La pratica del Chod, antica e profonda, si radica nel buddismo tibetano e si propone di affrontare l’ego, considerato una costruzione mentale illusoria. Attraverso visualizzazioni e meditazioni, il Chod mira a dissolvere l’attaccamento all’ego e ai fenomeni, permettendo di raggiungere una consapevolezza più profonda e, infine, l’illuminazione.
Questa pratica non è solo un esercizio spirituale, ma un viaggio interiore che richiede una guida esperta e una preparazione adeguata. La sua complessità e la sua potenza la rendono una delle tecniche più significative del buddismo tibetano, capace di trasformare la relazione con le proprie negatività e illusioni.
- La dissoluzione dell’ego come obiettivo spirituale.
- Il Chod e la sua origine nel buddismo tibetano.
- La differenza tra l’ego in psicologia e in buddismo.
- La necessità di una guida esperta per praticare il Chod.
- La trasformazione delle negatività interiori attraverso la pratica.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo episodio di Dharma e Psicologia. Oggi vi parlo di una pratica molto particolare e antica, ovvero il Chod. Il termine Chod si riferisce ad una pratica spirituale del buddismo tibetano che ha come obiettivo la dissoluzione dell’ego e quindi l’ottenimento dell’illuminazione. La parola Chod in lingua tibetana significa tagliare o separare e questa pratica consiste appunto nel tagliare l’attaccamento all’ego, l’attaccamento ai fenomeni, attraverso l’uso di visualizzazioni e di meditazioni.
Questa pratica si basa sulla dottrina buddista della vacuità che sostiene che tutti i fenomeni sono privi di un’essenza intrinseca, cioè sono vuoti di natura propria. Nella pratica del Chod quindi si utilizzano visualizzazioni e rituali che simboleggiano la dissoluzione dell’ego e dei fenomeni, per poter raggiungere un livello di consapevolezza più profondo e superare le proprie limitazioni. Questa pratica richiede una formazione adeguata e un maestro qualificato per essere eseguita correttamente.
L’ego è considerato una costruzione mentale illusoria, cioè come una sorta di falso sé creato dalla mente per giustificare l’idea di una separazione tra sé e gli altri, tra sé e il mondo. Secondo la dottrina buddista, l’ego non ha un’entità permanente e sostanziale, ma è una serie di processi mentali in costante cambiamento. Questa pratica mira a comprendere la natura illusoria dell’ego e a superare l’attaccamento che noi abbiamo nei suoi confronti, attraverso meditazione e osservazione della propria mente.
Quando parlo di dissoluzione dell’ego, non intendo la scomparsa della personalità o dell’individualità, ma piuttosto la liberazione dalla sofferenza e dall’illusione di separazione. È questo che ci fa soffrire. È questo senso di separazione dal mondo, dalla natura, dagli altri, che crea dolore. Questo diviene un processo graduale che richiede una pratica costante di comprensione profonda della natura della realtà. La dissoluzione dell’ego è uno dei principali obiettivi della pratica buddista, liberando l’individuo dalla sofferenza per raggiungere l’illuminazione.
In psicologia, l’ego si riferisce ad una delle tre parti della struttura della personalità proposte dalla teoria psicoanalitica di Sigmund Freud. Freud ha scoperto, dopo anni di osservazione, che l’ego è la parte della personalità che rappresenta la coscienza di sé, il senso di identità, l’abilità di prendere decisioni razionali e di adattarsi all’ambiente esterno. Secondo Freud, l’ego si sviluppa durante la prima infanzia, quando il bambino impara a distinguere tra il sé e il mondo esterno. L’ego funge da mediatore tra le richieste dell’istinto e le esigenze della società, cercando di trovare un equilibrio tra pulsioni e norme sociali.
Nella teoria psicoanalitica, l’ego è considerato uno dei tre elementi della struttura della personalità, insieme all’ess, che è l’istinto primario, e al superior, che rappresenta la coscienza morale e le norme sociali. L’ego è responsabile della regolazione del comportamento, della gestione delle emozioni e della risoluzione dei conflitti tra le diverse parti della personalità. Immaginate l’importanza che ha l’ego. Nel buddismo, la visione diventa più ampia. L’ego è considerato una costruzione mentale illusoria da superare. In psicologia, l’ego è visto come una parte essenziale della personalità, che consente all’individuo di interagire con l’ambiente e di adattarsi alle sfide della vita.
Per superare, dal punto di vista buddista, questa costruzione mentale illusoria, è importante prima strutturarlo e costruirlo. La pratica del Chod è antica e risale alla grande maestra tibetana Machig Labdron, nata nel 1055 e deceduta nel 1149 d.C. È stata una figura importante nel buddismo tibetano perché ha fondato la scuola conosciuta come la via di Machig o la via di Chod. Questa pratica si basa sugli insegnamenti del Parjina Paramita, un testo buddista che affronta la natura della realtà e la vacuità. Machig Labdron ha sviluppato la pratica del Chod come un modo per aiutare gli studenti a superare l’attaccamento all’ego e ai fenomeni, raggiungendo l’illuminazione.
La pratica consiste in visualizzazioni e meditazioni che simboleggiano la dissoluzione dell’ego e dei fenomeni, aiutando a sviluppare la consapevolezza della realtà ultima. La scuola di Machig Labdron ha influenzato profondamente la pratica del buddismo e la sua eredità è molto viva. Questa pratica è diventata una delle tecniche spirituali più importanti del buddismo tibetano, trasmessa attraverso i secoli da numerosi maestri e insegnanti. È una pratica molto suggestiva, cantata, con l’accompagnamento di strumenti come il tamburo sacro, il damaru, la tromba d’osso, il kangli, e ha lo scopo di congiungerci rapidamente con la mente del guru e di renderci familiari con la sua generosità incondizionata verso tutti gli esseri infiniti, meditando di donare loro il nostro stesso corpo.
Immaginate quanto può essere forte questo tipo di pratica di visualizzazione. È suddivisa in tre parti, tra cui la prima, comprendente i preliminari, e non richiede di aver preso l’iniziazione. Esistono molte istruzioni specifiche per gli esercizi preliminari, chiamati gondro, efficaci per potersi poi inoltrare correttamente nella pratica vera e propria. Quest’ultima può compiersi solo dopo aver ricevuto l’iniziazione e le opportune istruzioni da un lama qualificato. Una di queste è l’introduzione alla pratica del Chod di Taranata Rinpoche, un grande maestro del XVI secolo.
Come ci si prepara a questa pratica? Si inizia con la preparazione della propria mente e del proprio corpo. È una meditazione molto potente. Successivamente, il praticante visualizza se stesso come una divinità e immagina di offrire il proprio corpo come dono agli esseri senzienti. Il praticante visualizza gli esseri senzienti come esseri affamati che si nutrono del suo corpo e di tutti i suoi attaccamenti. Durante la pratica, il praticante canta inni e mantra che simboleggiano la dissoluzione dell’ego e dei fenomeni, evocando la compassione e la saggezza di Buddha e di tutti i Bodhisattva. Utilizza anche il tamburo, una campana e una spada per rappresentare il taglio delle illusioni e dei legami dell’ego. Questa pratica è accompagnata da visualizzazioni di luoghi sagri e di divinità buddiste e richiede una profonda conoscenza delle dottrine buddiste e delle tecniche meditative.
Questa pratica è una delle tecniche spirituali più potenti del buddismo tibetano e la guida deve essere esperta, un maestro qualificato. È importante sottolineare che questa meditazione può essere emotivamente intensa e potrebbe non essere adatta a coloro che hanno problemi psicologici o emotivi non risolti, poiché potrebbe intensificare tali problemi. Non fatela da soli, ma chiedete sempre ad un maestro e informatevi nel caso soffriate di disturbi mentali, perché potrebbero aprirsi porte a problemi latenti.
Solo la guida di un maestro qualificato può valutare se questa pratica è adatta alla vostra situazione individuale. In generale, nel buddismo tibetano, viene sempre raccomandato di iniziare con le pratiche di base e gradualmente passare a pratiche più avanzate, come quella del Chod. Non si parte dalla pratica del Chod; essa arriva dopo tanta pratica e iniziazione, poiché richiede una profonda comprensione della dottrina buddhista e della meditazione, oltre a una motivazione molto forte.
Non si cerca attraverso questa pratica di eliminare i demoni o gli esseri negativi in senso letterale, ma è una pratica di trasformazione che cambia la propria relazione con i demoni interiori e con la negatività interiore, superando l’attaccamento all’ego e ai fenomeni. Secondo la visione buddista, i demoni o gli esseri negativi sono simboli delle nostre stesse negatività e illusioni, rappresentano l’ignoranza e l’attaccamento all’ego. Questa pratica consiste nel visualizzare se stessi come una divinità che offre il proprio corpo, sacrificandosi a questi esseri negativi per sviluppare la compassione e la saggezza, trasformando le proprie negatività in qualcosa di positivo.
Il suono utilizzato nei mantra è il suono Pat, un suono sacro nella pratica del Chod e del buddismo tibetano, che simboleggia il taglio dell’illusione dell’ego e dei legami che ci tengono attaccati al samsara, al ciclo infinito di nascita, morte e rinascita. Il suono Pat viene pronunciato con intenzione e concentrazione durante la pratica del Chod, generalmente accompagnato dalla visualizzazione del taglio degli attaccamenti dell’ego e dei fenomeni con la spada che rappresenta la saggezza del Buddha. Il suono è pronunciato in modo energico e deciso, come un colpo di spada, che taglia l’illusione dell’ego e rappresenta la fine della dualità tra sé e gli altri, realizzando la natura ultima della realtà.
È considerato un mantra potente e sacro in questa pratica, ma viene anche utilizzato in altre pratiche spirituali del buddismo per purificare e proteggere la mente e il corpo dalle negatività e dalle influenze dannose. Il punto principale del Chod è di portare tutti gli estremi in un singolo stato, lo stato non duale, nella grande equanimità. Nella vera natura, samsara e nirvana sono uguali. Il sudicio e il pulito sono uguali. L’alto e il basso sono uguali. La felicità e il dolore sono uguali. Se questo è vero, perché allora appaiono così tante divisioni? La separazione e la dualità appaiono a causa dell’attaccamento dell’ego. La nostra concezione dualistica crea tutte queste distinzioni. In questa pratica, stiamo andando al di là di tutti questi limiti. I grandi praticanti del Chod rendono tutto uguale: l’alto, il basso, lo sporco, il pulito, il buio, la luce. Rendono uguali anche le otto preoccupazioni mondane.
Per chi è interessato, lascerò un link in descrizione, dove potrete trovare una descrizione dettagliata, breve ma chiarissima, di questa antichissima pratica del Chod. Spero che questo episodio vi sia piaciuto e che tutti gli esseri dell’universo possano essere felici.
