La tanatologia, derivante dal greco ‘tanatos’ e ‘logos’, si occupa della comprensione della morte e dei suoi significati. Questo campo di studio non si limita all’aspetto biologico, ma abbraccia anche dimensioni psicologiche, esistenziali e culturali. La riflessione sulla morte ci invita a esplorare la vita in modo più profondo, riconoscendo che la paura della morte è alla base di molti comportamenti umani.
Affrontare il tema della morte può aumentare la consapevolezza di sé e delle dinamiche legate al fine vita. In una società che tende a relegare la morte a un tabù, è fondamentale recuperare una dimensione di consapevolezza, che può essere facilitata attraverso l’educazione alla morte e il supporto durante il processo di accompagnamento al fine vita.
- Il significato e l’importanza della tanatologia psicologica.
- La paura della morte e il suo impatto sui comportamenti umani.
- Il ruolo della consapevolezza nella gestione della morte e del lutto.
- La necessità di un discorso maturo sulla morte nella società contemporanea.
- Il valore dell’accompagnamento al fine vita e della spiritualità.
Trascrizione
Bentornati ad un nuovo podcast di Dharma e Psicologia. Avete mai sentito parlare di tanatologia? La tanatologia è una parola che deriva dal greco ‘tanatos’, morte, e ‘logos’, discorso o studio. È definita come la comprensione della morte, dei suoi significati e dei riti che la caratterizzano. Il suo ambito di studio non si occupa solo della morte dal punto di vista biologico, ma anche psicologico, esistenziale, culturale e legislativo.
Montagné scriveva: «chi insegnasse agli uomini a morire insegnerebbe loro a vivere». La tanatologia quindi riporta la morte dentro la sfera della vita, invitandoci a guardarla e a imparare, e soprattutto a dare una nuova direzione alle nostre vite. Ma perché si studia la morte? La paura della morte è alla base di tutti i comportamenti umani, sia quelli individuali che collettivi. Ad esempio, nel campo della psicologia sociale si studia la tendenza a evitare il pensiero della morte, dimostrando con centinaia di evidenze empiriche come essa sia indispensabile per vivere serenamente.
L’uomo, infatti, è l’unico animale cosciente di dover morire e, poiché come tutti gli animali ha paura della morte, per poter sopportare tale condizione esistenziale, non può che relegare nell’inconscio la consapevolezza della finitudine. Ecco la dimostrazione delle evidenze empiriche di cui parlavo poco fa, di come essa sia indispensabile, quindi un po’ lo spostamento per poter vivere serenamente.
Parlare e studiare la morte aiuta ad aumentare la consapevolezza di sé. Aiuta a aumentare anche la consapevolezza delle dinamiche correlate alla morte e alle varie fasi del fine vita, perché la morte è inevitabile. Qualsiasi tentativo di ignorarla o evitare questo fondamentale aspetto così strettamente connesso alla vita ci condanna a una visione superficiale dell’esistenza stessa. Una chiara e corretta consapevolezza della natura della morte può farci vivere, invece, senza paura, con forza, chiarezza di propositi e, perché no, anche con gioia.
Purtroppo viviamo in una società che ha messo fuori dalle relazioni quotidiane l’esperienza della malattia e della fragilità. Se ci pensate, da alcune generazioni non si muore più a casa. Tutto ciò che concerne il morire è stato affidato alle pratiche della tecnica medica, piuttosto che a quelle degli affetti e della ricerca interiore. La morte, quindi, da un lato relegata in istituti e ospedali, e dall’altro spettacolarizzata dai mass media, contribuisce a incrementare la percezione che il decesso sia conseguente a eventi eccezionali o violenti.
Cosa succede, quindi? Questo porta all’assenza di un discorso maturo intorno ai significati del morire, e ciò deriva proprio dall’assenza di questa esperienza condivisa. Questa condizione ha mutato il rapporto che abbiamo con la morte, tanto da crearne un tabù al riguardo. Ciò che potrebbe invece aiutarci sarebbe proprio andare a recuperare una dimensione di consapevolezza al riguardo, ad esempio con la death education, ovvero attraverso corsi e formazioni di educazione alla morte.
Cosa vuol dire educare alla morte? Educare alla morte è anche offrire un intervento sociale di grande importanza, come può essere l’accompagnamento al fine vita, che prevede un sostegno rivolto a coloro i quali, a causa di malattie invalidanti, si avvicinano alla morte. Non è un percorso semplice, e proprio per questo farlo con il supporto di un terapeuta preparato anche in argomenti spirituali può aiutare a gestire le angosce che sopravvengono in questa fase così delicata, che è il passaggio dalla vita a un’altra dimensione. E voglio ricordare che spiritualità non è religione, ma vuol dire contatto con la propria natura interiore e la propria visione di vita. Anche un ateo può essere altamente spirituale.
La morte è una fase delicata del percorso e spesso è considerata un tabù che, spostando dalla coscienza, non fa più paura. Facciamo fatica a parlarne e, di conseguenza, diventa più difficoltosa la fase di elaborazione del lutto che segue poi la perdita del proprio caro. Accompagnare una persona in questa fase vuol dire aiutarla a riconoscere la malattia, la gravità, il cambiamento che ne seguirà, la paura che sopraggiungerà, la rabbia e la difficoltà di parlarne, con i propri cari soprattutto. Perché? Per negazione? Per paura di far soffrire? Perché soffre la persona che è malata e quindi non riesce a comunicare le sue emozioni?
Riuscire a condividere il proprio percorso di vita con i familiari e risanare magari vecchie ferite che sono ancora lì nella dinamica familiare, o litigi, o incomprensioni, o il voler chiedere scusa o anche perdonare, tutto ciò con il cuore aperto aiuterà tutti a gestire meglio il passaggio che sta per avvenire, in modo consapevole, seppur con tanto dolore.
Altro momento importante è aiutare le persone che decidono di abbandonare i trattamenti terapeutici invasivi, sia dal punto di vista fisico che psicologico, scegliendo quindi di concludere la propria vita nel modo più naturale possibile, essendo nel pieno potere delle loro facoltà mentali per una scelta così personale, che nessuno mai può giudicare. Pur considerando la vita come altamente preziosa, sento di donare libertà a chi mi chiede di accompagnarlo nel percorso della propria fine vita. Rispetto, delicatezza e professionalità sono tutti elementi fondamentali quando si lavora a contatto con un evento così pauroso e delicato. Ritrovare il senso della vita, della malattia e della morte come un processo naturale può aiutare sia a chi è malato che ai suoi familiari. Quindi, soprattutto poi all’operatore, e aiuta a gestire tutte le emozioni che spesso sembrano distruggere tutto come un’onda gigante.
La nota psichiatra Elisabeth Kubler-Ross, che considero uno dei miei maestri più grandi, affermava: «Quando portiamo a termine il compito che siamo venuti a svolgere sulla terra, ci viene permesso di lasciare il corpo, il quale imprigiona la nostra anima proprio come un bozzolo di seta racchiude la futura farfalla. Una volta arrivato il momento, possiamo andarcene ed essere liberi dal dolore, dalla paura e dalle preoccupazioni, liberi come una bellissima farfalla.»
Grazie per aver ascoltato.
