La ricerca della felicità è un tema universale che tocca ogni essere senziente, inclusi gli animali. Ma cosa significa realmente essere felici? La parola stessa ha radici profonde, che ci portano a esplorare non solo il suo significato etimologico, ma anche le sue implicazioni spirituali e psicologiche.
Le religioni e le filosofie di vita, come il cristianesimo e il buddismo, offrono prospettive diverse sulla felicità, distinguendo tra quella materiale, effimera, e quella spirituale, duratura. Attraverso un viaggio di riflessione, possiamo scoprire come la nostra comprensione della felicità possa influenzare il nostro benessere interiore e le relazioni con gli altri.
- Il significato etimologico della felicità e le sue radici culturali.
- La distinzione tra felicità materiale e spirituale nelle religioni.
- Il concetto di attaccamento e il suo impatto sulla felicità.
- La ricerca dell’equilibrio interiore come via per la felicità.
- Il ruolo delle relazioni interpersonali nella nostra esperienza di felicità.
Trascrizione
Bentornati ad una nuova puntata del podcast di Dharma e Psicologia. Oggi parleremo di un argomento alquanto interessante che accomuna tutti gli esseri senzienti, e negli esseri senzienti aggiungo anche gli animali, ovvero la felicità.
Partiamo da una domanda semplice. Sapete cosa vuol dire felicità? Da dove deriva il termine felice? Ho fatto una ricerca e ho scoperto che il termine felice è da ricondursi alla radice sanscrita B, che poi si trasforma in FOE o FE, da cui il greco FIO, che vuol dire produco, faccio essere, genero, e da qui derivano anche i termini di fecondo e feto. Infine, poi c’è anche una derivazione dal latino, FELIX, cioè felice, fecondo, fertile.
Secondo Wikipedia, quindi, la felicità può essere la realizzazione di un desiderio e la soddisfazione di vedere realizzato qualcosa che desideriamo. Sotto il profilo psicologico, la felicità può essere la condizione conseguente alla soluzione di un problema. Quindi, risolvo un problema, questo fatto mi produce appagamento, quindi gioia e sono felice.
Le grandi religioni, ad esempio, hanno parlato tantissimo al riguardo della felicità e cercano di dividere il concetto di felicità procurato dalle cose materiali, definendolo quindi un piacere, da quello di felicità in senso spirituale, come la semplicità, la serenità dell’anima. Vi è capitato di seguire un sermone in chiesa? Spesso si sente tanto parlare di felicità materiale, felicità spirituale, quindi dei beni materiali che producono una felicità effimera, dopo ci soffermeremo un po’ su questa cosa, invece della felicità spirituale che è poi quella eterna, che dura.
Anche altri studiosi di religione indiana, ad esempio, affermano che attraverso l’abbandono del bisogno di certezze e l’accettazione dell’incertezza come stato esistenziale possiamo raggiungere un fenomeno definito felicità o serenità. La felicità assoluta per il cristianesimo, per l’ebraismo, è la visione di Dio. Nel Vangelo, infatti, troviamo il brano delle beatitudini nel quale Gesù elenca una serie di azioni per raggiungere lo stato di beatitudine e lo voglio condividere con voi. Adesso vi leggo Matteo 5, versetti 1-12.
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, infatti, hanno perseguitato i profeti prima di voi.
Ecco, leggendo questa parte, questi versetti di Matteo, mi vengono in mente tantissime nozioni ricevute durante il mio catechismo, tante parole chiave, tante parole che poi sono assorbite dalla nostra mente, anche senza che ce ne rendiamo conto. E poi, a un certo punto della nostra vita, vengono fuori, e cerchiamo così di trovare pace, di elaborarle, di trovare anche un significato alle cose difficili che ci accadono.
Spostandoci di religione, quindi parlando sempre sul proposito della felicità interiore, andiamo un po’ nel buddismo, ad esempio. Il fondatore del buddismo, il conosciuto Siddhartha Gautama, ha detto che la causa della sofferenza è l’inconsapevole desiderio di piacere, e come soluzione a questo ha risolto che la sofferenza è esoprimibile mediante la cessazione del desiderio e la rinuncia seguendo la via del nobile ottuprice sentiero, che ne ho già parlato un po’ nei vari podcast precedenti.
E qui cosa ci dice Siddhartha? Siddhartha fu il primo a mettere in discussione gli insegnamenti del Brahmanesimo, che era un’antica fede basata sui testi Veda in India, e lo fece con il ragionamento filosofico. Ricordiamo che Siddhartha Gautama non era un uomo povero, anzi, all’inizio del suo percorso viveva in mezzo a tutti i piaceri che la ricchezza può dare, ma nonostante ciò si interrogava sulla felicità.
C’è un film bellissimo di Bertolucci, e questo ne parlo nel primo podcast di Dharma e Psicologia, Il piccolo Buddha, dove c’è proprio una spiegazione a livello narrativo e a livello poi cinematografico della storia di Siddhartha Gautama che è molto bello. Se andate a ascoltare il mio primo podcast ritroverete un po’ di questo discorso e di questa spiegazione.
Siddhartha ad un certo punto vede intorno a sé la bruttezza del mondo, la debolezza dell’essere umano, il dolore che attaglia la vita di molti, e io ho sempre rivisto un po’ in lui la figura di San Francesco d’Assisi nel suo percorso di consapevolezza. Si rese conto, Siddhartha, che anche se soddisfiamo un piacere, la sensazione che deriva dal nostro atto in realtà è effimera, vanisce nel giro di poco, e questo lo abbiamo provato tutti e lo proviamo ogni giorno.
Dal lato opposto, invece, una vita ascetica alla quale lui era arrivato anche per provare l’opposto di questo piacere donistico di vita materiale, anche una vita ascetica estrema non era la soluzione perché anche quella conduceva verso l’insoddisfazione, anzi a tal punto lo stava riducendo alla morte, il non mangiare, la vita ascetica estrema, quindi comprese che entrambe le vie non conducevano alla felicità e giunse alla conclusione che la felicità era racchiusa tra i due estremi, quindi la famosa via di mezzo era sostanzialmente una sorta di equilibrio interiore.
Quindi, in realtà, quando proviamo dolore, che cosa succede alla nostra mente? Il dolore può avere tantissime cause, fisico, spirituale, mentale. In generale, il dolore può provenire dalla mancata soddisfazione di quelli che il buddismo, ad esempio, definisce attaccamenti. Quindi, soddisfare questi attaccamenti non è la soluzione in quanto non portano alla felicità, ma solamente ad una continua compulsiva sensazione di affanno e di nuovi desideri che portano il nostro io ad una frustrazione continua, ripetitiva, causata da una sensazione che continua a svanire presto.
Vi faccio un esempio: vi si rompe la macchina, quindi avete una macchina vecchia da un po’ di anni e piano piano iniziate a desiderare una macchina nuova, bella. Quindi ci pensate, prendete del tempo per sceglierla, passate giorni a girare, a cercare quella proprio giusta per voi, sia in termini di prezzo che in termini di colore, in termini di gusto. Quindi, dopo questa ricerca, questo desiderio che aumenta sempre di più, visualizzate la macchina nuova, il desiderio, il gusto dello stare dentro a guidarla, la trovate, riuscite a comprarla, quindi riuscite a racimolare la somma, la comprate e inizia l’attesa, l’attesa di ricevere la macchina. Siete entusiasti, siete pieni di adrenalina e di felicità e arriva il giorno del ritiro, quindi questa felicità, questa adrenalina arriva alle stelle. Cosa succede dopo una settimana? O dopo un mese? Neanche tanto tempo, eh? Diciamo un mese. Succede che tutto quello provato fino a quel momento lì diventa, rientra nella norma e piano piano diventa proprio normale guidare quella macchina che avete tanto desiderato per tanto tempo e cosa succede? Stranamente si inizia senza neanche accorgersene a desiderare un’altra cosa, magari una bella mountain bike. E quindi iniziate a immaginare una bella mountain bike solida, iniziate a immaginare di andare in montagna con questa bici oppure per laghi, per fiumi e di qua il giro riprende. Questa è la nostra felicità ordinaria.
Qual è il problema? L’unico problema è che non dura, non è mai soddisfacente, non ne abbiamo mai abbastanza e cambia, cambia perché poi una volta soddisfatta vogliamo un’altra cosa, dalla bici passiamo all’orologio, passiamo al telefono, dal telefono passiamo le scarpe e così è una ricerca continua ed anche un accumulamento di oggetti. Le case delle persone, se andate a vedere nei loro box, garage, negli sgabuzzili, nei ripostigli, ma anche nella casa stessa, è piena, strapiena di oggetti. Quindi, siamo felici per un po’, poi all’improvviso il nostro umore cambia, non siamo più felici, siamo improvvisamente infelici.
Se la nostra felicità ordinaria fosse davvero la felicità ultima, allora più abbiamo qualcosa che ci rende felici, tanto più dovremmo essere felici, ma poiché non avviene, è chiaro che la felicità ordinaria non è quella vera. La soluzione consiste, secondo una visione buddista, ma in generale un po’ nelle varie religioni, è esplicitata questa cosa, consiste nell’eliminare ogni attaccamento e di conseguenza il dolore che ne deriva da questo attaccamento.
Cosa vuol dire attaccamento? Quando io voglio assolutamente qualcosa, io genero desiderio. Quando io desidero ardentemente anche una persona, quindi qualcuno, io genero attaccamento e quindi quando io sono in questo attaccamento io provo dolore. Se non posso avere questa persona perché magari il mio partner mi ha lasciato e io ho generato attaccamento e desiderio e non vivo senza quel partner, io provo dolore e il dolore che ne deriva crea proprio un dolore profondo. Quindi bisogna allontanare questa parte egoistica del nostro io, basti pensare alle differenze di queste parole: la loro collocazione ne cambia il senso. Ad esempio, siamo parte di un tutto, è diverso da sostenere che il tutto fa parte di noi. Quindi, il punto di vista, il modificare questo desiderio, questo attaccamento va a cambiare il nostro concetto di felicità e quindi di vivere una vita serena.
Il Buddha diceva: la pace viene da dentro, non cercarla fuori. Quando la cerchiamo fuori, in una macchina, in una mountain bike, in un orologio, in un telefono, noi diamo, mettiamo nelle mani di un oggetto, di una persona la nostra felicità, ma ciò non è reale. E quando parlo di questo attaccamento agli oggetti non sto dicendo che non bisogna comprare più ciò che ci serve, va benissimo comprare ciò che ci serve, ma mantenere un distacco lucido, una mente lucida, non entrare nell’attaccamento che senza quell’oggetto, senza quella persona io non vivo più, io non sto bene.
Nel libro La Rivelazione del Buddha troviamo questo pezzo, questa parte che dice: Felice è la separazione dall’attaccamento per colui che ha pagato, per colui che ha ascoltato il Dharma, la dottrina. Felice nel mondo è la benevolenza, il non nuocere alle creature viventi. Felice è l’essere privi di attaccamento nel mondo, il non dipendere più dai desideri sensuali, il superamento del concetto io sono, questa in vero è la suprema felicità. Ricorda un po’ i versetti di Matteo che abbiamo letto prima.
Quindi, da un punto di vista buddista, e ripeto non solo buddista, perché le varie religioni parlano appunto di felicità spirituale rispetto a quella materiale, ma prendendo il punto di vista buddista, ritroviamo due tipi di felicità: la felicità emotiva e la felicità senza tempo, che un po’ ripete il concetto della felicità ordinaria e la felicità spirituale. Per esempio, la felicità emotiva potrebbe essere assimilata al trovare scioglievo dal freddo, oppure a raggiungere maggiori fonti di guadagno o una buona posizione lavorativa. Non c’è nulla di sbagliato in questo tipo di felicità mondana, come vi ho detto, e ci tengo a dirlo perché a volte questo discorso viene preso un po’ in maniera distorta, come dire: allora io non posso più godermi la vita, non posso più, assolutamente no. La vita l’ho goduta appieno e proprio per goderla ancora meglio, è importante riuscire a distinguere di che felicità mi sto nutriendo, di quale felicità.
E quindi, riflettendoci, possiamo capire che tutti questi esempi che sto facendo sono di natura temporanea. La felicità emotiva non dura, quindi la felicità senza tempo si rivela come qualcosa che è molto importante da cercare. La felicità senza tempo si ottiene dalla comprensione delle nostre qualità, come la compassione, la gentilezza amorevole, l’empatia, maggiore saggezza riguardo alla nostra natura, essere in contatto con noi stessi.
Nel buddismo Mahayana si pone l’accento sulla natura relazionale della realtà, cioè tutti gli esseri e tutte le cose sono in relazione tra loro, tutti i fenomeni sono interdipendenti. Ecco, quando sentite parlare di interdipendenza nel buddismo è proprio questo: interdipendenza, tutti gli esseri e tutte le cose sono in relazione tra loro. La sofferenza dell’individuo è la sofferenza legata all’ambiente in cui si vive e lo vediamo benissimo adesso con questo disastro climatico che sta aumentando sempre di più. Noi pensiamo che possiamo vivere bene, ma come possiamo vivere bene su una terra malata? La terra malata ammalerà anche noi, farà ammalare anche noi, perché c’è interdipendenza.
La felicità della persona dipende anche dalla felicità altrui. Se voi siete sposati o convivete con il vostro partner e il partner è sempre triste, arrabbiato, nervoso, aggressivo, la sua infelicità in un certo qual modo andrà a proiettarsi anche su di voi e viceversa. Quindi la vostra felicità creerà anche felicità. Se siete una donna felice, una mamma serena, di conseguenza i vostri figli staranno bene, il vostro marito starà bene, questa è l’interdipendenza.
Quindi, la via per la salvezza è la pratica, la pratica del bodhisattva. Nel buddismo, il bodhisattva è colui che ricerca l’illuminazione per sé e per gli altri. E nel buddismo è molto importante seguire i precetti che aiutano quindi la pratica del bodhisattva, e tutti, tutti possono praticare e conseguire questo percorso di vita, di ricerca, di illuminazione per sé e per gli altri.
Dobbiamo cercare noi stessi le cause dei nostri problemi. Questa è una cosa molto importante perché spesso nel dolore è facile dare la colpa agli altri. Sto male perché mi ha lasciato la ragazza, sto male perché mia madre mi umilia, sto male perché il mio capo mi tratta male. Ecco, quindi io non nego queste situazioni. Quando dico questo, non dico che queste situazioni non esistono, dico che però dobbiamo guardare dentro noi stessi allo stesso tempo che cosa va a creare, supportare, rinforzare questi atteggiamenti di persone che vi creano dolore.
È facile incolpare dei fattori esterni. Per esempio, sono arrabbiato per l’economia, per il tempo, la politica. In realtà, queste sono semplici condizioni esterne per manifestarsi di determinate abitudini. Quindi, un’abitudine interiore come al lamento, ci lamentiamo sempre, quindi questo lamento va a rafforzare questo sguardo sull’altro che mi provoca dolore. Quindi io non cambio, mi lamento, incolpo l’altro e questo è un cerchio senza fine. Crediamo che il problema sia esterno, in realtà il problema è la nostra lamentela compulsiva e vi assicuro che la maggior parte di noi è prigioniero di questa lamentela compulsiva, anche di quelli che dicono: no, io non ce l’ho, non è vero. Fateci caso, ci sono dei momenti in cui ci lasciamo proprio cogliere da questa lamentela e non ci muoviamo, non modifichiamo la situazione.
Quindi non importa cosa sta accadendo fuori. Gli eventi esterni sono solo la condizione per cui possiamo lamentarci. Dipende quindi principalmente da noi. Quindi, che cosa dobbiamo fare? Bisogna esaminare dentro di noi e farsi delle domande. Bisogna avere il coraggio di farsi delle domande. Quali problemi ho? Cos’è che sta causando questi problemi? Oppure cos’è che sta causando la mia infelicità? Cosa c’è dietro il mio normale tipo di felicità, dietro il mio istinto? Quali sono le cause? Ce le dobbiamo fare queste domande, non dobbiamo avere paura, non dobbiamo lamentarci e non dobbiamo solo incolpare gli altri. E ve lo dico perché è una condizione molto comune. Tanti pazienti, quando vengono in studio, entrano in automatico in questa condizione di lamento continuo e quando cerco di mostrargliela, alcuni non la vedono, altri si arrabbiano perché dicono che non è vero, altri magari iniziano ad osservarla e quindi è un punto molto importante iniziare a guardarsi.
Quindi, siamo infelici e cosa facciamo? Ci lamentiamo? Ci definiamo poverini? Oh povero me, sono così infelice? Se siamo felici, non ne abbiamo mai abbastanza, ci attacchiamo alla nostra felicità, non siamo mai insoddisfatti, ne vogliamo sempre di più. E questo ci succede. La nostra mente, purtroppo, crea questo movimento: se siamo infelici, ci lamentiamo, diamo la colpa agli altri, non riusciamo a modificare la situazione che ci fa male. Se siamo felici, ci attacchiamo a questa condizione di felicità, di piacere che può essere anche quindi effimero, momentaneo, materiale, ne vogliamo sempre di più, sempre di più, sempre di più. Non è mai abbastanza, non siamo mai soddisfatti e non ringraziamo mai la nostra vita, la nostra mente, il nostro cuore, l’universo che ci dona questa felicità.
La maggior parte delle persone che viene in terapia all’inizio si sofferma molto quindi sulla colpa che gli altri hanno e di come tutti gli altri creano e contribuiscono alla loro infelicità. Quindi, man mano che la consapevolezza si espande, lo sguardo inizia a guardare verso l’orizzonte, tutte le proiezioni iniziano a perdere forza e la mente placa. Quel movimento confuso che annebbia, quindi, è da qui che iniziamo a sentirci presenti nel nostro corpo, nel nostro cuore. È da qui che la trasformazione va verso la guarigione.
Io non ho una risposta, non esiste una formula, nessuno potrà darvi mai una formula per essere felici, ma è un percorso. E leggendo libri spirituali, leggendo anche maestri che seguite, osservandovi, guardandovi, riuscirete a comprendere quella parte di dolore che si muove e quindi trovare la forza e il coraggio di domandarsi cosa può farmi stare bene, qual è la felicità che può condurmi ad una felicità un po’ più lunga rispetto a quella materiale.
Voglio chiudere con un consiglio di un grande maestro buddista indiano, Shantideva, che dice: perché preoccuparsi se una situazione si può cambiare? Basta cambiarla. E se non la puoi cambiare, perché preoccuparsi? Preoccuparsi non aiuterà.
Vi ringrazio per aver ascoltato il podcast di Dharma e Psicologia e possano tutti gli esseri dell’universo essere felici.
