia identità spirituale e quindi lo condivido con tutti quelli che mi ascoltano. Voglio aggiungere, dopo aver detto tutto questo, che non è il nome che caratterizza il mio percorso nel Dharma, ma attraverso il nome posso utilizzare le vibrazioni che mi dona affinché la strada del Buddismo continui sempre. È come un faro che mi ricorda dove voglio andare. Quando leggo il mio nome Nagwang Lamo, quando lo ripeto, sento che è un promemoria, mi ridà la strada da percorrere. È una connessione che continuo a sentire anche col mio maestro, perché anche se lui fisicamente non è più qui, questo nome mi ricorda continuamente il buon karma che ho avuto per aver incontrato molti maestri di persona, tra cui il Dalai Lama, e il mio maestro Turcughiazzo, e tantissimi altri.
Oggi, in questo episodio, vi dono una parte della mia esperienza affinché possa essere di ispirazione. Ricordo a chi sta pensando se basta un nome per avviare tutto ciò: il maestro avrebbe potuto chiamarmi anche Camilla, io avrei fatto tutto allo stesso modo. Quel nome ha solo aiutato, e mi aiuta, a ricordare, a risvegliare il mio desiderio verso il cammino che sto compiendo. Ottenere un nome spirituale è un atto simbolico associato a una cerimonia, associato a una presa di rifugio in una tradizione religiosa o spirituale specifica.
Se ti stai chiedendo come si fa a ricevere un nome spirituale, ti elenco i passi generali che potresti seguire se desideri ottenerlo. Prima di tutto, cerca un maestro spirituale o un leader religioso, un’organizzazione spirituale riconosciuta nella tua tradizione di interesse. Una volta trovato questo maestro, potrebbe essere in grado di guidarti attraverso il processo di ottenere un nome spirituale. Puoi parlare con lui o con una guida spirituale sulla tua intenzione di ricevere il nome e lui o loro potranno guidarti attraverso il processo specifico della tua tradizione spirituale, aiutandoti a scegliere il nome appropriato.
Ti ricordo che un nome spirituale in sé stesso non rende automaticamente una persona migliore dal punto di vista morale o spirituale. Un nome spirituale è simbolico e rappresenta un impegno personale verso una pratica o una fede spirituale. La vera crescita spirituale richiede molto di più di un semplice nome; richiede un impegno, una comprensione profonda di principi spirituali, una pratica continua e uno sforzo costante per sviluppare qualità come la compassione, la gentilezza, la saggezza e la consapevolezza.
Un nome spirituale può avere un significato personale simbolico per l’individuo che lo riceve, come nel mio caso. Ma la sua vera importanza risiede nel suo potenziale per ispirare e rafforzare la connessione spirituale che abbiamo dentro, con il mondo, con il maestro. Il nome può servire come un promemoria delle aspirazioni spirituali e dell’impegno personale verso la crescita e l’evoluzione spirituale. È fondamentale comprendere che un nome spirituale è solo uno dei tanti aspetti della pratica spirituale e la vera trasformazione avviene attraverso la riflessione, l’azione e l’esperienza diretta. Il nome spirituale può essere sicuramente un punto di partenza, un simbolo del percorso che stai seguendo, ma la sua vera efficacia dipende dalla sincerità e dall’impegno tuo verso il tuo cammino spirituale.
Nagwang Lamo è il mio nome spirituale. Esso è come una stella che mi guida nel buio, illuminando il sentiero del mio cuore verso la pace interiore e la saggezza eterna. Spero che questo episodio vi sia piaciuto. Che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
